Storia di un Counselor: come tutto ebbe inizio (almeno per me!) Seconda parte


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Il Master in Gestalt Counseling che ho svolto all’A.S.P.I.C. di Genova è molte delle cose che mi aspettavo, ma è pure molto di più. Gli incontri mensili diventano presto un momento atteso con trepidazione e qualche timore, come un vero e proprio appuntamento d’amore. Il gruppo iniziale comprende 14 persone con un’equa divisione tra uomini e donne. Inizialmente questa non mi pare una cosa particolarmente importante e significativa ma ben presto dovrò ricredermi. E’ tendenzialmente basso, infatti, il numero di uomini che si avvicinano a formazioni di questo tipo e mi capita sovente (in gruppi di seminari più brevi che continuo a frequentare) di essere l’unico uomo, oppure in netta minoranza. Il buon equilibrio tra uomini e donne del gruppo che ha frequentato con me il Master, quindi, è stata fonte importante di crescita per me e per le mie difficoltà a integrare tra loro la mia parte maschile e quella femminile. La prima fase è, classicamente, di chiaro innamoramento. Il gruppo è molto unito e riesce a ben sopportare le chilometriche lezioni teoriche del Dott. Testa. Io, da parte mia, riesco persino ad apprezzare l’ascolto attivo di Rogers che, fino a quel momento, mi era sembrato più che altro una “pizza” clamorosa. Ricordo ancora con piacere la mia prima esperienza di ascolto, fatta all’interno di una triade.

 

La triade è un esercizio-simulazione. E’ composta (lo dice il nome) da tre persone che sono, alternativamente, counselor, cliente e supervisore in un abbozzo di colloquio (generalmente un quarto d’ora o venti minuti al massimo), al termine del quale ogni elemento esprime agli altri il suo vissuto sotto forma di feed-back fenomenologico. Arrivo a quell’esercizio con la convinzione di avere molta predisposizione all’ascolto ma senza essermi mai cimentato in un setting stabilito e con il ruolo ufficiale di “agevolatore nella relazione d’aiuto”. Scopro subito che per me c’è una differenza enorme tra l’ascoltare un amico che racconta i suoi problemi e un ipotetico cliente che siede di fronte a me e chiede il mio aiuto. E, immediatamente, il panico si impossessa di me… I primi minuti sono dominati da un devastante dialogo interno che, come le grandi squadre di calcio, mi pressa a tutto campo schiacciandomi nella mia area e subissandomi di gol. La mia cliente porta la sua difficoltà nel non riuscire a smettere di fumare anche se le piacerebbe tanto. Parte il tourbillon interno: “Non sono capace” e ancora: “Proprio questa tematica a me che odio il fumo!”; “Dite tutti di voler smettere voi fumatori ma ve ne guardate bene…”; “Se non riesci a farla smettere di fumare SUBITO sei un fallito”; “Non so cosa fare o dire per aiutarla”; “Ma quanto manca alla fine del colloquio?”; “Vorrei alzarmi e andarmene, sto sudando”. Insomma un’ecatombe. La mia “cliente” continua a parlare ed io trovo, non so bene come, la lucidità per dare un deciso stop a tutte queste voci interne: “Ma insomma basta! Perché non la smetto e ascolto semplicemente cosa mi sta dicendo la persona che ho di fronte?”.

Improvvisamente cambia tutto. La mia attenzione si sposta sulla cliente e questo mi restituisce molta della tranquillità perduta. Smetto di pretendere da me il risultato eclatante e posso lasciare libero sfogo alle mie orecchie ed alla mia creatività. Ne risulta un movimento significativo. Sembra che la parte di lei che la spinge a fumare sia piccola e anche poco stimabile, ma che abbia un grande potere. Diamo voce a questa parte e capiamo i motivi che la spingono a “fare il suo lavoro” e cioè a non far smettere di fumare la mia attuale cliente. La quale non smette di fumare e non smetterà per tutta la durata del Master alla faccia della mia parte onnipotente; nonostante questo rimango con la piacevole sensazione di poter fare il Counselor e di poterlo fare bene, “se riesco a stare con quello che c’è”. Il Master continua tra triadi, simulazioni, teoria e momenti forti che, riprendendo una definizione cara a Perls, definiamo il nostro “circo gestaltico”. Il gruppo si rafforza molto e, in questo senso, è determinante il soggiorno residenziale a Cremolino dove incontriamo per la prima volta gli allievi del secondo anno. I poveretti diventano subito per noi il nemico, al quale rispondiamo facendo fronte comune. Probabilmente entrambi i gruppi erano animati dalle migliori intenzioni ma, si sa, le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni… Il risultato finale non è precisamente armonico. Tranne qualche eccezione il primo e il secondo anno trascorrono i due giorni e mezzo di residenziale allargato ringhiandosi a vicenda e ci vorrà del tempo per smorzare i toni di questa naturale antipatia, probabilmente in buona parte dovuta al ruolo e al senso di appartenenza che ogni fazione sviluppa.

