LA COMUNICAZIONE PARAVERBALE


comunicazione non verbale

Il “talento dell’attore” auspicato da Cicerone e la “declamazione” di Aristotele si fondono e si identificano in molti aspetti e componenti attinenti al livello “paraverbale”. L’impatto della comunicazione “paraverbale” è stato studiato già negli anni settanta del secolo scorso dal professor Albert Mehrabian (1972) il quale ha dimostrato che il peso delle “modalità di esposizione vocali” ha un’impatto pari al trentotto per cento delle potenzialità comunicative possibili. “Vi sono vari aspetti della qualità della voce non legati ai contenuti del discorso: questi includono il tono di voce, che comunica emozioni e atteggiamenti verso altre persone, il tipo di voce e la pronuncia, che forniscono informazioni circa la personalità e il gruppo di appartenenza. In secondo luogo vi sono caratteristiche vocali più intimamente connesse al discorso, che completano il suo significato per mezzo di timbro, accento e ritmo, fornendo un commento ai contenuti verbali e regolando la sincronizzazione delle espressioni” (Argyle, 1978, 264).

 

Il timbro rappresenta il “colore” della voce” prodotto dalla cassa armonica del nostro corpo. Il timbro della voce cambia da persona a persona e spesso si coniuga con il ritmo respiratorio, creando quella particolare risonanza che determina la qualità della voce, la nostra speciale impronta vocale che può determinare influssi e condizionamenti sia su noi stessi che sugli altri. Per tonalità si intende “l’altezza” di una voce (una delle caratteristiche del suono della voce) che si determina in base al numero delle vibrazioni delle corde vocali.  Il tono è l’indicatore del senso e dell’intenzione che si intende dare alla comunicazione. “I tipi di tono possono differire per “strutturare” o fornire un significato ulteriore all’espressione. “Dove stai andando?” con un tono ascendente sull’ultima parola è una domanda amichevole, mentre con un tono discendente è sospettosa ed ostile. (…) Il tono utilizzato può addirittura negare le parole dette, sarcasticamente, come nel caso in cui la parola “si” è detta in modo che indica una tale mancanza di assenso da significare “no”. Cambiamenti di tono possono inoltre essere usati per accentuare parole  particolari, benché questo sia di solito fatto attraverso variazioni della sonorità” (ibidem, 272). Per “variazione di sonorità” intendo in particolare la possibilità di  attribuire differenti significati alla medesima frase attraverso l’uso di diversa enfasi e sottolineatura delle parole componenti la frase. “Duncan e Rosenthal (1968) osservarono che la quantità di enfasi posta sulle parole nelle istruzioni date ai soggetti sperimentali aveva un effetto marcato sulle loro risposte. Si chiedeva ai soggetti di valutare il “successo” o “l’insuccesso” di persone mostrate in fotografia. C’era una correlazione di 0,74 tra le loro valutazioni e la quantità di enfasi posta dallo sperimentatore sulle parole successo e insuccesso nel descrivere le scale che essi dovevano usare” (ibidem, 273).

In funzione dell’espressività va inoltre considerata l’intensità energetica del suono che possiamo definire volume, quindi il modo di calibrare la voce che deve considerare diverse variabili, come l’ambiente dove si tiene il discorso o la distanza dagli interlocutori. Talvolta la variazione di volume serve a destare maggiore attenzione nel pubblico. Una della mie tattiche preferite in determinate circostanze è quella di abbassare il volume (per pochissimi secondi) per suscitare o mantenere attenzione nel pubblico. Ma quale è il tempo, cioè quanto lentamente o velocemente si deve parlare? Di norma è auspicabile non superare le centocinquanta o centosessanta parole al minuto, è però indispensabile adeguarsi alle modalità del proprio pubblico e tenere conto che “lentezza” e “velocità” sono variabili importanti per sfumare o accentuare il significato della parola. “Il ritmo del discorso spesso è in relazione con le origini geografiche e culturali di chi lo pronuncia. Nelle diverse regioni degli Stati Uniti e del Regno Unito si possono ascoltare ritmi molto diversi; e la stessa varietà si incontra tra le diverse popolazioni del mondo che parlano inglese: nei Caraibi, in India, in Australia e così via. (…) Utilizzare lo stesso ritmo ti permetterà di entrare in rapport ad un livello inconscio con la persona con cui stai parlando” (James-Shephard, 2004, 96- 97).

 

Bibliografia

ARGYLE M., Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli Editore, Bologna, 1991.

CAMPBELL J., Come tenere un discorso, Franco Angeli, Milano, 1997.

CASTAGNA M., La lezione, Edizioni Unicopli, Milano, 1988.

FORGAS J.P., Comportamento interpersonale, Armando Editore, Roma, 1989.

JAMES T., SHEPHARD D., Comunicare in pubblico magicamente, NPL ITALY,Alessio Roberti Editore, Urgnano (Bg), 2004.

MORRIS D., L’uomo e i suoi gesti, Mondadori, Milano, 1977.

OLIVERO G., Le tecniche per comunicare, Il Solo 24ORE Libri, Milano, 1994.

WATZLAWICK P., BEAVIN H.J., JACKSON D.D., La pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma, 1971.

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