LE FIGURE DELL'ORNATUS

Inviato da Stefano Agati

cuore libro

L’ornatus (ornato) rappresenta il carattere fondamentale dell’elocutio, una via che ci conduce verso le parole e le immagini adatte per esprimere al meglio il nostro pensiero. Nell’ornatus vi è tutta la bellezza espressa dagli elementi retorici e stilistici usati in modo appropriato, proprio perché essi si devono fondere assieme nel rispetto della lingua, della grammatica e del lessico (correttezza) per costruire un discorso limpido e comprensibile (chiarezza). Interpretando la classificazione del filologo Heinrich Lausberg (1912-1992) relativa all’ornatus, abbiamo già descritto nell'articolo precedente precedente (La struttura della “retorica) la parte relativa alle “parole singole” (verba singula).

In questa prima parte, classificando la “sineddoche” (verba singula) possiamo confermare che essa rappresenta uno “spostamento di limite” all’interno del contenuto, la “metonimia” (verba singula) rappresenta invece uno “spostamento di limite” oltre il piano del contenuto, mentre nella metafora (verba singula) vi è una traslocazione.  “Le definizioni tradizionali e vulgate della metafora (in gr., metaphorà, da metaphèrò “io trasporto”, da cui il calco latino translatio, da transferre, donde deriva traslato) si possono compendiare nella seguente: sostituzione di una parola con un’altra il cui senso letterale ha una qualche somiglianza con il senso letterale della parola sostituita.

La metafora infatti è stata classificata dalla retorica classica come tropo, e i tropi sono “figure di sostituzione” che vertono su parole singole” (Barberi Squarotti et al., 2004, 237). Nell’ambito delle parole singole la metafora rappresenta quindi il caso più importante fra i “tropi di dislocazione o salto”, mentre “metonimia” e “sineddoche” lo sono in quanto tropi di “spostamento di limite”.

La seconda parte dello “schema delle figure dell’ornatus” mette in evidenza i gruppi di parole (verba coniuncta) rappresentati dalle figure di parola in opposizione alle figure di pensiero: le “figure di parola (riguardano solo la pura superficie dell’espressione) contro figure di pensiero (non dipendono dalle semplici forme delle parole, ma investono il piano dei contenuti).

La classificazione del campo delle figure risulta quindi sempre problematica e assai complessa, nell’ambito delle teorie classiche, come in quello delle teorie contemporanee” (Volli, 2003, 212). L’analisi completa delle figure retoriche richiederebbe una ricerca a parte, mi limito pertanto nel considerare “un elenco di alcune delle figure più comuni, tanto di parola che di pensiero” (ibidem), cogliendo l’occasione per approfondirne i significati.

Allitterazione. Riguarda la ripetizione di lettere o sillabe nei vocaboli successivi e si trova in vario grado (a volte sfumato) anche nelle comuni locuzioni e modi di dire (attraversare mari e monti, salvare capra e cavoli, fare fuoco e fiamme, etc.). Le allitterazioni sono state usate dai latini e dai germanici, nella poesia; quelle che noi tutti ricordiamo con Dante (nella Divina Commedia: “amor, ch’a nullo amato amar perdona”) e con Petrarca (nel Canzoniere: “di me medesimo meco mi vergogno”), fino al Pascoli “nell’Assiuolo” (“sentivo un  fru fru fra le fratte”) sono mirabili strumenti per sottolineare concetti in forma ripetitiva e offrire musicalità al verso. Anacoluto.

Deriva dal greco anakòlothos, anakòluthon: “senza seguito, che non segue”. Implica una irregolarità, un “non collegamento” o una rottura delle norme sintattiche che riproduce i modi della lingua parlata. Gli esempi più conosciuti, ridondanti e suggestivi nella forma scritta riguardano a mio avviso Macchiavelli (nella lettera a Vettori): “Mi pasco di quel cibo, che solum è mio, e che io nacqui per lui” o Manzoni,: “quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro”, “noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto”. Nella lingua parlata “l’anacoluto” rappresenta un “fluidificante” che consente di procedere più speditamente nella concatenazione e nell’espressione del pensiero.

Catacresi. Spesso diciamo: “il collo della bottiglia”, proprio perché non esiste nella lingua italiana un termine specifico per definirlo. Usiamo quindi una “catacresi (dal gr. katàchrèsis) “abuso”, deriv. da katachràomai “io adopero”). Figura retorica (detta anche abusio) consistente nell’uso metaforico di una parola per designare qualche cosa per cui la lingua non offre un termine specifico. P. es.: “le gambe del tavolo”, “i denti della sega”. La metafora in questo caso diventa di uso corrente e non è più avvertita come tale” (Barberi Squarotti et al., 2004, 44).

