IL MODELLO DIALOGICO NELLA RELAZIONE D'AIUTO


due giovani che parlano

Il modello di comunicazione tradizionalmente definito lineare viene utilizzato per un approccio centrato sull’informazione; questo modello individua oltre agli altri elementi precedentemente citati, cioè l’emittente, il ricevente ed il messaggio, anche un quarto elemento definito canale. Il canale rappresenta un mezzo, uno strumento che l’emittente usa, e attraverso il quale il messaggio passa dalla fonte al ricevente; gli strumenti utilizzati possono essere parole, suoni, gesti, etc. Quindi il canale è lo strumento utilizzato per il passaggio dell’informazione. A completamento di quanto già detto sul messaggio, vi è da aggiungere che ogni messaggioinviato potrebbe subire delle distorsioni non pianificate per cui al ricevente potrebbe giungere un messaggio diverso da quello emesso dalla fonte; in tal caso questa distorsione non pianificata viene detta rumore. Inoltre vi è da precisare che il messaggio quando viene prodotto èanche sottoposto a un’operazione di codifica, che rappresenta il modo, il come l’emittente formula il messaggio; attuando un vero e proprio processo di trasformazione del pensiero in formasimbolica.

Allo stesso modo il messaggio viene recepito attraverso un processo di decodifica,nel momento in cui chi riceve dà significato ai simboli trasmessi dalla fonte; pertanto l’efficienza del processo di comunicazione tra i due soggetti è proporzionale alla quantità e qualitàdi informazione emessa, quindi dall’adeguatezza del codice rispetto al canale utilizzato.Questo modello riveste importanza primaria per il trasferimento dell’informazione, intesa comeprocesso di passaggio da un emittente a un ricevente.

Il modello interattivo introduce nel processo di comunicazione il concetto di circolarità “Mentre nelle catene causali, che sono lineari e progressive, ha senso parlare del principio e della fine di una catena, tali termini sono privi di significato in sistemi con circuiti di retroazione” (Watzlawick et al., 1971, 39). Il concetto di retroazione è definito da Kotler “Retroazione (o feedback): la parte di risposta che chi riceve rimanda alla fonte” (Kotler et al., 1993, 825). Si potrebbe aggiungere che uno stimolo produce un processo di adattamento su chi lo riceve ed una reazione a sua volta orientata verso la fonte dello stimolo attraverso la retroazione, questa reazione diviene nuovamente stimolo capace di produrre adattamento e nuove reazioni; quindi nel modello interattivo l’unità dell’atto comunicativo non si intende conclusa conl’invio di un messaggio da un emittente a un destinatario, ma include una fase reattiva del destinatario sull’emittente.

“La retroazione può essere positiva o negativa; nel corso della nostra trattazione parleremo più spesso di retroazione negativa perché caratterizza l’omeostasi (stato stazionario) e gioca quindi un ruolo importante nel far raggiungere o mantenere la stabilità delle relazioni. La retroazione positiva provoca invece un cambiamento, cioè la perdita di stabilità o di equilibrio.” (Watzlawick et al., 1971, 24). Questo ci porta ad approfondire il concetto di omeostasi definito appunto stato stazionario, dove i soggetti interagenti mantengono, tramite retroazione, una condizione di equilibrio costante che permette solo variazioniminime tali da non modificare la struttura e l’organizzazione del sistema. “Il sistema familiare reagisce ai dati in ingresso (azioni dei membri della famiglia o circostanze ambientali) eli modifica. Si deve considerare la natura del sistema e dei suoi meccanismi di retroazione come pure la natura dei dati in ingresso (equifinalità).

Alcune famiglie riescono a incassare i colpi di grandi disgrazie e magari a trasformarli in elementi che le rendono anche più unite; altre sembrano incapaci di superare le crisi più insignificanti. Ancor più grave è il caso di quelle famiglie di pazienti schizofrenici che sembrano incapaci di accettare le inevitabili manifestazioni di maturità del loro figlio, e che reagiscono a tali deviazioni etichettandole malate o cattive. Laing e Esterson (90) descrivono la reazione della madre (“La signora Field”)di una schizofrenica di quindici anni (“June”) alla crescente indipendenza della figlia. (ibidem, 133).

Qui l’autore rende chiarissima l’idea di retroazione positiva e negativa e ci introduce al concetto di sistema, inteso come “campo” entro il quale le parti interagiscono attraverso relazioni e connessioni nel rispetto di un’organizzazione e di una struttura; o meglio ancora “possiamo riferci alla definizione di sistema che hanno dato Hall e Fagen: “un insieme di oggetti e di relazioni tra oggetti e tra i loro attributi” (62, p. 18), in cui gli oggetti sonocomponenti o parti del sistema, gli attributi sono le proprietà degli oggetti, e le relazioni “tengono insieme il sistema”.” (ibidem, 114). Il modello dialogico consolida ed integra quanto proposto dal modello interattivo; in questo modello si considerano i partners del processo di comunicazione non più soltanto come emittentio riceventi ma in quanto soggetti capaci di assumere entrambi i ruoli simultaneamente. In questo modo non esistono “unità di comunicazione” ma un processo di costruzione dei contenuti e della relazione dove un soggetto in ogni momento emette e riceve messaggi.

Vengono pertanto considerate attraverso l’analisi della conversazione tutte le attività svolte dai soggetti interagenti e impegnati nella negoziazione dei significati all’interno del processo interattivo. Michail Bachtin (1895-1975), teorico della letteratura e delle scienze del linguaggio è considerato il padre del modello dialogico; ce lo ricorda Tzvetan Todorov autore del testo: “Michail Bachtin. Il principio dialogico” (1990). Bachtin non considera la proposizione quale elemento base per lo studio del linguaggio, ma attribuisce questo ruolo all’enunciato, in quanto espressione razionale e adeguata di un pensiero o di un argomento. Partendo dall’assioma che l’enunciato non riguarda solo il soggetto parlante ma è il risultato dell’interazione con il partner, e formulando che non esistono enunciati isolati dagli altri, si giunge al concetto di dialogicità, quale luogo di elaborazione del significato.

 

Bibliografia GALLINO L., Dizionario di Sociologia, UTET, Torino, 1983. KOTLER P., SCOTT W.G., Marketing Management, ISEDI, Torino, 1993. TODOROV T., Michail Bachtin. Il principio dialogico, Einaudi, Torino, 1990. WATZLAWICK P., BEAVIN H.J., JACKSON D.D., La pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio,Roma, 1971.

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