IL POTERE DEL LINGUAGGIO


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L’uso del linguaggio è necessario per gran parte delle interazioni umane  e grazie al sapiente uso del linguaggio alcuni popoli hanno saputo trasmettere gli insegnamenti e le culture che hanno segnato le tappe fondamentali della storia dell’umanità. Ma come si apprende e quali sono i tratti costitutivi di un linguaggio? Il linguaggio è solo uno strumento della comunicazione con il mondo esterno? “La prestazione cognitiva dei bambini nel corso dell’apprendimento di un linguaggio è realmente stupefacente. In meno di dodici mesi essi passano dalla mancanza completa di linguaggio a un linguaggio quasi scorrevole. (…)

Il contributo importante della ricerca di Bruner mostra gli stretti legami tra apprendere un linguaggio e l’interazione sociale. Non solo utilizziamo il linguaggio come strumento per l’interazione sociale nel corso della nostra vita, ma di fatto possiamo apprendere un linguaggio solo perché prima impariamo come interagire. (…) Hockett (1963) suggerì che il linguaggio può essere caratterizzato in termini di vari “tratti costitutivi” (design features). Esempi di queste caratteristiche sono (a) il distanziamento, o l’abilità nel riferirsi a cose non immediatamente presenti; (b) l’apertura, o l’abilità nel creare e comunicare significati nuovi; (c) la tradizione o l’abilità nell’apprendere e trasmettere simboli e messaggi nuovi; (d) la dualità di strutturazione o l’abilità di combinare un numero finito di parole, simboli o componenti in un numero infinito di messaggi possibili. (…) Un’altra caratteristica importante del linguaggio umano fu indicata da Vygotsky (1962). Il linguaggio non è solo uno strumento della comunicazione esterna fra le persone, ma è anche lo strumento interno che utilizziamo per pensare, e per rappresentare, sistematizzare e organizzare il mondo attorno a noi” (Forgas, 1989, 126-128).

Il bisogno di esprimere sé stessi e il proprio mondo agli altri, si ritrova in particolare nella letteratura e nella poesia greca del periodo arcaico (1100/500 a.C.) e classico (500/323 a.C.). Chi non ricorda l’Iliade (Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei…) o il fascino dell’Odissea (Musa, quell’uom di multiforme ingegno…)?  Qui il lettore moderno si sente a proprio agio grazie a maestri ineguagliabili  come Omero (vissuto forse nel IX sec. a.C.) e alle figure poetiche espresse dalla “parola” che riesce a colmare gli abissi del tempo e giungere a noi ancora cristallina e potente, come quella di Dante, Petrarca, Tasso, Goethe o Ungaretti. Dai sublimi risultati ottenuti, sembrerebbe veramente che il poeta della grecità arcaica e classica sia stato in contatto direttamente con la Musa (l’idea della parola e della poesia come dono divino) ed abbia così potuto concepire un linguaggio poetico dove ogni parola mantiene la sua pregnanza (strato lessicale) e l’unione di parole è capace di offrire sensazioni e impressioni “altissime” (strato delle funzioni sintattiche). Anche l’oratore moderno può disporre della “valenza suggestiva della parola” per evocare sensazioni ed immagini nella mente di chi ascolta. Così nel corso dell’attività quotidiana di chi parla in pubblico è necessario rispettare alcune “importanti regole basilari”. Nel bagaglio dello speaker moderno ci dovrebbero essere alcuni accessori indispensabili pronti all’uso: le parole comuni, facendo attenzione a non eccedere nel linguaggio aziendale e nell’utilizzo di troppe parole straniere; le parole figurative per evocare immagini e concretezza; frasi brevi e semplici e non divagazioni, ripetizioni inutili o frasi prive di significato; l’uso della forma attiva e non passiva. L’oratore dovrà inoltre essere in grado di prevedere, ricevere e gestire i quesiti dei partecipanti e saper distinguere le categorie delle domande per rispondere adeguatamente. Secondo Campbell (1997) esistono domande espresse per avere informazioni alle quali va data sempre una risposta immediata e precisa, oppure domande fatte per esprimere un dubbio, per le quali è necessario rispondere basandosi su fatti concreti e dimostrabili. Se invece un partecipante fa una domanda per affermare le sue conoscenze pregresse è bene riconoscere a chi la rivolge la sua competenza. Talvolta qualcuno fa domande per perdere tempo, in questo caso è bene ripetere velocemente il concetto o rimandare a fine incontro. Episodi di domande fatte per boicottare sono fortunatamente rari, in questo caso il relatore potrà rispondere con fare perplesso, ma indiscutibilmente e doverosamente cortese. Altrettanto utile è saper fare domande al gruppo,domande aperte e domande chiuse, domande guidate e domande retoriche a seconda delle necessità e degli obiettivi che si intendono di volta in volta raggiungere. “Ognuna di queste ha la propria utilità. Se volete un’opinione veloce da qualcuno, usate una domanda chiusa” (Campbell, 1997, 112). Le domande chiuse limitano le risposte all’essenziale, oppure a una scelta tra varie alternative e si utilizzano per verificare. “Se volete guidarne la risposta, usate una domanda guidata (…). Lo stesso vale per le domande retoriche che sono uno degli strumenti a voi più utili. Per quanto mi riguarda, io tendo a farne molto uso perché il pubblico sia portato a considerare cose che forse prima gli erano sfuggite; per fare collegamenti fra le diverse parti del mio discorso o anche semplicemente per tenerli all’erta” (ibidem, 112-113). Infine le domande aperte consentono una risposta articolata e ragionata e permettono sostanzialmente di conoscere e approfondire fatti ed opinioni.

 

Bibliografia

ARGYLE M., Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli Editore, Bologna, 1991.

CAMPBELL J., Come tenere un discorso, Franco Angeli, Milano, 1997.

CASTAGNA M., La lezione, Edizioni Unicopli, Milano, 1988.

FORGAS J.P., Comportamento interpersonale, Armando Editore, Roma, 1989.

JAMES T., SHEPHARD D., Comunicare in pubblico magicamente, NPL ITALY,Alessio Roberti Editore, Urgnano (Bg), 2004.

MORRIS D., L’uomo e i suoi gesti, Mondadori, Milano, 1977.

OLIVERO G., Le tecniche per comunicare, Il Solo 24ORE Libri, Milano, 1994.

WATZLAWICK P., BEAVIN H.J., JACKSON D.D., La pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma, 1971.

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