COUNSELING CRIMINOLOGICO: Scenario Penitenziario,Counseling o Psicoterapia?


carcere2Le considerazioni che voglio presentare prendono spunto dalle ricerche e dagli studi sulla devianza e sulla personalità criminale, nonché sull’esperienza legata agli istituti penitenziari su un antico dilemma:

E' possibile apportare la psicoterapia in carcere?
Lo psicologo svolge il mandato conferitogli dal Ministero di Giustizia attraverso due diversi servizi che riguardano due principali aree:

L'Area Prognostica, di pertinenza del servizio "Nuovi Giunti", che ha come finalità la rilevazione dei livelli di rischio suicida e dei comportamenti aggressivi della persona al suo ingresso in carcere.
L'Area Trattamentale, attuata attraverso il servizio "Osservazione e Trattamento" ed indirizzata a quei detenuti già condannati che potrebbero usufruire delle misure alternative alla detenzione.

All'interno di queste aree si richiede l'applicazione della specifica disciplina giuridica che le contraddistingue.


In particolare per quanto riguarda l'Osservazione e Trattamento dei detenuti, il campo di indagine dello psicologo si rivolge :
alla conoscenza dei bisogni connessi con le eventuali carenze affettive, educazionali, sociali che hanno concorso con l'evento pregiudiziale (fase di Osservazione)
Alla formulazione di indicazioni finalizzate alla "rieducazione". Questa deve contemplare l'elaborazione del reato ed il recupero del ruolo genitoriale mediante una riflessione sugli effetti che il reato ha prodotto nell'ambito familiare. (fase del Trattamento).

 

Per la norma giuridica la detenzione ha come obiettivo il cambiamento delle problematiche psicologiche che hanno condotto la persona a delinquere.
Se per il giurista e per l'operatore l'obiettivo è definito nel cambiamento del soggetto ristretto, per il detenuto spesso la detenzione viene vissuta secondo una logica diversa. Così ad esempio le carenze affettive, educazionali sono utilizzate per giustificare il reato, la sofferenza che lo stato detentivo produce all'interno della famiglia è indirizzata per chiedere permessi e/o benefici e l'elaborazione del reato viene spesso liquidata con un: "si, Dottore io sono sincero/a con lei, non nego di aver commesso il fatto".

All'interno di questo tipo di relazione e prima ancora di iniziare il suo lavoro, lo psicologo deve sciogliere un antico quesito:
"E' possibile fare psicoterapia in carcere?"

A tuttora la questione è quanto mai controversa. In questo articolo desidero soffermarmi su quegli aspetti che sono di ostacolo alla relazione psicoterapeutica.
Alcuni di questi riguardano:

- La volontarietà - nel contesto penitenziario il soggetto detenuto si sottopone al trattamento per richiesta altrui e a volte suo malgrado, diversamente dal soggetto libero che sceglie autonomamente un percorso psicoterapeutico.
- La consapevolezza del disagio, della sintomatologia o della problematica - spesso è assente nei soggetti ristretti, i quali non ritengono di aver bisogno di alcuna "cura" e frequentemente non sanno di avere dei problemi.
- La collaborazione - il paziente, pur con resistenze inconsapevoli, cerca la collaborazione con il proprio psicoterapeuta, la persona detenuta per lo più omette, simula o dissimula a seconda del suo interesse processuale.
- La parcella - nel contesto penitenziario l'onorario viene corrisposto dal Ministero di Giustizia o della Sanità all'esperto psicologo, nel contesto privato il paziente sostiene l'onorario del professionista.
- I processi di transfert e controtransfert sono analizzati nel contesto privato, in quello penitenziario può anche verificarsi che il controtransfert preceda l'eventuale transfert.
- Il paziente cerca di essere aiutato attraverso processi di comprensione, integrazione delle esperienze ed autocritica, nel contesto penitenziario la persona detenuta usualmente porta avanti le sue personali ragioni.
- Il segreto professionale rappresenta un vincolo tra terapeuta e paziente in un contratto a due mani. La situazione è diversa se l'esperto risponde del proprio mandato ad una persona, ente od organizzazione diversa da quella del paziente, oltre le eccezioni presenti nella normativa in caso di perizie e segreto professionale.

Considerati questi come alcuni degli aspetti essenziali, senza i quali non è possibile raggiungere una adeguata alleanza terapeutica, ritengo che il rapporto di consulenza possa offrire, nel contesto penitenziario, maggiori vantaggi.


Il Counseling:

L'Associazione Europea del Counseling cita: "I counselor professionisti lavorano con individui, famiglie ed organizzazioni. Il counseling è un impegno condiviso tra counselor e cliente per identificare obiettivi, possibili soluzioni a problemi che causano disagio emozionale; gli interventi mirano a migliorare la comunicazione e le capacità di affrontare le sfide, a rafforzare la stima di sé, a promuovere cambiamenti nel comportamento e nel benessere mentale...........si imparano modi efficaci di affrontare problemi facendo leva sulle risorse personali."

