Il counseling e la scrittura creativa


Mi piacerebbe che, prima di leggere questo pezzo, voi lettori assidui di Simbiosofia, andaste a ricercare l’articolo del numero scorso, dal titolo “Mettiamo in campo due forze: il Counseling e la scrittura creativa!”. Ci servirà a creare un continuum, nell’affrontare questo argomento, che cerca di spiegare l’utilità e la necessità della scrittura creativa in un processo di insight, di consapevolezza di se stessi e del proprio modo di essere, tramite un percorso Counseling, una relazione di aiuto.

            Oggi, in particolare, vorrei fare con voi questa riflessione: quanto successo pensate potrebbero ottenere i romanzi, i racconti, i film, le opere di drammaturgia, le canzoni addirittura, se non ci immedesimassimo in qualcuno dei personaggi raccontati? La risposta -secondo molti e secondo me - è semplice: nessun successo!

A pensarci bene, ci capita sempre di affezionarci al personaggio di cui leggiamo le “gesta”, ci lasciamo intenerire, ci emozioniamo, ci arrabbiamo, sussultiamo o ne restiamo travolti, senza nemmeno, forse, domandarci mai la ragione. Nel Counseling (e non solo), la capacità di sentirsi vicini a qualcun altro (nel bene o nel male, nella vita come nei libri/film/opere/canzoni) ha un nome ben preciso: empatia. 

 

Di questo “sentore” Carl Rogers, psicologo umanista, ideatore della terapia non direttiva, diceva: “Significa vivere temporaneamente nella vita di un altro, muovendocisi delicatamente, senza emettere giudizi; significa intuire i significati di cui l’altra persona è scarsamente consapevole, senza però svelare i sentimenti totalmente inconsci, perché ciò sarebbe troppo minaccioso. Coinvolge la comunicazione delle vostre percezioni del mondo dell’altro, del quale osservate con sguardo sereno e nuovo quegli elementi che l’altro teme di più. Significa controllare frequentemente in compagnia dell’altro l’accuratezza delle vostre percezioni ed essere guidati dalle reazioni che ricevete. Siete il compagno fiducioso nel mondo interiore dell’altro.”

Dando un’occhiata al testo di C. Vogler (citato nell’articolo precedete), uno degli autori più importanti, tra coloro che spiegano come costruire una storia di successo, troviamo queste parole: “Tali storie rappresentano modelli precisi del funzionamento della mente umana, sono delle vere e proprie mappe della psiche, psicologicamente valide ed emotivamente realistiche, anche quando ritraggono avvenimenti fantastici e irreali. (…) Possono essere applicate per comprendere quasi ogni problema umano e sono una buona chiave per andare incontro sia alla vita che al pubblico di massa in maniera più efficace.”

E’ proprio l’empatia, dunque, il filo conduttore tra il personaggio di una storia inventata e la persona reale, e gli autori dei best-seller, che cercano l’interesse del pubblico, lo sanno benissimo.

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A cura di Antonella Cantisani

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