Das UnHeimliche, … il ritorno del Rimosso


Das Unheimliche

Das UnHeimliche... il ritorno del rimosso

e l'esperienza artistica

di Giovanni Conte

 

 

Un-heimliche è una parola di origine tedesca, il significato di Heimliche è “Patrio, Nativo, Casa” dunque di ciò che è familiare. Aggiungendo la negazione un- davanti alla parola, si è voluto sottolineare che un-heimliche è qualcosa di non familiare di estraneo, più specificamente è qualcosa di familiare ed allo stesso tempo estraneo. Non c’è dubbio che un-heimliche appartenga alla sfera dello spaventoso di ciò che genera angoscia e orrore, questo termine quasi sempre coincide con ciò è genericamente angoscioso. Nella lingua italiana è stato tradotto nell’aggettivo sostantivato Perturbante.

Un-heimliche (Perturbante) è chiaramente in antitesi con la parola Heimliche e viene naturale dedurre che se qualcosa suscita spavento è proprio perché non è familiare, non è noto. Naturalmente però non tutto ciò che è nuovo ed inconsueto è spaventoso. Per rendere Perturbante un oggetto o una situazione nuova bisogna aggiungere dell’altro, e cioè che un oggetto o una situazione nuova sia percepita come estranea e come familiare al tempo stesso. Quella del Perturbante è un’esperienza che indubbiamente genera confusione.

 

Il dott. Theodor Rieck fornendo a Freud una ricerca semantica sull’origine della parola heimlich partendo da diverse lingua straniere, gli permise di scoprire che tra le molteplici sfumature di significato ce n’è una che coincide con il suo contrario, un-heimliche. Pertanto Heimliche appartiene a due cerchie di rappresentazioni che, in realtà senza essere antitetiche, sono tuttavia parecchio estranee l’una all’altra: quella della familiarità e dell’agio e quella del nascondere e del tenere celato.

Un-heimliche - dice Schelling - è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto e che invece è affiorato”. È “il nascosto” che in un qualche modo, attraverso un oggetto o una situazione, ritorna ad affiorare e genera una angoscia particolare definita, appunto, perturbante.

Jentsch riconosce l’esperienza del Perturbante nel fare l’esperienza di osservare la manifestazione della pazzia, poiché susciterebbe nello spettatore il sospetto che processi automatici, meccanici, possano celarsi ed essere nascosti, anche, in sé.

Otto Ranck contribuisce con un suo lavoro (Der Doppelgänger, 1914) a comprendere la genesi dell’esperienza Perturbante ossia “Il motivo del sosia”, “il Doppio”. Il sosia originariamente era un’assicurazione contro la scomparsa dell’Io “una energetica smentita del potere della morte” (Otto Ranck) e probabilmente il primo sosia del corpo è stata l’anima “immortale”. La creazione di un simile doppione, come difesa dell’annientamento, trova riscontro nel mondo figurativo dei sogni e dei simboli onirici. Il motivo del sosia lo ritroviamo anche nella spinta dell’arte di modellare l’immagine del defunto in un materiale durevole nel tempo o comunque nel creare situazioni che ne garantivano l’eterna esistenza, vedi la civiltà dell’Antico Egitto per esempio.

 

Queste rappresentazioni sono sorte sul terreno dell’amore illimitato per sé stessi dal narcisismo primario che domina la vita psichica sia del bambino che dell’uomo “primitivo”, e con il superamento di questa fase la rappresentazione del sosia, del doppio, cambia il segno promesso che da + diventa – , e da “assicurazione di sopravvivenza” diventa un “perturbante precursore di morte”.

La rappresentazione del Sosia non scompare necessariamente con la scomparsa e il superamento del narcisismo primario, può invece ricrearsi, con un nuovo contenuto, nelle successive fasi di sviluppo dell’Io. - Diciamo a questo punto (per riprenderlo poi alla fine di questo articolo) che nell’Io si forma una nuova istanza che è particolarmente capace di opporsi al resto dell’Io. Una istanza auto-osservatrice e autocritica (Super-Io) che segue un lavoro di censura psichico noto come “coscienza morale” -

Un altro sentimento Perturbante è rappresentato, nella propria vita, della ripetizione (non intenzionale) di eventi simili, che potrebbe anche farci sentire impotenti rispetto all’avvenimento.