Il nostro secondo anno è più difficile. Intanto perdiamo qualcuno per strada e questo non può non avere influenze nell’economia e nelle dinamiche del gruppo. Poi c’è un nuovo primo anno che rende il “ciclo” dei Master completo. Questo però, invece che migliorare le cose e ammorbidire le tensioni tra il nostro gruppo e quello dell’ormai terzo anno, le acuisce. Il climax di questa situazione difficile, personale e di gruppo, è per me il secondo residenziale allargato (questa volta allargatissimo per l’alto numero di partecipanti) a Borla. Uno stralcio del verbale che, per l’occasione, ho redatto io aiuta a capire bene come abbia vissuto quell’esperienza: “Ho da sempre la profonda convinzione che gli incontri residenziali siano molto intensi e che lascino segni profondi. Sarà il viaggio, che a mio parere ha un significato più pregnante del semplice spostamento, sarà la quotidianità condivisa che unisce maggiormente, saranno le condizioni di vita (nella media più disagevoli di quelle di tutti i giorni), fatto sta che il residenziale è sempre qualcosa di speciale e bello. Questo no.

Questo residenziale non mi fa lo stesso effetto di altri, anzi viene da me vissuto in maniera molto faticosa e la sua fine viene vista come una vera e propria liberazione, tanto che scappo via come un ladro senza quasi salutare. Mi aspettavo molto da questo week-end. La prima volta con un gruppo “uno e trino”, risorse moltiplicate, possibilità infinite. Con alcuni miei compagni del Master nasce anche l’idea di fare qualcosa per creare un clima più rilassato, allegro e sdrammatizzante. Ci vediamo per alcune sere e proviamo dei giochi e delle scenette comiche da presentare agli altri. Tutto contribuisce a far crescere le mie aspettative, poi deluse per problemi organizzativi e anche perché la realtà si presenta diversa da quella prevista. Il primo anno dimostra una diffidenza e una forte prevenzione nei confronti del nostro gruppo e questo fatto, invero abbastanza normale (noi l'anno prima avevamo fatto la stessa cosa, inoltre col passare delle ore questa "ostilità" si affievolisce), basta e avanza a sgonfiarmi del tutto e, per la primissima volta da quando faccio il corso, mi chiedo in continuazione: "Cosa ci faccio qui?” "E questi chi sono?”. Anche la serata del Sabato mi vede ai margini, nonostante mi sforzi di non darlo a vedere, con la terribile sensazione di non appartenere a niente e a nessuno.

Sono depresso, non c'è niente da fare, e per di più mi assale una sensazione fortissima che non mi abbandonerà per tutta la durata del week-end e per molti dei giorni successivi: io Marco Andreoli non posso fare il Counselor nella mia vita perché sono troppo depresso, perché non ho speranze di poter comprendere ed essere compreso DAVVERO, perché durante tutta la durata del residenziale non me ne frega niente di quello che capita a me o agli altri. Il lavoro, tra l'altro molto intenso visto che siamo 50 persone, non mi coinvolge quasi per nulla. Non mi ricordo un mio feed-back, non ho niente da dire, non voglio essere lì. E pensare che invece ero convinto che: “Sì questo è proprio il lavoro che voglio fare e ci riuscirò non importa quanto tempo servirà”. Nessuno dì questi fieri propositi si affaccia a Borla ed un disfattismo nuovo fa razzia dentro il mio animo che non erige alcuna barricata difensiva. Tutto intorno a me sembra volere confermare questi presagi funesti: il luogo è carino ma assai meno affascinante di Cremolino (ah, la trappola del confronto!), è brutto tempo, i telefonini non prendono, il mio amico e collega Carlo va via dopo neanche un giorno e non torna più, sento Patrizia & Paolo molto più distanti del solito, anche loro sembrano diffidenti nei nostri confronti e questo mi fa arrabbiare da un lato, mentre l'altro lato non può che riconoscere che questa diffidenza è assolutamente giustificata, strano non sia comparsa prima. (…)

Torno a casa ancora più arrabbiato e depresso di quando sono partito, con l'idea che forse ho sbagliato tutto e che dovrei smettere di fare questo corso. Sensazioni che mi accompagnano a Roma e che acquistano nuova luce in presenza di un forte feed-back ricevuto durante un lavoro: “Avrai bisogno di un po' della tua rabbia e di un po' della tua paura per essere un buon Counselor”. Il messaggio sotterraneo è: non puoi far finta che questi sentimenti non esistano e a Borla, mio malgrado credo, non ho “fatto finta”. Forse è questo il senso di un residenziale meno entusiasmante di altri”.

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