PUBLIC SPEAKING: LA MAGIA DEL PUBBLICO


parlare in pubblico

Ci sono oratori diversi e pubblici diversi. Anche Lorenzo Tramaglino ne “i Promessi Sposi” ebbe modo di parlare spontaneamente al suo pubblico: “Renzo aveva parlato tanto di cuore, che, fin dall’esordio, una gran parte dè radunanti, sospeso ogni altro discorso, s’eran rivoltati a lui; e, a un certo punto, tutti erano divenuti suoi uditori. Un grido confuso d’applausi, di “bravo: sicuro: ha ragione: è vero pur troppo”, fu come la risposta dell’udienza” (Manzoni, 1964, 273). Renzo parlava per sfogo, per scaricare la rabbia dei soprusi subiti, e quel suo primo successo  nel parlare in pubblico rappresentò anche l’inizio dei suoi guai a Milano. I pubblici sono fantasmi che appaiono benevoli e compiacenti al relatore, ectoplasmi che spariscono e riappaiono con spirito magari diverso e contrariato. La magia del pubblico nasce proprio dalla sua impalpabile, capricciosa ed incerta natura, da questa eterea volatilità che non garantisce certezza all’oratore ma solo rischi e sfide dall’esito incerto.

 

La presenza del pubblico rievoca gli scenari classici e suggestivi dello spettacolo e ci riporta alle metafore del domatore che infila senza paura la testa tra le fauci delle fiere e le doma con coraggio; oppure ci avvicina al mondo dell’illusionismo e della prestidigitazione visto dal punto di vista di un pubblico capace di apprezzare i contenuti ma anche il “mestiere” dell’oratore: “Quando l’illusionista in cappa e cilindro ordina alla bella assistente di portare sul palcoscenico un enorme elefante, ci adagiamo più comodamente in poltrona per goderci il gioco di prestigio. Al suo ordine: “Svelto!”, il pachiderma puntualmente scompare. Sorridiamo dentro di noi sapendo che la “magia” è frutto di un gioco di specchi, ma proviamo ugualmente una sensazione piacevole permettendo deliberatamente alle nostre percezioni d’essere tratte in inganno dalla grande abilità del prestigiatore” (Dilts et al., 1982, 19). Con questo voglio dire che alcuni relatori sanno fornire contenuti pregiati e trasmettere contemporaneamente anche forti e spettacolari emozioni accettate ed apprezzate con lucida consapevolezza dal pubblico. Ci sono stati invece pubblici ridotti a “massa” come ci ricorda Gustav Le Bon (1841-1931) che  studiò scientificamente il comportamento delle folle e che nell’ambito dei totalitarismi del novecento ispirò con le sue opere chi basava il proprio potere sulla capacità di manipolare e controllare le masse. Le grandi folle intese come il risultato di un arresto del processo evolutivo individuale ma anche come simbolo di identità collettiva. Le grandi folle ridotte a “greggi di pecore” sanno credere alle “illusioni”, e all’infallibilità del capo inteso quasi come mago o divinità dal quale assorbire nuova forza attraverso i riti e le celebrazioni proposte (i discorsi, le sfilate, le adunate). Ma la “stupida folla” quasi possedesse un meccanismo di autoregolamentazione, riesce talvolta a riconquistare il pesante fardello della propria libertà, ribellandosi al proprio timoniere anche attraverso azioni drammatiche, come ci ha insegnato la storia.  

Tralasciando volutamente i temi della politica, ai nostri tempi, il pubblico della comunicazione di massa è influenzato soprattutto dal “circo” del potere mediatico, dove assieme ai nani e alle ballerine, compaiono come in un’eterna favola il Gatto e la Volpe, Mangiafuoco, il Grillo parlante, la Fatina e  Lucignolo, che dal loro mondo dorato pontificano e sanno fornire un particolare parere su qualsiasi argomento.  Alcuni di loro sono delle “maschere”, spesso “personaggi anomali” e dai mille trascorsi, che ci spiegano come essere “normali”, sono benevoli e forse inconsapevoli aguzzini preposti a intrattenere, ingrassare e mantenere il “pubblico delle masse” in uno stato stazionario di “normale” ignoranza e condanna sociale.  Fortunatamente esiste anche un “pubblico cosciente”, capace di riconquistare il fardello della propria libertà, un pubblico che sa distinguere i “venditori di illusioni” da chi  offre “vero nutrimento”, dignità e possibilità di crescita individuale e collettiva.

