IN SOLITUDO VERITAS. Insieme a se stessi per toccarsi nell’Anima

Inviato da Nuccio Salis

solitudine

Nei paradossi di una società che si definisce della “comunicazione di massa”, risalta in maniera piuttosto evidente una condizione di generale discrepanza rispetto a questo slogan inflazionato, e che si sente spesso ripetere. Non a caso, un noto sociologo ‘ad honorem’ che corrisponde al nome di Danilo Dolci, personalità che peraltro merita di essere approfondita e studiata per l’incommensurabile spessore personale e per le straordinarie opere umanitarie compiute, affermava che la ‘comunicazione di massa’ non esiste. Egli sosteneva, infatti, che le due espressioni (‘comunicazione’ e ‘massa’) fossero del tutto inconciliabili, visto il carattere di apertura e intima condivisione suggerito dalla prima, che mette in rilievo il valore del dono, dello scambio e dell’alleanza, e di contro una semantica che espone l’idea di un’informe pappa plasmabile e assai povera di contenuti. Seconda questa versione, in pratica, o si comunica o si fa parte della massa, non vi sono alternative.

Se pensiamo in effetti all’impiego sconsiderato che si fa dei dispositivi di contatto e condivisione, messi a disposizione dall’evoluzione tecnologica e informatica, si può valutare come sia possibile far emergere una tale contraddizione. L’aumento invasivo degli strumenti di comunicazione digitale e del loro uso sempre più versatile, sembra aver incrementato, anziché attenuare, il profondo sentimento di solitudine che molti hanno fino ad allora vissuto nel silenzio o nell’imbarazzo.

Il tabù della solitudine, peraltro, è un’ennesima forma di paura della nostra società, sempre impegnata a rifuggire sistematicamente da tutto ciò che può promuovere il contatto e la conoscenza di sé. La solitudine non è tollerata, di conseguenza non lo è il solitario, perché in qualche modo infrange questo tabù e costringe a contemplare la possibilità di saper gestire spazi ricercati in cui il tempo è investito in modo costruttivo e ri-creativo. L’incapacità di non sapere che fare del proprio tempo, quindi di se stessi, conduce a provvedere di coprire tale tempo dentro una strutturazione che salvi dall’angosciosa prospettiva di un isolamento che depriva di stimoli e svuota di senso.

Va da sé che da questo momento in poi, le solitudini intese come condizioni di cui non se ne percepiscono utilità e potenzialità, si aggregheranno in una moltitudine, formando una massa, ovvero, in conseguenza alla teoria dolciana, una entità amorfa e non comunicante. Questa è anche la ragione per cui gli strumenti di comunicazione digitale non hanno risolto il problema della solitudine, e al contrario lo hanno messo semplicemente in evidenza, mettendo in superficie ciò che prima era sommerso, ovvero una generale condizione di sofferenza e di incapacità a costruire legami basati su un’autentica e matura condivisione reciproca, fatta di fiducia, solidarietà, confronto produttivo e vera amicizia.

Tale fenomeno è ormai molto chiaro a diversi osservatori. I modelli della relazione interpersonale si erano oramai strutturati su coordinate quasi esclusivamente legate all’interesse materiale. Le occasioni offerte a bella posta dalla tecnologia multimediale ha soltanto rimarcato tale disagio, in gran parte inespresso e latente soprattutto da parte dei giovanissimi. Nella rete telematica, l’incontro fra queste solitudini profonde, nutrite da un impensabile senso di vuoto e di annichilimento, offrono innumerevoli occasioni di inconsapevoli giochi di ruolo drammatici, dando luogo a tutti quei fenomeni legati all’uso improprio del web. L’Altro da sé assume le funzioni di una sorta di surrogato identitario che svolge le funzioni ausiliarie del proprio interlocutore, soddisfacendo, almeno in modalità temporanea, fugaci bisogni e dubbi personali, protetti da un contenitore virtuale, quindi corazzati dal fatto di essere distanti, o velati da una maschera che non fa trapelare la propria autenticità.

