L'Angelus di Millet - Parte seconda

Inviato da Luciano Berti

angelus daliLa ritrovai seduta davanti a me, con la scrivania di mezzo, allo stesso modo del colloquio precedente, vestita in maniera identica. Le chiesi se fosse riuscita ad uscire di casa senza problemi. Mi rispose negativamente, anzi si sentiva più agitata e non dormiva bene. Aveva abusato di benzodiazepine. Era nervosa, alla faccia dell'effetto del farmaco. All'opposto stranamente, mi sentivo più tranquillo rispetto all'incontro precedente. Volevo capire quale fosse il vero problema di Chiara e dovevo cercare di dialogare con quella parte ombrosa, ancora presente, avvalendomi di quel sogno che l'aveva portata da me e sollecitando la sua capacità di cogliere le opportunità. Applicai un metodo che solitamente utilizzo perché credo nel valore facilitante della scrittura o del disegno. Presi dunque un foglio bianco e le dissi: "Ha sognato un prato verde senza nulla intorno. Questo - le dissi indicando il foglio - è il prato. Perché non disegna ciò che le sembra che potesse mancare in quel sogno? ".

Afferrò il foglio e la matita e dopo qualche istante disegnò due persone, un maschio ed una femmina che si guardavano. Mi ricordava un dipinto di Millet: l'Angelus. Spesso i movimenti empatici mi portano ad abbinare le situazioni a delle espressioni artistiche. Un dipinto che mi ha sempre sollevato curiosità e che in quel frangente mi sollevava anche qualche inquietudine... Il dipinto rappresenta due contadini in un campo intenti alla preghiera dell'Angelus al tramonto, colti in controluce su uno sfondo agreste. Un quadro definito da Salvador Dalì "l'opera pittorica più inquietante, più enigmatica, più densa, più ricca di pensieri inconsci che sia mai esistita". Forse la mia personale passione per Dalì influenzava il counseling... Le chiesi chi fossero e mi rispose che erano una coppia. Sembrava ancor più agitata. Io mi sentivo distaccato, quasi a voler eliminare ogni emozione per concentrare l'attenzione. Le domandai di nuovo chi fossero e che ci facevano nel prato. La sua risposta fu "Sono due innamorati". Mi venne spontaneo chiederle il motivo di quell'aggiunta sul foglio. Rispose che la vita andava avanti perché uomini e donne si "mettono insieme".

E tu che pensi? – aggiunsi.

"Mi piacerebbe avere un ragazzo con cui condividere i miei sogni, ma purtroppo non posso".

La richiesta di spiegarmene il motivo era scontata.

"Mia madre non vuole assolutamente che abbia qualcuno. Dice che sono troppo giovane, che devo studiare e ho tempo per queste cose. Rischierei, secondo lei, di rovinarmi la vita. Quando parlo di ragazzi con le mie amiche mi sento uno zombie. Mia madre forse ha paura che ci faccia del sesso".

E tu cosa le rispondi? - domandai.

Cominciò ad emergere un quadro meno idilliaco di quello presentato all'inizio. Un quadro dominato da una madre un po' dispotica e da un padre, a quanto pare, poco tenero con la moglie. Ecco emergere una rabbia verso i genitori che esercitano un ferreo controllo sulla sua vita bloccando, forse per dispotismo il padre e gelosia la madre, i suoi tentativi di indipendenza affettiva. La rabbia per i suoi innamoramenti forzatamente sopiti e coltivati solo nei sogni. La rabbia perché la volontà realizzatrice che derivava dai sogni si scontrava con la sua incapacità a reagire. Esplode tutta la sua emotività nel racconto, commisurata dai pianti e dalle gestualità rabbiose. Ecco una bella risorsa: la rabbia. Utilizzata in giusti binari potrà renderla più forte e sicura di sé e contribuirà ad aiutarla a trovare la strada della propria autonomia. Sono quasi partecipe di questa rabbia e dentro di me spero si apri un bel conflitto in famiglia. Spero che Chiara reagisca, magari rompendo qualche vaso o mangiando senza aspettare il padre. Forse mentalmente esagero, ma mi sento sollevato. Mi rendo conto che è ciò che prova lei stessa. L'espressione del viso, se pur solcata dal segno delle lacrime appare distesa. Per lei è una liberazione. Aver espresso questa volontà di ribellione l'aveva sbloccata. Le connotai questa sua rabbia e lei accennò un sorriso compiaciuto. Non ci fu bisogno di ulteriori domande e di ulteriori risposte. Le diedi un nuovo appuntamento e ambedue probabilmente eravamo consci che sarebbe stato l'ultimo. Al successivo colloquio, dopo due settimane è allegra, ha perso quel tono ombroso per dar spazio ad una espressività più solare. Mi torna in mente Dante: "...e quindi uscimmo a riveder le stelle" (Inferno, canto XXXIV). Ha affrontato sua madre dicendole che non può entrare in tutte le questioni della sua vita e che è libera di decidere per sé. "Le ho detto che non voglio ridurmi a impastare argilla tutto il giorno, come fa lei, per compensare la sua infelicità" aggiunge con un tono quasi trionfalistico. La madre si era scatenata dando in escandescenze ("ha dato fuori di matto") sostenendo che Chiara non aveva rispetto per lei. Poi qualche ora dopo era andata nella sua camera e scusandosi per i cinque minuti di "follia", le aveva confidato i disaccordi col padre. La sintomatologia agorafobica era improvvisamente scomparsa dopo questo episodio. Ora andava a scuola da sola senza nessun problema. Si sentiva più libera, anche se aveva preso maggior consapevolezza delle proprie responsabilità. "Prima, in un certo senso, qualcuno decideva per me, e pur stando male, non avevo il problema di domandarmi come dovessi agire". Nei confronti della madre si sente più comprensiva, anche se in un certo senso, per usare le sue parole "Mi rispecchio in lei. Vedo me fino a qualche giorno fa perennemente indecisa e passiva". Chiara sta modificando il suo coping, da passivo ad attivo, attraverso la consapevolezza della sua capacità di arrabbiarsi e della forza del proprio io. Il prato era probabilmente lei stessa, il suo mondo senza un riferimento preciso. Il vuoto intorno il suo sentirsi sola, il non poter porre qualcosa tra sé e i genitori. L'urlo, che via via si esauriva, rappresentava non la paura, come avevo pensato all'inizio e come lei stessa credeva, in quanto sentimento forse più accettabile, ma la rabbia per la propria incapacità a reagire e a trovare una propria autonomia affettiva. In quel prato correva incontro a se stessa senza tuttavia ritrovarsi, in un disperato tentativo di ricerca di un'identità adulta ed autonoma. La minaccia era rappresentata dal blocco, dal senso di colpa e disistima di sé che potevano conseguire alla incapacità assertiva. Ora reagisce pur sapendo che dovrà condurre se stessa per mano, rischiando e assumendosi la responsabilità delle proprie scelte. Ora quel prato è più ricco, più colorato anche se più impegnativo. Ora è più simile al campo di papaveri di Monet...

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