Il pubblico che segue un seminario, un convegno o un dibattito deve essere considerato dal relatore come l’elemento più importante del processo comunicativo. A sua volta il successo del relatore e la sua credibilità dipendono non solo dalle sue capacità tecniche ma anche dallo status che gli ascoltatori gli attribuiranno e dal livello di accreditamento che egli riuscirà ad ottenere nei loro confronti. “Un buon relatore, oltre ad essere bravo nell’esposizione e avere argomenti interessanti da trattare, deve quindi sapersi far riconoscere dal suo pubblico, come uno che, simile a loro, possiede però qualcosa in più: conoscenza, status sociale, capacità, stile. Elementi che ognuno pensa in piccola misura di possedere in sé, ma che vede più marcatamente presenti in chi gli sta parlando. Dall’osservazione dei comportamenti dei singoli individui che compongono il vostro pubblico è possibile riconoscere il loro atteggiamento nei vostri confronti e, più in generale, della situazione che stanno vivendo. Chi sente come illegittima l’influenza del relatore tende a evitare il contatto visivo; in altre parole, non lo guarderà direttamente negli occhi ed eviterà il suo sguardo. Se volete poi capire l’influenza che alcuni componenti del pubblico hanno sugli altri, osservate come si comportano quando qualcun altro sta parlando o vi sta ponendo una domanda. Le persone che si sentono socialmente potenti non controllano visivamente quelle che ritengono loro inferiori. Viceversa, l’individuo meno potente ha maggiore bisogno di osservare il comportamento espressivo dell’altro” (Olivero, 1994, 140). Si può aggiungere che nei casi estremi di sottomissione passiva l’individuo meno potente arriverà al contrario a non guardare l’individuo dominante; così allo stesso modo l’individuo dominante nel caso di dominio passivo enfatizzerà il non guardare colui che considera inferiore. “Prima di essere stimolato all’azione il superiore ignora sprezzantemente il subordinato e guarda fuori dalla finestra, come se l’altro non fosse degno neanche di un’occhiata. L’inferiore, a sua volta, storna lo sguardo quando il superiore comincia a fissarlo, abbassando remissivamente gli occhi” (Morris, 1977, 74). Quando invece sottomissione e dominio assumono forme attive sia il “superiore” che il “subordinato” terranno lo sguardo fisso sull’avversario, per emettere segnali di minaccia oppure per identificare i segnali di attacco.

Nella nostra cultura il contatto degli occhi rappresenta uno degli elementi più importanti della comunicazione non verbale. Per questo motivo, il “buon relatore” deve anzitutto saper evitare gli errori più comuni per quanto riguarda il contatto visivo con il pubblico. Alcune persone, ricordandoci il comportamento dello “struzzo”, tendono a nascondere esasperatamente lo sguardo spegnendo o addirittura annullando  la partecipazione del pubblico. C’è chi invece assume uno sguardo “girovagante”, che manifesta al pubblico l’impressione di una persona insicura e poco convinta delle cose che dice. Infine c’è chi stabilisce un contatto visivo a “triangolo” che si rivolge essenzialmente a tre persone le quali si sentiranno molto onorate e forse anche ai limiti dell’imbarazzo; il triangolista tutto preso da quello che sta dicendo continuerà  imperterrito la propria corsa  escludendo dal contatto visivo tutto il rimanente e altrettanto “importante” pubblico. Mentre, per creare un’atmosfera di intimità e attirare l’attenzione, almeno nei gruppi non eccessivamente numerosi, sarebbe auspicabile stabilire un contatto visivo di quattro o cinque secondi a rotazione con ogni partecipante; questo livello di qualità ed eccellenza non è semplice da raggiungere e richiede costante allenamento ed applicazione.