In questa circostanza, l’estraneo è ritenuto più affidabile del famigliare o di una persona eventualmente più fidata e presumibilmente più sincera. L’interlocutore privilegiato diventa colui che non può interferire fisicamente, che non può giudicare, che non può agire in un modo eccessivamente influente, perché se così facesse, sarebbe sufficiente un click per mettere fine alla faccenda. Le potenziali trappole, dietro questo tipo di fenomeno, consistono nello strumentalizzare certi vissuti legati alle ferite personali, e che possono portare a ricercare sollievo in chi in qualche modo è riuscito ad intercettare e decodificare la voce interiore della sofferenza.

E allora in questo caso ci sarebbe da domandarsi: ‘ma è più comunicativo, o eventualmente più sociale, colui che si rivolge ad un ambiente di relazioni più ristretto e riservato, o colui che apre il proprio mondo in modo trasparente a chi di fatto non conosce?’ Quale sia la situazione più a rischio fra queste due opzioni, fra l’altro, può avere risposte assai variabili, nell’imprevedibilità di ciascuna biografia umana.

 

Educare alla solitudine

Ci si può domandare, allora, nel caso si decidesse di associare la radice di tale malessere esistenziale ad una incapacità di cogliere l’occasione produttiva offerta dalla solitudine, se fosse o meno il caso di insegnare a non avere paura del tempo trascorso con se stessi. Questo non è da intendere come un tempo vuoto, o sottratto alla vita; quanto una preziosa risorsa per imparare a conoscersi, meditare, produrre domande, generare riflessioni, arricchirsi di dubbi, rilanciarsi con nuove prospettive, trovare idee, formulare ipotesi esistenziali adeguate alla propria reale natura, sentirsi autonomi, comprendere i nostri bisogni, stimarsi e percepire di avere il diritto di fare ciò che appartiene alle nostre attitudini. Forse, d’altronde, sono proprio questi elementi che preparano un individuo a prepararsi socialmente. Solo se si è concentrati dentro una tale impalcatura di conoscenza di sé, si può godere e beneficiare della altrui presenza e compagnia. L’autenticità di sé ripara e previene da rapporti invischiati, giocati da personaggi e trame esistenziali sfuggite al nostro controllo.

Conoscersi, prima di conoscere, incontrare se stessi prima di accedere al mondo esperienziale altrui, potrebbe essere una prioritaria chiave di lettura per tentare di costruire rapporti maggiormente arricchenti e portatori di significato. Certo, non può essere trascurata la componente dello scambio intersoggettivo secondario, proprio in virtù della quale la conoscenza di sé può essere ulteriormente approfondita e chiarita. L’Altro da sé, si dirà, rimane sempre lo specchio principale attraverso cui rivisitarsi nel continuo divenire. E allo stesso modo, peraltro, noi siamo al medesimo tempo la restituzione speculare al mondo che l’altro ci offre. Ma sembra anche piuttosto assodato che molte persone, pur apparendo marcatamente ‘sociali’, si circondano di persone o fanno parte di gruppi senza poi avere di fatto legami su cui possono contare e fare affidamento. È esattamente quello che accade sui social network, dove si collezionano amici con un click, mentre di fatto si sta permettendo la pubblica visualizzazione di una parte della propria vita a degli sconosciuti!

La logica dell’aggregazione a qualunque costo e con chiunque, che si perde a ritroso fin dalla storia più remota del genere umano, è semplicemente riproposta con una nuova veste, reinserita in un contesto digitale ed accattivante, ma se è cambiato il contenitore non è cambiato il contenuto: l’essere umano. Egli sembra essere rimasto lo stesso di sempre, su questo piano: ha paura dell’abbandono, vive nell’angoscia della perdita, richiama con ogni mezzo conferme di natura affettiva, tende a creare legami che coprano il vuoto dentro cui non ha coraggio di guardare.

La società nella quale viviamo considera la solitudine un disvalore, e l’accezione con cui la intende rimanda sempre a concetti legati all’abbandono, alla non considerazione da parte degli altri, all’incompreso o al reietto dal gruppo.