Se la teoria psicanalitica ha ragione di affermare che ogni affetto connesso con una commozione* […] viene trasformato in angoscia qualora abbia luogo una rimozione, ne segue che tra le cose angosciose … è possibile trovare che l’elemento angoscioso è qualcosa di rimosso* che ritorna. Un’angoscia di questo tipo è il Perturbante, un elemento perturbante non è in realtà niente di nuovo o di estraneo, bensì è un qualcosa di familiare alla vita psichica fin da tempi antichissimi, che le è diventato estraneo solo per via del processo di rimozione.

L’Un-heimliche (il non-familiare) potrebbe essere lo stesso Heimliche (il familiare) che ritorna dopo essere stato rimosso (meccanismo di difesa). La condizione Perturbante potrebbe rispondere tutta a questa condizione.

Il Perturbante credo sia – scrive Freud – un nostro tentativo di soluzione che si verifica ogni volta che un elemento rimosso riaffiora, ma soltanto nell’accezione in cui quel rimosso che ritorna sia stato importante e psicologicamente significativo nel passato, e cioè a quando lo abbiamo considerato un tempo come effettiva la possibilità che quell’elemento potesse persuaderci realmente”.

Il problema del Perturbante può provenire da complessi infantili rimossi, (dove il problema della realtà materiale non si pone poiché il suo posto è occupato dalla realtà psichica) e da credenze legate alla vita materiale (come superstizioni, tradizioni, in termini di animismo, magia, etc. tramandati dai nostri antenati, primitivi).

Parlando di Perturbante in termini credenze, non possiamo non citare il ruolo che giocano la fantasia e la creatività. L'artista ha usato da sempre delle icone per rappresentare degli stati d’animo (per esempio con degli animali) e la loro scelta non casuale era dettata dalla “somiglianza” (motivo del sosia) con le caratteristiche da esprimere. Queste scelte apparentemente casuali probabilmente derivano dall'inconscio collettivo poiché “queste figure (archetipi) – scrive Jungprovengono da un istinto primordiale comune a tutta l’umanità, senza limiti di cultura o società, e si pongono alla base del nostro inconscio personale e delle nostre reazioni, appunto, istintive” Per esempio la visione di un serpente (anche alla prima volta e anche senza averlo mai visto) istintivamente ci pone nella posizione di allerta o di fuga, per una paura tramandata inconsciamente dai nostri antenati.

 

Nel campo delle arti figurative (in ambito estetico*) Freud usa il termine Un-heimliche per esprimere quella particolare sfumatura della paura. Alla luce del pensiero psicoanalitico, il ruolo dell’artista è mosso dagli stessi conflitti che portano altre persone alla nevrosi: l’arte è un'attività che si propone di mitigare desideri irrisolti, in primo luogo nello stesso artista e in seguito nel fruitore. Possiamo intenderla (l'arte: l'esperienza artistica) come una sorta di “terapia” che riesce a mediare il desiderio e la realtà, trovando una dimensione di mezzo nel quale l’uomo possa vedere realizzate istanze inconsce altrimenti inesprimibili o comunque difficilmente esprimibili.

In un breve saggio Freud evidenzia il legame tra la produzione poetica del Poeta e il gioco del bambino. “Anche il poeta fa quello che fa il bambino giocando: crea un mondo di fantasia, che prende molto sul serio; che, cioè, carica di forti importi d’affetto, pur distinguendolo nettamente dalla realtà […] il bambino gioca, e nel gioco trova piacere, soddisfazione, realizzazione; egli racconta i suoi giochi, li condivide con i compagni e cerca di coinvolgere anche i genitori. Ma una volta divenuto adolescente questi giochi si fanno segreti, diventano fantasie non comunicabili [...] Di più: l’adulto si vergogna a comunicare questi «sogni ad occhi aperti» e spesso crede sia il solo a farli; se poi trovasse il coraggio di parlarne, il più delle volte provocherebbe nell’ascoltatore un freddo scetticismo o addirittura una certa ripugnanza [...] L’artista, il poeta, hanno al contrario una dote speciale: riescono a portare alla luce le loro fantasie senza provocare disprezzo, ironia”

