Il counseling con i bambini arrabbiati


ImageSono stati i poeti e i romanzieri i primi a parlarci dell’anima, a rappresentare e narrare la paura, la gioia, la disperazione, la felicità, l’angoscia devastante, l’invidia e la gratitudine, e la rabbia, quella distruttiva di cui narrano tanti miti e che ci mostra il dolore dei non amati, dei respinti, dei giudicati.
Della rabbia e di bambini arrabbiati parlerò, appunto, di quelli che ho incontrato presso uno studio presso il quale ho potuto fare una importante esperienza e dove lavoravano psicoterapeuti infantili e della famiglia, pedagogisti clinici, logopedisti. Questi bambini mostravano, a saperne leggere il comportamento senza giudizi, pregiudizi o moralismi, la loro paura, l’angoscia di chi sentiva di vivere in un mondo cattivo, abitato da fantasmi e presenze innominabili, un posto inaffidabile e a tratti desolato, come un deserto, nel quale, per poterci essere è necessario gridare.
Narrerò di Giovanni, il piccolo drago, al quale fu affidato il ruolo di “pecora nera” della famiglia e del suo fratello gemello.

Di bambini arrabbiati ne ho incontrati tanti: Marilisa, sboccata, manesca, eppure dolcissima, irata perché non amata da una mamma che a sua volta non conosceva l’amore; Annabella la cui rabbia assoluta e radicale mi ha posto per la prima volta di fronte ai miei limiti: la rabbia di chi sapeva di non essere stata amata sin dall’inizio, che si esprimeva con un’aggressività devastante e che ha dovuto essere seguita da uno psicoterapeuta infantile insieme ai suoi genitori.
E vedremo come una lettura attenta e rispettosa della vita di un bambino e dei suoi genitori ha consentito al counselor di individuare percorsi possibili di uscita dalla rabbia devastante per metterla al servizio della creatività.

Un counselor è in grado, considerata la sua formazione professionale, di ascoltare, oltre l’altro, anche se stesso. Nulla, infatti, accade nella persona che abbiamo di fronte che non sia accaduto già in noi. Spesso leggere l’anima del bambino che ci sta di fronte è leggere la nostra stessa anima: viviamo nella sua sofferenza la nostra sofferenza, ogni sua ferita riapre le nostre, ogni suo fantasma fa rivivere i nostri fantasmi.
E quel dolore, quelle ferite sono un bene prezioso.

Il counselor non possiede la verità perché la verità è sempre nell’altro. I nostri libri, le nostre conoscenze possono essere un utile strumento: ma in essi non c’è la verità.
Nulla, inoltre, può sostituire lo strumento che noi stessi siamo: possiamo farne vibrare le corde in modo armonico e melodioso, oppure essere maldestri musicisti e tirar fuori suoni fastidiosi .

Il counselor, nel rapporto con l’altro, attiva la sua capacità di ascolto attivo: coglie ogni gesto, ogni postura, ogni inflessione della voce o espressione del viso, le omissioni e le contraddizioni in ciò che viene narrato, per ricostruire, insieme alla persona, una storia, la possibile storia, e per aiutarla a sviluppare gli strumenti e i mezzi per risolvere le proprie difficoltà, siano esse attuali o radicate in relazioni problematiche che si sono strutturate nel tempo.
L’ascolto del counselor è anche un ascolto empatico.

L’empatia, e questo è ancor più vero nel caso dei bambini, ci permette di attivare la capacità di decentramento e di sentire le emozioni dell’altro; ci consente, cioè, di metterci temporaneamente nella mente dell’altro, per sentire quello che egli sente, il modo in cui percepisce ciò che sta vivendo.
Una parte di noi sente l’altro; una parte osservante, invece, coglie su di un piano più razionale ciò che sta accadendo al cliente, in modo da potergli restituire quel vissuto in una forma, per così dire, “bonificata”, grazie alle strategie di facilitazione.
Un counselor non fornisce mai facili soluzioni; egli sollecita le potenzialità del cliente, lascia che sia la persona a scoprire ciò che nella propria esistenza e nelle proprie relazioni crea disagio e sofferenza.

Cogliere le emozioni, consentire al cliente di vivere i sentimenti negli incontri con noi e di verificare come essi agiscano al di là della nostra consapevolezza, è parte essenziale del nostro lavoro. La gioia, la rabbia, l’amore, la felicità, la noia, la disperazione, la tristezza, la paura, l’angoscia: emozioni e sentimenti a volte così intensi che non riusciamo neanche
ad esprimere o che ci sentiamo impossibilitati a vivere, perché c’è qualcosa nella nostra vita che li inibisce o che non consente di goderne.

La rabbia è uno di quei mostri che la nostra società, la nostra cultura, vorrebbe tenere sotto controllo, negandola, ritenendola non ammissibile, e fin anche non rappresentabile.
Goya ha sostenuto che il sonno della ragione genera mostri. Mostri ancora più devastanti crea il fatto di non riconoscere le emozioni, sia sul piano individuale che storico.
Dicevamo degli scrittori: prima degli scienziati, degli psicologi, dei filosofi e dei pedagogisti hanno descritto in pagine immortali la rabbia degli uomini, hanno calato la loro sonda in ciò che è nascosto, nel vaso di Pandora che è il nostro animo.

Ecco Riccardo III, il terribile e infelice eroe di Shakespeare, lo storpio, il dimezzato, al quale non resta altro che l’odio rabbioso, dietro cui si nasconde l’invidia per i fortunati della sorte:
“ (...) io, che son reso manchevole dell’armonica simmetria, e cui la natura fraudolenta ha sottratto ogni onesta sembianza di figura umana,io, che son deforme, non finito, mandato anzi tempo in questo spirante mondo, senza che m’avessi neppur plasmata a mezzo la forma, questa così azzoppata e storpia che i cani m’abbaiano contro se m’avvio zoppicando insieme a loro... Ebbene, io (...) non ho altra distrazione che m’aiuti a passare il tempo, se non quella che consiste nel riguardare l’ombra mia nel sole e ricercar le variazioni della mia deformità. E così (...) ho deciso d’assumere, per contro, la parte del cattivo, e di portare ogni sorta d’invido odio agli oziosi piaceri di questo tempo. Ed ho tramato complotti d’ogni sorta, e pericolose premeditazioni (...)”

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