John Dewey


John Dewey sceglie di chiamare STRUMENTALISMO la sua filosofia che si differenzia dall’empirismo classico poiché questo concepisce l’esperienza come qualcosa di ordinato, semplice, purificata dall’errore, ridotta a stati di coscienza….invece per Dewey l’esperienza non è coscienza ma è STORIA e non può essere ridotta allo stato di coscienza; non può essere ridotta nemmeno alla conoscenza (sebbene la conoscenza faccia parte dell’esperienza e sia essa stessa un’esperienza). L’uomo vive nella natura, l’uomo è natura, l’uomo è immerso nella natura e con ciò è esposto ad un “rischio ontologico” della morte, della precarietà, dell’azzardo, dell’incertezza: per far fronte a ciò ha creato i miti e poi li ha rimpiazzati con la fiducia nella ragione, con la ricerca della stabilità dell’essere, dell’universalità dei valori ecc.  questo accade perché tra tutti gli esseri, l’uomo è l’unico che, essendo natura, è capace di incidere e modificare la natura stessa. Ora per Dewey, non solo le metafisiche dell’essere sono illusorie ma lo sono anche le metafisiche del flusso (Hegel; Bergson) perché pur nella loro fluidificazione dell’essere e nella considerazione della storicità hanno reificato/deificato/oggettivato il movimento stesso considerandolo come categoria unitaria, globale della totalità del reale  in tal senso esse sono anche de-responsabilizzanti perché comunque presumono di garantire metafisicamente un ordine, una direzione mentre la “lotta per la sopravvivenza” esige comportamenti e operazioni umane intelligenti e responsabili.

 

Ed è proprio qui che si inserisce lo strumentalismo e la teoria della ricerca di Dewey: la verità non è una proprietà statica, astratta ma è un PROCESSO IN EVOLUZIONE e la conoscenza stessa è un processo definito INDAGINE che rappresenta un progressivo adattamento all’ambiente  la conoscenza è pratica che ha successo e strategia che risolve i problemi posti dall’ambiente (fisico, sociale, culturale…)  allo stesso modo, di contro all’empirismo classico, Dewey sostiene che non esistono i fatti perché nulla esiste se non in relazione ad un’idea o ad un piano operativo che riguarda l’agire pratico  sia le idee sia i fatti sono di natura OPERAZIONALE: le idee sono proposte di azione, piani di operazione e di intervento sulle condizioni esistenti e i fatti sono operazionali nel senso che sono esiti di operazioni di organizzazione e di scelta. L’intelligenza dunque è costituzionalmente operativa, è una forza attiva chiamata a trasformare in conformità di scopi umani  il processo conoscitivo non è contemplazione ma è partecipazione alle vicissitudini di un mondo da cambiare e riorganizzare senza sosta: le idee sono sempre in funzione di problemi reali ed è sempre la pratica a decidere il valore di un’idea  le idee non sono altro che strumenti della nostra indagine volta a fronteggiare la minaccia del mondo. Così non ha senso predicare la verità/falsità delle idee perché esse sono valide finchè sono utili e ci aiutano a risolvere problemi (le idee possono essere utili o dannose ma non vere o false). Ecco dunque lo strumentalismo: la verità non è più adeguazione del pensiero all’essere ma si identifica con il “provato potere di guida” di una idea la cui validità non ha nulla di definitivo e può essere sempre migliorata/corretta/cambiata/rivista.
Nemmeno le idee legate ai valori, ai dogmi (morale, politica, religione) hanno un valore intrinseco: anch’esse devono venir sottoposte al CONTROLLO DELLE LORO CONSEGUENZE NELLA/SULLA PRATICA E DEVONO VENIRE ACCETTATE/RIFIUTATE RESPONSABILMENTE IN BASE ALL’ANALISI DEI LORO EFFETTI. I valori sono dunque storici e compito del filosofo è quello di analizzarne le condizioni generative e valutarne la funzionalità nella prospettiva di un rinnovamento/modifica in relazione ai bisogni/esigenze che via via emergono nel corso della vita e della storia  ogni sistema etico è relativo all’ambiento in cui si è formato ed è stato utile/funzionale (anche i valori sono “operazionali”, sono piani regolatori che nascono per risolvere situazioni e problemi nella vita associata degli uomini).
Il problema della democrazia diviene il problema di quella forma di organizzazione sociale in cui le forze individuali dovrebbero essere liberate da costrizioni meccaniche esterne e dovrebbero essere alimentate  la differenza tra una società pianificata ed una pianificantesi è  che “la prima richiede disegni finali imposti dall’alto e che pertanto si affidano alla forza fisica e psicologica per ottenere che ad essi ci si conformi. La seconda significa liberare l’intelligenza attraverso la forma più vasta di interscambio cooperativo”.

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