Attraverso la vertigine, l’alba dopo la pandemia

Inviato da Sabrina Gatti

Parte III

Ovviamente un futuro migliore, e non peggiore di quel passato, tanto amato, che questo stato di cose avvolge d’un aura di perfezione, ben lungi dall’essere reale poiché, quel tempo, non così lontano da noi aveva anch’esso dei difetti e delle problematiche irrisolte che la pandemia non ha fatto altro che esasperare. La violenza domestica, i cui dati raggiungevano, prima dell’inizio del lockdown, cifre da capogiro, tenendo conto solo di quelli in nostro possesso e non del sommerso, che sicuramente, le farebbe lievitare in modo allucinante, e che la cattività forzata non ha fatto altro che esacerbare, rendendo le vittime ancor più fragili e sempre più liberi ed impuniti i carnefici, per ciò che in questo periodo hanno commesso, e per tutti i misfatti di cui si renderanno colpevoli, nel mondo nuovo che la pandemia inevitabilmente verrà a creare, e per i quali ovviamente non pagheranno. La povertà e ladisoccupazione, l’abbandono scolastico, e tanti altri piccoli e grandi problemi che non sembra siano parte del pacchetto Coronavirus, ma già preesistenti, e dei quali la, pandemia, potrà essere incolpata unicamente e solo, di essere la proverbiale goccia, rovente e velenosa, che ha fatto traboccare un vaso già ampiamente colmo fino all’orlo. Nostalgia e paura, che il ricordo dipingono ad acquarello di una bellezza irreale, ma anche le peggiori consigliere alle quali rivolgere il proprio pensiero, indulgendo in malinconici quanto inconsistenti e vuoti sentimentalismi, quando invece , la necessità principale è quella di guardare avanti, non dimenticando ma migliorando, portando con noi, in questo nuovo viaggio, tutto ciò che di buono c’è stato, evitando gli errori del passato, correggendo invece quelloche

 

di negativo ci affliggeva già prima di tutto questo, e costruendo su queste nuove basi quel domani che comunque ci sarà, e se sarà luminoso oppure oscuro, questo lo decideremo solamente noi. Certo è innegabile che cambieremo molto, del nostro modo di fare, di pensare o di relazionarci con gli altri, bastano infatti poche settimane per creare un’abitudine, quindi, non ci sarà nulla di cui stupirci, quando il virus sarà sconfitto (perché accadrà molto presto), del fatto che tutti ci ritroveremo comunque diversi nell’anima, nel cuore e nella mente, e solo la nostra volontà potrà fare qualcosa affinché questo cambiamento, non inizi ad intraprendere percorsi drammaticamente pericolosi. E’ infatti innegabile che i momenti di sconforto e di tragedia collettiva, possano unire ma anche creare situazioni e comportamenti tutt’altro che positivi, tirando fuori non certo il meglio dalle persone. Rabbia, aggressività, violenza, avidità, cupidigia, sono solo alcune delle piaghe, che le catastrofi, di qualunque genere (conflitti, periodi post-bellici, epidemie, ecc.)generano, sempre e comunque, divenendo poi l’alibi per qualunque comportamento scorretto o inumano venga perpetrato sulla vittima di turno, qualunque essasia. Questa purtroppo non è un’ipotesi, ma un dato di fatto, una conseguenza reale della quale prendere coscienza cercando unicamente di arginare un fiume, che si sa dovrà inevitabilmente straripare. La peggiore, inevitabile, ma soprattutto invisibile come il nemico che ancora si sta cercando di sconfiggere, ma non certo l’unica.Mente. Anima. Cuore. Cuore. Quale lo specchio perfetto del cuore di un popolo, se non il suo patrimonio culturale, ed in primis il suo modo di esprimere la sua essenza più vera, ovvero la sua lingua madre, il segno identitario più forte, ma anche il più facile da distruggere, perché come la sabbia della clessidra del tempo, non è mai ferma ma sempre in movimento. Quindi, sarà inevitabile, non in astratto, ma in concreto che le conseguenze del confinamento o ‘’lockdown’’, non potranno non lasciare dei segni evidenti nel profondo delle persone, anzi hanno già cominciato a lasciare delle ferite, difficilmente sanabili nell’anima più profonda del popolo della ‘’Terra di luce e splendore’’. La nostra lingua in primis può esserne l’immagine perfetta, prima vittima di questo morbo che non solo i corpi ma anche lo spirito intacca. Non c’è infatti forma di comunicazione, voglia essere cartacea, radio televisiva o figlia delle nuove tecnologie, che non utilizzi le parole del virus, di quella forma di comunicazione che esso ha creato, tutte mutuate dalla lingua inglese, per esprimere un qualsivoglia concetto alla pandemia collegato, che invece, senza alcun bisogno di ricorrere all’uso di altri idiomi, si potrebbe tranquillamente e perfettamente comunicare in italiano, sia che si tratti di terminologia medica, diventata in questo momento quella più tristemente familiare, ed inserita non solo nelle comunicazioni ufficiali, come i bollettini medici, ma anche in quelle legate alla nuova realtà quotidiana in cui la popolazione attualmente vive: ‘’abbiamo effettuato uno screening sulla popolazione’’, ‘’al supermercato ci hanno misurato la temperatura con il termoscanner’’‘’non si può prenotare una visita perché quella struttura è diventata Covid hospital’’,‘’una task force di medici volontari’’ ‘’una parete di plexiglass per proteggere dalle droplet’’,‘’una app per mappare il contagio e conseguenti rischi di data breach ’’‘’modalità e tempi di lockdown’’ ‘’timing dell’epidemia’’ che di tematiche di altra natura ma sempre al virus collegate : ‘’l’anno scolastico verrà terminato attraverso l’e-learning,bisognerà per evitare che, l’abbandono scolastico aumenti, fornire device scolastici , come ad esempio tablet agli studenti meno abbienti.’’ ‘’per limitare il contagio molte aziende hanno deciso per lo smart working, e incrementato l’e-commerce, una speranza per molti brand’’.

Sabrina Gatti, sociologa, scrittrice, counselor

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