Ellissi. Dal greco elleipsis “mancanza”, elleipo “ometto”. Attraverso l’uso dell’ellissi si ottiene un effetto di particolare sintesi e coincisione. “Si tratta dell’eliminazione di alcuni elementi di una frase. Dunque presuppone un sottinteso. Esempio: “L’ho scritto” (sottinteso il compito, l’articolo, il saggio, ecc.). Oppure: “Completamente rovinato” (sottinteso: “io sono”). Nel linguaggio giornalistico, cioè nei titoli e sottotitoli dei giornali, a causa della necessaria coincisione, le ellissi sono molto usate. Per esempio: “Una follia. Una scelta assurda sotto ogni punto di vista, sia economico che ambientale”. Notate come, dal punto di vista sintattico, la seconda frase manchi di soggetto.” (Ricci, 1991, 106). L’ellissi è utilizzata comunemente nel corso della comunicazione di tutti i giorni (p. es.: Dove va? Al bar; Pino mangia pasta, Gianni riso; Silenzio!, etc.) mentre in altri casi ha il vezzo di rimanere nella storia, come l’enfatico “veni, vidi e vici” di Cesare citato da Volli nel Manuale di semiotica.

Iperbole. Avviene quando si esprime un concetto usando termini esagerati, esponendo le cose oltre misura, quindi al di sopra (per eccesso) o al di sotto (per difetto) di quello che realmente sono. Questa modalità non ha il fine di nascondere o celare qualcosa, ma invece di “esagerare” utilizzando con enfasi termini (p.es.: sovrumano, profondissimo, etc.) che sottolineano la verità e ci conducano ad essa, oppure frasi come “facciamo quattro salti”, “te l’ho detto migliaia di volte”, “mi spezza il cuore”. “Per questo valore enfatico l’iperbole ha trovato largo impiego in poesia, e soprattutto nella poesia barocca. Di frequente essa può esprimere anche una sottolineatura comico-ironica, come in questi versi di Ariosto “Quivi fè ben le sue prove eccelse, / ch’un alto pino al primo crollo svelse: / e svelse dopo il primo altri parecchi, / come fosser finocchi ebuli o aneti” (Orlando furioso, XXIII, 134-135)”. (Barberi Squarotti et al., 2004, 194).

Ironia. Chi usa l’ironia è certo che chi ascolta sia in grado di cogliere il vero senso del discorso. Con l’ironia è possibile affermare una cosa attraverso l’uso del suo esatto contrario. Un esempio mi capitò nel corso del servizio militare di leva quando, sparando, un colpo di bazooka decisamente dalla mira infelice, il commento dell’ufficiale istruttore fu ironicamente pungente nei miei riguardi: “Bravo, Pecos Bill”. Questa locuzione dai toni fortemente ironici riusciva a cogliere in tre parole la situazione e sintetizzare l’esatto stato d’animo dei protagonisti in relazione all’accaduto.

Perifrasi. “Discorso intorno”, circonlocuzione o “giro di parole” (dal greco perìphraris). Consiste nell’usare una sequenza di parole invece del termine proprio. “Colui che tutto decide” per significare ad esempio Dio. “Particolarmente usata nel discorso quotidiano è la perifrasi eufemistica, che serve o ad evitare espressioni spiacevoli ed offensive o ad aggirare  punti cruciali del discorso, usando parole più convenienti ed accorte. La perifrasi può anche caratterizzare un discorso ambiguo, allusivo o enigmatico che, attraverso un lungo percorso linguistico, lascia intuire o immaginare un fatto o un giudizio” (ibidem, 315).

Reticenza. (dal latino reticere “tacere”). Consiste nell’avviare e delineare un discorso, per poi interromperlo e lasciarlo in  sospeso deliberatamente ed allusivamente nel momento in cui i suoi sviluppi e le sue conclusioni saranno desumibili e potranno essere comunque colte da parte dell’interlocutore per evocare in lui le riflessioni e le sensazioni volute.

 

Bibliografia

BARBERI SQUAROTTI G., GORRASI G., MELIGA W., MOLINARO C., Dizionario di Retorica e Stilistica, UTET, Torino, 2004.

BRENTANO C.A., Parlare in pubblico, De Vecchi Editore, Milano, 1988.

CAMPBELL J., Come tenere un discorso, Franco Angeli, Milano, 1997.

MORTARA GARAVELLI B., Manuale di retorica, Bompiani, Milano, 1989.

RICCI G., Corso di retorica, De Vecchi Editore, Milano, 1991

VOLLI U., Manuale di semiotica, Editori Laterza, Roma, Bari, 2003

SCHOPENHAUER A. (1830-1831), L’arte di ottenere ragione, a cura di Franco Volpi, Adelphi Edizioni, Milano, 1991

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