Una rete che funzioni non si improvvisa


Una rete che funzioni non si improvvisa

 

            Da condizione esclusiva o per pochi privilegiati è diventata prassi quotidiana diffusa e invadente: essere in rete, appartenere ad una rete, creare una rete e non soltanto via web, bensì anche al lavoro, tra amici alla ricerca di nuovi contatti, in ogni attività che ci riguardi. La parola relazione è stata messa da parte, limitata ad un ambito preciso e di sapore negativo, sostituita anche nell'immaginario collettivo dall'idea della rete. Solo quando la comunicazione interpersonale non risulta efficace, allora è la relazione che non funziona; per tutti i momenti in cui ci si intende, o siamo convinti di intenderci con gli altri, siamo in rete.

 

Riconosciamo anche in questo dettaglio che l'euforia del neofita di fronte all'universo web, social, whatsapp e cinguettii vari ha conquistato giovani e meno giovani, apparentemente (solo apparentemente) azzerando gap generazionali, e ciò che sorprende è che l'entusiasmo del neofita permane, anzi aumenta di intensità, ri-generato dalle continue proposte innovative del mercato. Tutto di corsa e all'insegna dell'ultimo traguardo proposto ...che è già superato nell'attimo stesso in cui lo stiamo agguantando.

            Questa euforia accomuna ogni esperienza, virtuale o reale; ci si appaga dell'essere in rete, è appagante esibire con orgoglio il numero rilevante di amicizie su facebook, o la folta schiera di chi commenta i nostri messaggi in rete, le nostre esternazioni, le nostre foto ...a prescindere dalla qualità e, perché non riconoscerlo, dal senso che possiamo attribuire al tempo dedicato a queste esibizioni. Così, d'altra parte, allargare la rete delle amicizie reali, delle conoscenze e dei contatti nel mondo del lavoro, come in quello del tempo libero, alla ricerca di novità e confronti è lo sport per eccellenza; riconoscersi in un gruppo è già un segno di vitalità, persino di riconoscibilità e di identità.

            Osservando dall'esterno, appare evidente che, per le persone che ne fanno parte e nella quale si sentono a loro agio, la rete conosce una sola dimensione: la grandezza e se stimare esattamente le dimensioni di Internet è compito difficile, è certo che il Web è sempre più grande. É la dimensione gigantesca e inarrestabile che comunica un favilla di onnipotenza anche al singolo nodo, ma è possibile che questa esperienza possa sottrarsi a quelle che sono le immancabili implicazioni di ogni azione umana? È possibile che la rete abbia valore in se stessa, indipendentemente da obiettivi, strategie, giochi di squadra, competenze e resistenze, errori e correttivi, ecc...? Perché accettare, con estrema tranquillità, che sia totalmente dimenticata la domanda se comunicare con l'altro mi aiuta e/o aiuta l'altro, se in qualche modo giova al raggiungimento di un obiettivo per me stesso, per l'altro, per la società, per la crescita in umanità?

            Scopriremmo facilmente allora che stare in rete ha significati multipli e importanti e che non è bastante che si sia connessi in tempo reale perché una rete possa dirsi funzionante/efficace: la rete resta strumento, uno strumento assai particolare, come dagli anni sessanta Marshall Mc Luhan, che in quegli anni già ipotizzava il villaggio globale,  ci ha svelato: il medium  è il messaggio[...]l'analisi dei contenuti non spiega la carica subliminale dei media. La più ovvia conoscenza di una nuova tecnologia è il fatto che dopo l'invenzione ne sorga la domanda [Gli strumenti del comunicare, Mi, '67]. E il nostro apporto? Abbiamo proprio deciso di lasciarci trasportare dalla corrente?

            Sarebbe opportuno mantenere un certo distacco da queste importanti abitudini, quel tanto che ci consentirebbe di non declinare ad altri le nostre scelte, senza neppure averne consapevolezza. Comunicare e lavorare in rete presuppone abilità e competenze assai raffinate oltre che un relazione intrapersonale  libera da tanti ...nodi.

            C'è sempre il counselor pronto a ricordarcelo, ma perché non provare a  diventare counselor di se stessi.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi 

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