L’opera d'arte appaga un piacere preliminare dell'artista e proietta (l'artista quanto il fruitore) in un mondo interno di simboli che rievocano la sensibilità inconscia di entrambi. Facciamo un esempio citando Il mago sabbiolino di Hoffmann:

 

Certe sere la madre aveva l’abitudine di spedire i bimbi a letto di buon’ora con l’ammonimento: “Arriva il mago sabbiolino”; e il bambino udiva davvero ogni volta il passo pesante di un visitatore che, per quella sera, si accaparrava il padre. Interpellata sul mago sabbiolino, la madre ne negava l’esistenza: “Non è che un modo di dire”, affermava. Ma c’era una bambinaia in grado di dare notizie più precise: “È un uomo cattivo che viene dai bambini quando non vogliono andare a letto e getta loro negli occhi manciate di sabbia, tanto che gli occhi sanguinanti balzano fuori dalla testa. Allora li getta nel sacco e li porta nella mezzaluna e li dà da beccare ai suoi piccoli, che stanno nel nido e hanno il becco ricurvo come le civette, col quale squarciano gli occhi dei bambini cattivi.”

 

Tra gli innumerevoli ritratti e autoritratti, che la storia dell’arte custodisce, in particolar modo a partire dal Novecento, ovvero da quando per l’artista è diventato di primaria importanza indagare la propria interiorità, ve ne sono alcuni che attirano in particolar modo l’attenzione; sto parlando di quelli in cui gli occhi sono chiusi, coperti, cancellati, o perfino vuoti. Ciò che infatti colpisce di queste opere è vedere come lo sguardo, scomparendo, sia in grado di trasformare e stravolgere completamente l’intero volto, lasciando al suo posto solo inquietudine e smarrimento. In realtà, che l’occhio e lo sguardo abbiano un certo “potere” è noto da sempre, fin dai tempi del mito: tutti ricorderanno, infatti, il terribile sguardo pietrificante di Medusa, il mostro dai connotati femminili, che Teseo, eroe portatore della razionalità, è costretto a decapitare, per riuscire a bloccarne l’effetto malefico. Lo stesso Caravaggio rappresenta questa diabolica creatura concentrando tutta la sua potenza espressiva proprio negli occhi, talmente straniati e atterriti da colpire immediatamente l’osservatore.

Nell’ambito dell’eros, poi, si narrava di una dea, il cui epiteto di riconoscimento e identificazione era proprio “dal dolce sguardo”; il suo nome era Persuasione, in greco Peitho, e faceva parte del corteo di Afrodite. Come si può ben immaginare, le sue arti erano gli occhi, il suo campo di azione privilegiato la seduzione. Infine, anche nell’ambito della magia, come in quello della retorica e dell’eros, lo sguardo non poteva che essere importantissimo. Il termine latino fascinum o fascinatio, infatti, che rimanderebbe letteralmente all’ambito erotico, era, invece, associato al termine greco baskanìa, che indicava l’idea di “guardare storto”, guardare con invidia e quindi gettare la malasorte; era l’atto che le culture popolari definivano come “malocchio” e che, dunque, nell’immaginario antico, era percepito come una sorta di stregoneria mediata dallo sguardo.

La lezione che quindi il mondo antico ci lascia, a riguardo dell’occhio e dello sguardo, è che il vedere è da considerarsi sacrum, che letteralmente vuol dire cosa sacra. In realtà, però, il termine latino contiene in sé un’ambiguità di fondo: esso, infatti, significa, sì, sacro, ma anche maledetto, sì divino, ma anche diabolico. Proviamo allora a fare un passo ulteriore: se prendiamo in mano un dizionario tedesco e cerchiamo ad esempio l’aggettivo divino, notiamo che uno dei tanti modi di tradurlo (anche se non il primo) è con il termine heimlich, che appunto, in uno dei suoi ultimi significati sta per mistico, allegorico, occulto, divino. Ma a chi conosce Freud o ne sa qualcosa di psicologia dell’arte, questa parola non può passare inosservata; essa, infatti, preceduta dalla particella negativa un-, forma il termine Un-heimlich (Perturbante), che sta proprio ad indicare quella “qualità del sentire” di cui Freud si occupa nel suo saggio Il Perturbante, datato 1919. Anche unheimlich, come l’antico aggettivo sacrum (e qui aumentano le coincidenze tra le due parole), ha in sé una doppia valenza: se, infatti, heimlich (da Das Heim, la casa), nel suo primo significato, vuol dire confortevole, tranquillo, familiare, domestico, aggiunto della negazione un-, invece, può assumere il senso contrario, cioè qualcosa di talmente intimo, e dunque segreto, da diventare angosciante. Tornando dunque alle singolari somiglianze tra i due termini sacrum e unheimlich, abbiamo visto che, oltre all’ambiguità semantica che entrambe nascondono, la forma “positiva” (heimlich) della parola tedesca corrisponde nel suo significato (o almeno in uno di questi) a uno dei due significati della parola latina (divino). Quindi, riassumendo, se è vero che il vedere è sacrum e che il sacrum ha in qualche modo a che fare con l’unheimlich, allora potremmo dedurre che l’occhio cela in sé qualcosa di “perturbante”, che forse viene alla luce proprio quando ciò che lo nasconde lascia al suo posto un vuoto, quando cioè lo sguardo non c’è. Ma perché l’assenza degli occhi provocherebbe proprio questa particolare e angosciante sensazione?

