Famiglia, immagine ed altre prigioni (sesta parte)


famigliaQuando ho dovuto scegliere la persona adatta ad accompagnarmi in questo percorso alla riscoperta dei miei poteri nascosti, ho messo una serie di “paletti” dai quali non volevo transigere: doveva essere donna, avere una formazione umanistica e integrata che comprendesse tecniche di lavoro corporeo, riuscire a creare quel clima di fiducia indispensabile per un buon lavoro di counseling... Per le prime due questioni tutto piuttosto semplice, la terza invece ha costituito l’incognita che mi ha accompagnata dalla prima telefonata (professionale, chiara, cordiale) all’appuntamento e che per fortuna ha avuto un esito decisamente positivo: setting accogliente, conosciuto e riconosciuto, perché in tutto e per tutto simile a quello mille volte utilizzato durante le simulazioni in aula, le due poltrone ad una giusta distanza, un piccolo tavolino su cui appoggiare i kleenex, tende arancioni e calde e poi, novità delle novità nella mia idea di setting per un lavoro individuale, un tappeto per lavorare a terra e un materasso a disposizione, strumenti questi che mi hanno subito allargato il cuore (e siccome il counselor crea le condizioni favorevoli al processo di sviluppo, già al terzo incontro ho chiesto e abbiamo contrattualizzato di lavorare a terra, perché sicuramente più funzionale al mio bisogno di sentire e perché utile come cassa di risonanza del mio personalissimo mondo!)... E poi il sorriso di Claudia e la sua disponibilità all’ascolto, l’accoglienza partecipativa di quanto da me portato nella relazione, la sua comprensione empatica e la capacità di vedere le cose come io le vedo, come se fosse il suo modo di vedere ma senza mai perdere di vista quella qualità del “come se”, che fa parte della definizione di empatia propria di Rogers.

 

Quando ho iniziato ero piuttosto in ansia, la mia paura principale era quella di non saper dare le risposte “giuste” alle domande eventuali che mi sarebbero state rivolte, avevo come al solito paura di non piacere! Inoltre temevo che non avrei avuto mai molto da dire, che alla fine tutto si sarebbe risolto nel solito banale elenco di vissuti e di cose che sentivo di aver subito e di problemi nell’accettare il mio corpo così com’è... prima di tutti gli incontri e per un periodo abbastanza lungo ho continuato a pensare di non aver nulla di cui parlare, ed invece ogni volta mi stupivo di come le parole uscissero dalla mia bocca, di come gli argomenti arrivassero in figura, di come l’ora passasse in un lampo, quasi senza avere il tempo di accorgermene.

Ed è stato un crescendo di sensazioni, di emozioni vissute a più livelli, di comprensione e di “incarnazione” perché ho cominciato a sentirmele addosso le mie difficoltà ed ho cominciato a sentirmi addosso anche tutte le mie risorse!E soprattutto ho potuto sperimentare la possibilità di agirle in un contesto protetto prima di provare a viverle nella vita di tutti i giorni...

 

All’inizio dei nostri incontri, che hanno cadenza settimanale e che ancora stanno proseguendo, abbiamo esplicitato quello che volevo fosse l’obiettivo da contrattualizzare: per fare una lettura della domanda precisa, è stato necessario vederci più di una volta e lasciare che non solo le mie labbra ma anche il resto del corpo iniziasse a parlare. Ho cominciato raccontando della mia famiglia e di me, del mio dolore, del mio disagio, della mia infanzia ma soprattutto di quello che sono ora, dei miei vestiti sempre scuri, del mio tentativo di farmi sempre più piccola per non apparire, per non disturbare, per essere accettata ed accolta... ed ho parlato anche dell’inutilità di tutto questo sforzo, a causa della mia fisicità, a causa di questo corpo che vedo sempre troppo ingombrante, di questo corpo che non sento! Ed è a questo punto che ho avuto l’insight, che ho capito che per potermi mettere realmente in ascolto (io che ho anche un master in psicomotricità funzionale nascosto in qualche cassetto... e me ne vergogno un po’!), avrei dovuto abbandonare quella poltroncina che mi faceva ripiegare su me stessa e mettermi a terra, guardarmi e lasciarmi guardare da un altro.