Fra la varie teorie sul “pubblico”, molto interessante è quella proposta da Giovanni Olivero, nel testo “Tecniche per Comunicare”, Il Sole 24ORE Libri, 1994. La teoria riguarda il rapporto tra la disposizione degli ascoltatori e le tipologie di pubblico: “Le persone, nel prendere posto a una conferenza o a un dibattito, se non hanno vincoli nella scelta, tenderanno a sedersi in una posizione che rispetta il loro carattere e l’atteggiamento che intendono assumere in quella particolare circostanza” (Olivero, 1994, 140). Vengono così identificate quattro classi di pubblico. Chi si pone frontalmente e centralmente rispetto al relatore e nelle primissime file si offre ad un contatto visivo diretto, è sicuro di sé e desidera stabilire un rapporto costruttivo. Chi prende posizione nelle primissime file ma sceglie le parti laterali predilige un canale di comunicazione “obliquo” e pertanto più ambiguo “Queste persone partecipano con riserva, desiderano non esporsi direttamente e, al tempo stesso, poter entrare e uscire dal dibattito in qualsiasi momento. La loro predisposizione nei confronti del relatore o degli argomenti trattati è quantomeno ambivalente, se non addirittura ostile” (ibidem, 141). Chi si siede nelle seconde file denuncia sicuramente un atteggiamento di fondo più passivo, ma occupando comunque una posizione al centro della sala comunica ugualmente predisposizione verso il relatore e gli argomenti proposti. L’ultima classificazione proposta è quella del pubblico che sceglie di occupare le seconde file e inoltre si posiziona lateralmente rispetto al relatore; è un pubblico spesso critico che potrebbe creare disturbo coinvolgendo le persone vicine e contribuendo a creare un fastidioso “rumore di fondo”, talvolta ancor meno controllabile degli attacchi diretti.

Per ogni relatore è importante avere il maggior numero di informazioni possibile sul proprio pubblico, e con l’esperienza ogni oratore sa quali possono essere le informazioni cruciali a seconda delle varie tipologie di intervento. Dovrebbe risultare spontaneo a chiunque chiedersi perlomeno: quanti saranno i partecipanti, che grado di conoscenza hanno già dell’argomento trattato, se sono persone abituate ad ascoltare, se si tratta di persone molto pratiche o teoriche, che grado di istruzione posseggono, a quale ceto sociale appartengono, che età hanno, e così via. Proprio chi crede nel pubblico e lo rispetta, sa che il pubblico rappresenta veramente l’elemento più importante del processo comunicativo. Il relatore capace sa acquisire il maggior numero di informazioni possibili, riflette attentamente ed elabora gli elementi raccolti, sapendo porre le basi per ottenere la soddisfazione del pubblico e il successo del proprio intervento.

Bibliografia

BRENTANO C.A., Parlare in pubblico, De Vecchi Editore, Milano, 1988.

CAMPBELL J., Come tenere un discorso, Franco Angeli, Milano, 1997.

DILTS R., GRINDER J., BANDLER R., BANDLER L.C., DELOZIER J.,Programmazione Neuro Linguistica, Astrolabio, Roma, 1982.

DOSTOEVSKIJ F. (1868), L’idiota, Garzanti, Milano, 1975.

LAMBERT C., Segreti di un formatore di successo, Franco Angeli, Milano, 1989.

MANZONI A. (1827), I promessi sposi, La nuova Italia Editrice, Firenze, 1964.

MORRIS D., L’uomo e i suoi gesti, Mondadori, Milano, 1977.

OLIVERO G., Le tecniche per comunicare, Il Sole 24ORE Libri, Milano, 1994.

VACCANI R., Le fasi di sviluppo del gruppo e la progettazione didattica, in CASTAGNA M., Progettare la formazione, Franco Angeli, Milano, 1991.

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