Freud risponderebbe così: “L’esperienza psicoanalitica ci avverte che siamo di fronte a una tremenda angoscia infantile, causata dalla prospettiva di danneggiare o perdere gli occhi. Questa paura sussiste in molti adulti, i quali non temono nessuna lesione organica quanto una lesione agli occhi. Del resto, non si usa forse dire che si custodirà qualcosa come la pupilla dei propri occhi? Lo studio dei sogni, delle fantasie e dei miti ci ha poi insegnato che la paura per gli occhi, il timore di perdere la vista, è abbastanza spesso un sostituto della paura dell’evirazione […] Si può cercare di rifiutare per via razionalistica questo collegamento tra il timore per gli occhi e la paura dell’evirazione, e trovare comprensibile che un organo prezioso come l’occhio sia protetto da un grandissimo timore; anzi – facendo un altro passo avanti – si potrebbe affermare che dietro la paura dell’evirazione non si nasconda nessun segreto più profondo e nessun altro significato. Ma, così facendo, non verremmo a capo della relazione sostitutiva che si manifesta nel sogno, nella fantasia e nel mito tra l’occhio e il membro virile, e non riusciremmo a cancellare l’impressione che un sentimento particolarmente intenso e oscuro sorga proprio contro la minaccia di perdere l’attributo sessuale, e che solo questo sentimento conferisca risonanza all’idea della perdita di altri organi.

 

Per Freud, dunque, è la paura dell’evirazione a nascondersi dietro quell’angoscia così “perturbante” che la vista (o la paura) della perdita degli occhi provoca. E proprio alla luce di queste considerazioni, egli prima (1919) rilegge il racconto di E.T.A. Hoffmann Il mago sabbiolino e, dopo pochi anni (1922), rivede anche la figura di Medusa. Senza entrare qui nel merito delle due dettagliate analisi freudiane, quello che ci interessa solo sottolineare in proposito è che, secondo Freud, in entrambi i casi quasi tutto ciò che è “perturbante” ruota attorno allo sguardo e alla sua assenza. Nel racconto di Hoffmann, infatti, la figura stessa del mago sabbiolino che strappa gli occhi ai bambini, costituirebbe il vero motivo “perturbante”, proprio perché il timore della perdita degli occhi è strettamente associato al complesso infantile rimosso della castrazione; per quanto riguarda poi Medusa, egli sostiene che all’evirazione si riferisca direttamente, oltre il fatto che la testa sia mozzata, anche il fatto stesso che chi la guarda rimanga pietrificato, in quanto la pietrificazione, che simboleggia l’erezione, costituirebbe a sua volta una difesa dall’idea stessa della castrazione. Ma, proprio prendendo spunto da questi due esempi, occorre precisare una cosa: come infatti sostiene il professor Ferrari (docente di Psicologia dell'arte all'università di Bologna), la valenza forte che Freud dà al Perturbante, in quanto spaventoso e angosciante, riguarda soprattutto l’emergere di specifici contenuti rimossi associati in particolare a complessi infantili quali la castrazione. In realtà, invece, il più delle volte si assiste a quella che il prof. Ferrari chiama una vera e propria “disseminazione del Perturbante”; cioè, in molti casi, più che di una reale angoscia, si tratterebbe piuttosto di vaghe sensazioni di turbamento, inquietudine, spaesamento, “che pur non avendo il carattere paralizzante dell’angoscia o dell’orrore di cui parla Freud, toccano comunque qualcosa di intimo, lasciando in noi un’impressione, una traccia molto profonda”. È quindi il caso di distinguere – prosegue il prof. Ferrari – un Perturbante in senso forte, caratterizzato da un’emozione intensa e legata più direttamente ai contenuti, e un Perturbante in senso debole, collegato soprattutto al modo particolare in cui ciascuno di noi vive determinate esperienze. Ricollegandoci proprio a quest’ultimo concetto non solo i ritratti e gli autoritratti senza sguardo hanno in sé qualcosa di “perturbante”, ma anche, appartengano a questo secondo tipo di Perturbante; non credo infatti sia possibile dire con fermezza che essi generano nel fruitore orrore o angoscia profonda (se non in alcuni rari casi), piuttosto è più corretto dire che lasciano proprio quel senso “disseminato” di perturbante di cui si parlava, una vaga impressione di disagio e inquietudine che, per quanto debole, riesce comunque a toccare il nostro animo.