La solitudine è invece un possibile ed efficace punto di forza dell’essere umano. Offre una impagabile occasione di svuotamento e rigenerazione di sé. Non è un caso che la reazione più naturale ad un dolore, a un lutto, a un avvenimento che genera una lacerante sofferenza, sia il desiderio di isolarsi. E noi cosa facciamo? Cerchiamo immediatamente di ricondurre all’ovile chi ha appena cominciato ad ascoltare finalmente se stesso ed i propri bisogni. Se la tristezza fosse un errore, d’altra parte, allora bisognerebbe ammettere che la Natura ha sbagliato a crearci con siffatti connotati. Si sente infatti spesso ripetere ‘Non essere triste’, perché l’Occidente non può permettersi la tristezza. Questa può portare al calo della produttività materiale, al costo sociale, anche se la paura più grande è che possa condurre alla conoscenza di sé, all’amore per l’autenticità, e chi ama l’autenticità ricerca e ama anche ogni verità, e chi ama la verità disturba, quindi tutto torna. Ecco perché perfino nell’ambito della relazione dell’aiuto, la tendenza usuale è di sollecitare subito un soggetto che sviluppa un problema personale, a consultare qualcuno, rivolgersi a, contattare quello e chiedere o farsi seguire da quell’altro.

E così la naturale e salutare propensione programmata dalla solitudine, viene castrata sul nascere. Si ha sovente la presunzione di poter accogliere e comprendere il dolore altrui, mentre solo il soggetto che sta attraversando il ponte della sofferenza può capire se stesso, e quindi molto spesso è con se stesso che vuole raccogliersi, per cominciare il percorso terapeutico con l’unica alleata fidata di cui dispone: la solitudine.

Ma la malattia occidentale dell’horror vacui non lo permette, e perfino l’operatore dell’aiuto molto spesso non è capace di cogliere questa straordinaria risorsa, e allora copre e violenta il sacro luogo dell’intimo silenzio, per profanarlo dei rumori delle teorie ingenue e malsane della propria cultura; una cultura che non accetta e non comprende l’immenso valore della solitudine.

Si dovrebbe piuttosto educare alla solitudine, fin da giovanissimi, prima ancora di propinare programmi di importazione che vorrebbero insegnare a stare insieme, sempre ed esclusivamente in vista di un profitto, di un risultato concreto, di una prestazione, di un voto, di un premio, e mai per il piacere di rapportarsi nella trasparenza della propria autenticità. E no, questo, la società del materialismo non può permetterselo.

D’altronde, chi dovrebbe insegnare la solitudine? Chi è l’esperto in questa sconosciuta disciplina?

 

La solitudine come ‘touch’ dell’Anima

È noto come la conoscenza di sé sia considerata soprattutto un fatto fisiologico e corporale, se considerata all’interno di un percorso di sviluppo. Il bambino, esplorando se stesso mediante il tocco, perviene a conoscenza della propria geografia corporea, si rappresenta sulla base di confini ed elementi legati alla topologia e al funzionamento del proprio schema corporeo. Ma soprattutto, facendo tutto questo mediante il tocco, sperimenta piacere, si informa di se e del mondo mediante l’esperienza del sentire, cominciando a creare tutti i rudimenti per le future concettualizzazioni più elaborate.

Ergo, il rapporto con se stessi è fondamentale per assolvere ad uno scopo di tale portata. Ed allora, quello che il repertorio cinestesico fa per il corpo, la solitudine lo fa per l’anima. La solitudine è dunque scoperta di sé, o ri-scoperta di sé, rielaborazione, consapevolezza ed aiuto straordinario per recuperarsi.

Certo, occorre una dose non indifferente di coraggio, e forse l’uomo più comune non sembra possedere o avere intenzione di sviluppare tale dote. Questo è un talento conosciuto soltanto dai poeti della vita, da coloro che hanno il coraggio di perdersi, da coloro che accettano il naufragio, e che nella perdita di ogni punto di riferimento vedono l’assoluta possibilità del rinascere e ri-crearsi. Perché la solitudine, nel restituirci a noi stessi, ci svela contenuti ignoti e profondi, quindi ci obbliga a guardare nell’abisso, distruggendo ogni illusione apollinea. Essa dunque non provvede a riparare o rafforzare il velo di Maya dell’incantesimo e della mistificazione, come invece fa l’arte, ma smembra ogni falsità, ed apre al vero. Si, sono convinto che la forza della solitudine abbia una intrinseca corrispondenza con la forza della verità, e forse è per questo che ancora oggi è guardata con sospetto e con timore da una società che pur modificando i propri strumenti, ha conservato i nodi irrisolti delle proprie paure più ancestrali.

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