 

Durante questo nostro percorso abbiamo lavorato sul mio senso di colpa, su quella sensazione di malessere, di disagio, di inadeguatezza, di frustrazione e spesso di angoscia, della quale non riuscivo a distinguere le cause e a cui cercavo di dare, spesso con scarso successo, delle spiegazioni per lo più razionali. Ho sperimentato quanto il senso di colpa mi abbia portato a vivere un’esistenza che non mi apparteneva, perché mi affannavo ad adempiere a ciò che era “giusto”, a quelle norme passivamente introiettate fin da bambina, continuando ad autopunirmi ogni qual volta mi comportavo in maniera contraria alle aspettative... Sempre le aspettative altrui in figura ed io e le mie necessità immancabilmente sullo sfondo! Allora, con la guida di Claudia, ho iniziato a riflettere sul binomio volere/potere partendo da un feedback fenomenologico, potentissimo e illuminante nella sua semplicità: ogni volta, all’interno di un discorso, invertivo le due parole, potere e volere, utilizzando l’una al posto dell’altra senza nemmeno accorgermene! Passare da questo a parlare di bisogni e desideri e del mio rapporto con il desiderare, è stata una conseguenza immediata: era un bisogno da colmare, un vuoto, una mancanza o piuttosto un desiderio sentito, pensato, orientato, quello che prendeva e prende corpo ogni volta che devo prendere una decisione?

 

Questa è stata una domanda fondamentale, un punto nodale di tutto il lavoro su me stessa: la mia incapacità di sentire vero desiderio per qualcosa, l’incapacità di andare alla ricerca del puro piacere come obiettivo finale e ultimo, senza sentirmi sempre costretta a trovare giustificazioni razionali al mio agire, guardando finalmente il bicchiere mezzo pieno e la soddisfazione, invece che il bicchiere mezzo vuoto e il senso di incompleto. E allora, tra un incontro e l’altro, ho cercato di documentarmi ma anche di sperimentare: documentarmi per capire e per placare il mio bisogno di controllo, che sto mano a mano imparando a lasciar andare, e poi sperimentare per sentire il mio desiderio e permettergli finalmente di parlare...! La società, i media, le istituzioni quando interpellate, si occupano e discutono prevalentemente di bisogni, sempre in termini di esigenze o di mancanze e spesso, nel linguaggio comune, la parola bisogno ed il termine desiderio vengono erroneamente utilizzati come sinonimi, mentre hanno evidentemente caratteristiche specifiche che, in questi anni di formazione, abbiamo più volte sottolineato, soprattutto parlando di gestalt e di consapevolezza di sé.

 

Claudia mi chiede spesso, in vari momenti della nostra interazione, di dirle cosa sento, quali emozioni o sensazioni mi pervadono mentre sto descrivendo qualche situazione, qualche vissuto, mentre parlo di me in termini positivi o meno positivi. Mi rendo conto di quanto sia difficile per me, nella vita di tutti i giorni, dedicarmi a questo tipo di ascolto ed invece la potenza di questa esperienza, che mi viene proposta nel setting, quando esisto solo io nel mio spazio e nel mio tempo, mi colpisce sempre molto... è il famoso e famigerato continuum di consapevolezza, l’esperienza incarnata nel qui e ora, e ogni volta di più capisco quanto sia importante centrarsi e sentire, ascoltare a tutti i livelli quello che sta accadendo ed imparare a stare nel momento dell’emozione, invece che rifugiarsi nella testa o nel “là ed allora” che delega la responsabilità ad altri. Piuttosto che cercare di essere differente da ciò che sono, cerco di osservare come sono realmente, momento per momento, con accettazione e questo mi permette di conoscermi e di capirmi ogni volta un pochino di più, perché mette a nudo anche parti di me tenute sempre accuratamente nascoste e quindi imprigionate nella mia non accettazione che ne impedisce il cambiamento. Solitamente dopo questa fase dedicata al sentire a tutti i livelli, Claudia mi chiede la disponibilità a lavorare per qualche momento sul corpo: è la parte del nostro incontro che, negli ultimi tempi, mi piace di più perché, anche se è indubbiamente quella nella quale incontro più difficoltà, è anche quella durante cui raggiungo maggiori e più durature consapevolezze.