 

Come scrivevo inizialmente “l’arte è un'attività che si propone di mitigare desideri irrisolti, in primo luogo nello stesso artista e in seguito nel fruitore. Possiamo intenderla (l'arte: l'esperienza artistica) come una sorta di “terapia” che riesce a mediare il desiderio e la realtà, trovando una dimensione di mezzo nel quale l’uomo possa vedere realizzate istanze inconsce altrimenti inesprimibili o comunque difficilmente esprimibili” e a seguito del racconto del Mago Sabbiolino possiamo dedurre che nell'esperienza artistica (nella posizione di “creatore” principalmente ma anche da fruitore) si può assistere ad uno sdoppiamento del proprio Io. Una parte di noi crea e una parte controlla e giudica. Questa azione ci permette di prendere una distanza emotiva dai contenuti interiori veicolati dal “segno artistico” (e con segno artistico mi riferisco tanto ad un disegno, quanto alla parola scritta) e contemporaneamente ci consente di diventarne consapevoli, restituendoci un potenziale beneficio sul piano del benessere psicologico.

 

Per tanto l'attività artistica può a buon diritto essere interpretata (come già succede) oltre che un tramite, per aiutarsi, anche come un mezzo per la “risoluzione” di un sentimento Perturbante, attraverso la possibilità di rendere consapevole un movimento interno che ci turba.

L'Arte e la sua storia sono cambiate con la comparsa di Freud, con la psicoanalisi possiamo distinguere un prima e un dopo nel corso della storia dell'arte, come accadde ad esempio con la comparsa di Giotto nel medioevo. L'artista contemporaneo è rivolto a conoscere i moti del suo animo, diversi movimenti all'inizio del 1900 si ispirano alla psicoanalisi. L'arte come terapia è nota sin dai tempi antichi ma solo nel '900 nasce un approccio scientifico, con la comparsa dell'atelier artistico nei manicomi e con movimenti come l'Art Brut. Non solo la pittura o la scrittura (campo di principale interesse psicoanalitico) ma anche il teatro e la musica si sono sviluppati in questa direzione.

 

Concludendo, riporto di seguito le parole dell'associazione ALBA attraverso un libro che raccoglie le testimonianze di quegli utenti che hanno frequentato i laboratori di arte-terapia (in particolare la scrittura), all'interno di un ospedale psichiatrico:

 

[…] da quando ho iniziato a seguire i gruppi d’auto-aiuto sono riuscita a ristrutturare molto bene la mia identità, unendo i benefici della rete di sostegno sociale dell’auto-aiuto alle cure farmacologiche, ad un percorso di psicoterapia, la frequentazione di laboratori di arteterapia e il percorso formativo del facilitatore sociale: gli episodi depressivi e ipomaniacali si sono progressivamente ridotti, i sintomi fortemente depotenziati al punto da essere gestibili senza l’apporto degli psicofarmaci.

