Solo per amore Caregiving : un dono d’amore parte III

Inviato da Sabrina Gatti

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La vita non è un sogno , anche se alle volte può essere ancor più splendida di una visione onirica , tuttavia, non è un buon motivo per svilire un impegno, che non ha affatto bisogno di essere sminuito. Accudire un familiare non autosufficiente, non è e non sarà mai un gioco, poiché, nonostante sia credenza comune, non c’è nulla di romantico nelle malattie, ed accanto ai sentimenti è bene sempre accostarci la ragione, perché un simile impegno, non si risolve in pochi giorni ma spesso in molti anni di cura e devozione, che alla fine, avranno reso più sopportabile la sofferenza

 

del malato, ma cambiato per sempre la vita del suo congiunto, che alla fine si ritroverà comunque in un vicolo cieco, sia che abbia raggiunto un età avanzata, che non gli consentirà di rientrare nel mondo del lavoro o di accedere direttamente alla pensione, creando quindi una persona indigente e ancor più emarginata, o una persona ancor giovane per ricevere una qualche forma di sussidio, ma impossibilitata a trovare occupazione, per i troppi anni trascorsi in questo ‘’dono d’amore’’ , la cui esperienza, e le competenze acquisite, perché in questo frangente se ne acquisiscono più che in un ospedale, non verranno valutate come positive, né tenute in considerazione alla presentazione di una eventuale candidatura, in quanto non ottenute in maniera ‘’convenzionale’’, con il risultato che le risposte ottenute saranno sempre ‘’si ma non sei un’infermiera’’ ‘’in fondo hai lavorato in casa tua…sempre che tu abbia lavorato…’’ ‘’insomma accudire un disabile o un anziano malato, cosa ci vuole…’’. Le classiche risposte di chi non capisce nulla, che chiama il ‘’welfare familiare’’, ‘’amore e devozione’’, e che considera dovere oltre che indole naturale di una donna, perché quasi sempre della popolazione femminile si parla, quando è l’argomento cure familiari ad essere analizzato, accudire chi è più debole ed indifeso, e quando si tratta di dovere, questo non rende merito, non è un motivo di rispetto e di stima, ma solo un ‘’hai fatto quello che dovevi…che cosa pretendi…’’ così che un’ora lontano dal congiunto affetto da sventura, divenga per la caregiver fonte di biasimo e condanna sociale, e non una pausa necessaria, in quanto anche lei è un essere umano, non solo un’altra strumentazione medica nata solo per far sopravvivere qualcun altro. Amore , dono di sé, ma anche aiuto, per entrambi… perché aiutare il caregiver, significa anche sostenere il parente malato, al familiare indissolubilmente legato, qualunque sia il suo grado di parentela. Se nell’immaginario collettivo, la persona bisognosa di cure ed attenzioni, è un anziano , nella realtà molto spesso , questa persona non è affatto avanti con gli anni, anzi è spesso un fiore che ancora non ha iniziato a sbocciare. Come tra i caregiver. Tra di essi, infatti, la categoria, ancor più svantaggiata, è quella dei cosiddetti ‘’giovani caregivers’’. Si tratta spesso di bambini o adolescenti, non ancora maggiorenni , che si dedicano alla cura ed all’assistenza di un familiare, ricoprendo un ruolo e con delle responsabilità normalmente associate ad una persona adulta. Sono essi, figli, fratelli o nipoti oppure giovanissimi genitori… Quando infatti l’età è tra i 18 ed i 25 anni siamo di fronte ai cosiddetti, ‘’giovani adulti caregivers’’. Genitori… Non c’è infatti solo, la nuora cinquantenne che si occupa dell’anziano suocero, o la figlia ormai prossima alla pensione che deve accudire i genitori quasi centenari, ma sempre più spesso, la giovanissima mamma, neanche trentenne, che alla gioia di aver avuto un figlio, dovrà sempre associare il dolore per la disabilità cronica dalla quale è affetto, e disperarsi di giorno e di notte per tutta la vita, per il futuro di quella creatura che ha messo al mondo, e che presto o tardi, dovrà lasciare e non sa in quali mani, poiché lui non sarà in grado di cavarsela da solo e lei non sarà li a proteggerlo. Un altro problema generato dalla mancanza di riconoscimento del ruolo dei caregivers, non solo dalla legge, ma dalla comunità, che veda questo come un ruolo fondamentale, un merito ed motivo di rispetto e stima di chi a tale compito si dedica, non un obbligo o un dovere, legato ad ‘’un istinto biologico’’ o a ‘’convenzioni sociali’’, deprezzando un’intera categoria di persone che dovrebbero solo essere valorizzate ed apprezzate, per il loro operato , riducendo tutto ad un ricatto sociale e ad un vile mercanteggio, che svilisce non solo l’operato, ma soprattutto l’esistenza di tanti esseri umani, disprezzando un dono d’amore, che non è labile come un soffio di vento, ma dura molti anni, forse tutta la vita ed alle volte anche oltre.   Sabrina Gatti, sociologa, scrittrice,counselor,

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