 

Dopo un periodo iniziale di imbarazzo sto cominciando a sentirmi nella mia pelle e a non aver più paura di mostrarmi così come sono, con le mie fragilità o con il mio corpo esposto allo sguardo di un altro che potrebbe deridermi o giudicarmi... so di essere in un ambiente protetto, davanti ad una professionista, ma so anche che io sono la persona che si sta mostrando, che sta affrontando i propri tabù ed i propri stereotipi perché ha voglia di stare bene, e che in questo risiede tutta la mia forza! Porre l’accento non solo sulla mente ma anche sul corpo, nominando e dando finalmente voce a ciò che sento, ascolto o percepisco provenire da più parti di me, fermarmi ad ascoltare il mio respiro rendendomi conto di dove si blocca, di quanta fatica faccia il mio torace ad espandersi ed il mio corpo ad ossigenarsi pienamente e a ricevere nutrimento, mi dà la possibilità di avere una visione più chiara di tutto ciò che accade in me, e di cogliere l’”ovvio” di Pearls che non ha davvero bisogno di nessuna interpretazione.

 

Proprio in relazione a questa idea di percepire l’ovvio, uno dei lavori che mi è rimasto più impresso, e al quale ancora adesso mi trovo a pensare, è un esercizio di propriocezione svolto a terra, esercizio che si è poco alla volta trasformato in qualcosa di molto più profondo: sdraiata sul tappeto, seguendo la voce di Claudia, ho iniziato a percepire una per una, singolarmente, le parti del mio corpo, portando l’attenzione, nel contatto con il pavimento, verso quelle che sentivo essere più calde e pesanti, le gambe naturalmente, per tutta la loro lunghezza ma particolarmente a livello delle cosce, e poi i glutei che avvertivo con fastidio schiacciati a terra, dilatati ad occupare sempre più spazio... non riuscivo a distogliere la mia attenzione da queste parti del corpo, trascurando tutte le altre che pur sapevo razionalmente essere dolenti o in posizione scomoda! Quando ho dichiarato questo mio disagio sono stata invitata a concentrarmi sul respiro per provare a ricentrarmi... Claudia seduta accanto a me mi osservava e probabilmente aveva già notato la mia difficoltà ad espandere il diaframma e voleva provare a portare in quel punto la mia attenzione!

 

Quando poco alla volta sono riuscita a concentrarmi sul flusso dell’aria che entrava ed usciva, lei mi ha chiesto di poter appoggiare una sua mano sulla bocca del mio stomaco e in quel momento mi è come precipitata addosso una vecchia sensazione, sensazione che credevo di aver completamente rimosso perché legata al periodo della mia adolescenza (ben venti anni fa!), quando indossavo il busto ortopedico per correggere una fastidiosa scogliosi, busto che impediva completamente alla mia pancia di sollevarsi con il respiro e al mio torace di dilatarsi oltre un certo limite, perché bloccato nel movimento da una serie di placche. Claudia ha iniziato ad esercitare una pressione sempre più forte, mi ha chiesto di provare ad opporre resistenza contraendo i muscoli addominali e di cercare di esprimere a parole il mio fastidio nei confronti della sua mano, la mia rabbia verso qualcuno che mi stava costringendo contro la mia volontà... è a questo punto che sono esplosa a piangere, rivolgendo le mie parole non ha qualcosa di esterno ma ad una parte di me, quel busto che sentivo confluente con il mio corpo, quel busto che era il mio corpo, che gli dava forma e dimensione, attraverso il quale percepivo il calore e che mi costringeva in vestiti di due taglie più grandi, in tute sformate e poco femminili, che mia madre si ostinava a farmi indossare per comodità e perché da sola non riuscivo a mettere altro!