[…]

Freud ha parlato di Unheimliche, che non è solo il Perturbante (un’accezione più in senso emozionale del termine) come è stato tradotto e comunemente inteso, ma anche e soprattutto lo “spaesante”. Quando è possibile avvertire l'inquietudine della presenza dell’estraneo anche dentro di noi nel trovarci in luoghi estranei. A questa condizione molti internati nel manicomio hanno reagito con la rassegnazione, diventando figli della nuova casa. Altri ancora si sono dimostrati irriducibili e ribelli. C’è però, anche in situazioni di estrema desolazione, sempre il bisogno di mettere radici. Sembra che non se ne possa mai fare a meno: anche nel deserto, questo avviene ed anche in situazioni di utopia come nel manicomio, nell’assenza di un luogo, come ci informa Simone Weil con un’espressione suggestiva. La parola, negli anni della più dura e pesante istituzionalizzazione, è quasi sempre rimasta sospesa nel vuoto. La “corrispondenza negata” ha per questo un alto valore simbolico. Non è semplice censura. È disconferma: “tu non esisti”, questo è il senso di questa parola. […] Tu fondamentalmente afasico, puoi esprimerti soltanto con il linguaggio della follia, che il sistema istituzionale provvede a definire ed a categorizzare negli schemi del sapere clinico e nosografico, o con i tuoi anomali comportamenti inquadrabili nel sapere custodialistico della classificazione comportamentale. Altro non ti è possibile fare.

La disconferma non riguarda la verità o la falsità della definizione che l'altro ha dato di sé, ma nega l'altro come emittente della comunicazione e negando l’altro come soggetto ha a che fare con il riconoscimento. In altre parole è un messaggio, come prima ho detto, del tipo "tu non esisti". Esso si avvicina al concetto di indecidibilità, mina l'autenticità dell'individuo che è totalmente mistificato e alienato. Non essere riconosciuto come persona, questo è il senso più profondo della disconferma.

 

 

[*]

Affetto: Dobbiamo qui intendere la parola affetto non nel suo uso comune ma come una risposta biologica alla stimolazione, l’affetto comprende processi automatici multidimensionali “fisiologico, motivazionale, neurale” implicato nel sistema adattivo di risposta comportamentale… gli affetti non implicano una valutazione riflessiva semplicemente insorgono, mentre sia le emozioni che i sentimenti sono prodotti coscienti di tali processi affettivi inconsci.

Commozione: La parola commozione si riferisce ad un forte sentimento (esprimibile con tremori, lacrime, magone, pianto) che provoca uno sconvolgimento emotivo in certe situazioni, per esempio, ansiose o di ammirazione.

Rimosso: da Rimozione, è un meccanismo di difesa secondo cui ricordi, immagini, pensieri ed emozioni dolorosi e/o inaccettabili sono relegato alla sfera dell’inconscio. Il materiale rimosso è così profondamente censurato dall’Io e dal Super Io che è “come se non fosse mai esistito” e inizialmente cerca di riemergere tramite i lapsus linguae ed i sintomi.

Estetica:L'estetica è un settore della filosofia che si occupa della conoscenza del bello, del naturale, dell'artistico, e dello scientifico, ovvero del giudizio, morale e spirituale. Letteralmente significa percezione, percepire attraverso la mediazione del senso.

 

 

A cura di Dott. Giovanni Conte

Counselor Professionista

http://ilmiocounselor.jimdo.com

 

 

 

Fonti:

  • Sigmund Freud, Saggi sull’Arte, la Letteratura e il Linguaggio, Bollati Borringhieri, Torino 2008, pagg 47 - 60; 267 – 309

  • Lesile S. Greenberg, Sandra C. Paivio, Lavorare con le emozioni in Psicoterapia Integrata, Sovera, trad. C. Anagnostopoulos, Roma 2004, pag 25

  • C. Feltham, W. D (a cura di E. Giusti), Dizionario di Counseling, Sovera, trad. P. Crimini, Roma 1995, Pag 244

  • Alessandra D’Agostino, Lo sguardo che non c’è. Ritratti e autoritratti “perturbanti” Interventi A.A. 2005-2006 Università di Bologna, pubblicato su “Psico-Art, la psicologia dell’arte a Bologna” www.psicoart.unibo.it

  • Diana Gallo, Presidente Associazione L’ALBA auto-aiuto,Andata e Ritorno,Testimonianze di trasformazione nei gruppi di auto-aiuto, San Miniato (PI) 2009

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