 

E’ stato come risvegliarmi improvvisamente ed avere ancora 14 anni, è stato come avvertire nuovamente sul corpo la frustrazione, il dolore, il rifiuto e la derisione degli amici che, proprio negli anni più delicati della vita di una ragazzina, aveva amplificato il mio percepirmi diversa, sbagliata, brutta agli occhi del mondo... ricordo ancora che il soprannome più carino che avevo in quel periodo era “lavatrice”. Grazie a questo lavoro, che mi ha permesso di esperire qui ed ora sensazioni legate ad un altro tempo e ad un’altra me, ho compreso molto più chiaramente qualcosa che era già inconsciamente nella mia testa, e quando ho capito, ho perdonato il mio corpo “martoriato” e ho onorato la sua capacità di difendersi e di difendermi, in tutti questi anni, dall’immensità di quel dolore! Non si può sperare di risolvere un malessere semplicemente facendo luce sulle cause che lo hanno ingenerato, è necessario piuttosto acquisire una maggiore consapevolezza delle emozioni che ad esso sono collegate, cercando di riviverle per liberare la carica di sofferenza che si è accumulata in anni di silenzio. La “guarigione” è molto spesso legata ad un processo di disintossicazione e di pulizia dell’organismo: l’espressione di emozioni a lungo trattenute, il pianto, un urlo di rabbia che finalmente ci permettiamo di lasciar andare, a volte anche una risata di vera gioia, sono il modo più catartico per chiudere un conto rimasto in sospeso per troppo tempo!

 

Sempre più consapevole dei meccanismi che metto in atto, sto iniziando a sperimentare comportamenti diversi, sto iniziando a scegliere per me e per il mio star bene, sto scegliendo di provare a cambiare gli schemi, mi sto guardando con altri occhi e mi sto impegnando per imparare a distinguere sempre più chiaramente la differenza tra ciò che devo e ciò che voglio. Sto provando ad esprimere le emozioni senza indugi ogni volta che riesco a riconoscerle... sto decidendo di permettermi di riconoscerle anche quando questo può portare ad espormi o a rischiare lo scontro ed il rifiuto: mi sto rendendo veramente conto che chi commette un errore di leggerezza non sono io ma chi mi allontana perché non sono perfettamente come mi vorrebbe... mi sto rendendo conto che l’amore e l’affetto sono davvero altro da questo e che devo smetterla di sentirmi vittima se non voglio rischiare di diventare persecutore sulle orme di mia madre!

 

Il mio percorso è sicuramente ancora molto lungo ma l’essermi addentrata nel mondo delle emozioni, aver cercato risposte nel corpo invece che continuare ad umiliarlo, aver avuto il coraggio di affrontare le mie paure e soprattutto le mie chiusure, mi rende davvero molto fiera di me... ho capito che solo prendere consapevolezza di chi sono realmente può guidarmi verso la scelta di nuove strade, le mie strade, quelle veramente giuste per me! Questo pensiero mi riempie di serenità perché adesso so con certezza di non essere sbagliata, so di aver fiducia nelle mie capacità ma so anche che potrò chiedere sostegno a qualcuno nel momento del bisogno, perché molto probabilmente quel qualcuno per me ci sarà...

Voglio concludere questo paragrafo, dedicato alla mia esperienza di lavoro personale, con una citazione di Serge Ginger, meraviglioso terapeuta che ho avuto l’occasione di conoscere personalmente e che mi ha conquistata con la sua capacità di guardare le persone e di riconoscerle, facendosi a sua volta guardare e riconoscere senza filtri o barriere:

 

“Imparare a guidare me stesso, senza slittare sui percorsi ghiacciati dell'esistenza, senza perdere il controllo del volante con colpi di freno inopportuni; conoscere meglio le reazioni del mio veicolo e accompagnarne il movimento con fiducia e vigilanza, quale che sia il dolore o la rabbia, non fuggirli, ma andare loro incontro, riconoscerli come miei, amarli, “attraversarli” (Ginger, 1990).

E quanto è veramente importante concedersi di attraversare qualcosa per poterla finalmente conoscere!

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