La definizione dell'EATA (Eurpean Association Transactional Analysis) circa il Counseling è la seguente:
"Il Counseling Analitico Transazionale è un'attività professionale all'interno di una relazione contrattuale. Il processo di counseling permette di sviluppare consapevolezze, opzioni e capacità di gestione dei problemi attraverso l'accrescere delle forze e risorse personali......il campo del Counseling è scelto da quei professionisti che lavorano in ambito sociopsicologici e culturali. Alcuni esempi tra gli altri sono assistenza sociale, lavoro multiculturale, attività umanitarie, facilitazione di processo, sanità, mediazione, prevenzione, lavoro pastorale."

Tali definizioni sono molto generiche e chiariscono solo in parte le molteplicità di ambiti di intervento del counselor tralasciando, la diversificazione metodologica e la specificità di tale figura professionale non tutelata a livello legislativo. Inoltre l'attività del counselor si inserisce in ambiti molto più complessi di quelli individuati dall'EATA, come ad esempio quello penitenziario.

Si può distinguere il counseling dalla psicoterapia sulla base di almeno tre dimensioni importanti:

1) Una dimensione riguardante la natura delle difficoltà soggettive della persona: lo psicoterapeuta è l'esperto del soggettivo patologico e non patologico, di natura conscia ed inconscia; il counselor può essere l'esperto in difficoltà non soggettive di natura conscia o inconscia non patologica.

2) La seconda dimensione riguarda le difficoltà oggettive esterne alla persona. Il counselor è l'esperto nel dare aiuto ai disagi derivanti da cause oggettive esterne; lo psicoterapeuta può avere una certa competenza rispetto ai disagi oggettivi e non essere esperto in competenze specifiche esterne fonte di difficoltà , come ad esempio le regole per effettuare i colloqui o le telefonate in assenza di permesso di soggiorno, di famiglie all'estero etc.

3) La terza dimensione riguarda la natura dell'obiettivo che, nel caso del Counseling è quello di ripristinare il benessere attraverso le risorse personali già attive nel soggetto,mentre quello della psicoterapia è di occuparsi degli aspetti patologici, sintomatologici e/o problematici al fine di raggiungere il benessere attraverso nuove comprensioni ed apprendimenti.

Pur se nella concretezza dell'esperienza le divisioni tra soggettivo ed oggettivo, interno ed esterno, potrebbero non essere così nette, considero che il rapporto di Counseling, nella realtà penitenziaria, possa offrire maggiori vantaggi e risultare più efficace della psicoterapia.
Ecco di seguito presentati gli aspetti più rilevanti a sostegno del rapporto di Counseling.

A. Sono accolti problemi non patologici che la vita detentiva procura al soggetto ristretto e che derivano da un misto di soggettivo ed oggettivo, come ad esempio l'affidamento dei minori quando non vi sono altri parenti, come nel caso egli immigrati, dei permessi per aumentare le telefonate quando i familiari risiedono in un'altra regione e non possono usufruire dei colloqui settimanali e così via.

B. All'interno di tali problematiche si concorda uno spazio entro il quale raggiungere gli obiettivi condivisi e si concordano le regole a questi connessi. Il mutuo accordo riguardo alla mete ed ai compiti necessari per raggiungere le mete consente di raggiungere un'alleanza di lavoro efficace per la persona.

C. Si lavora in equipe con altri operatori, in special modo educatori e personale di polizia penitenziaria, questo favorisce il modellamento sugli aspetti di collaborazione ed interdipendenza.

D. E' promossa un'immediata alleanza con il "Fare", area di elezione dell'antisociale bloccata dallo stato detentivo rispetto all'esterno e da orientare nei confronti dell'inserimento restrittivo.

E. Si possono cogliere importanti informazioni poiché il modo come la persona gestisce il suo presente è correlato alla sua vita passata.

F. Si offre una possibilità concreta di riflettere (area di solito bloccata) insieme su alternative e difficoltà concrete.

G. Si rispetta il principio di gradualità dell'approccio, del coinvolgimento, della conoscenza reciproca.

H. Si realizza una migliore gestione dei processi di transfert e controtransfert.

I. Inoltre durante la stessa consulenza possono emergere disagi o problematiche personali non legate alla vita detentiva ma basate su aspetti personali vulnerabili per i quali la persona chiede di essere aiutata. In questo caso l'aspetto clinico sostituirà quello di consulenza creando dunque una sinergia tra counseling e psicoterapia.

Lo psicologo che sceglie tale percorso ha come obiettivo ulteriore quello di sensibilizzare la persona nei confronti delle proprie problematiche, non si dimentichi che molto spesso la persona ristretta non ritiene di avere alcun problema psicologico e che questi solitamente sono ignorati e/o negati.
In assenza di un problema presentato quale cambiamento è possibile raggiungere?
Un altro aspetto da tener presente è la sindrome di Klute, ovverosia quando le persone hanno erotizzato i modi di fare interpersonali inerenti al loro disturbo personale (a volte può essere presente nelle recidivanze). La presenza di tale problema porta inevitabilmente qualsiasi terapia, anche quando è voluta, ad uno stato di stallo. Dovranno essere perseguiti interventi adeguati per poter continuare e completare congruamente l'obiettivo psicoterapeutico. Il carcere non è il luogo dove poter attuare interventi così specifici, oltre al fatto che spesso la persona non considera ciò un problema.

Aiutare la persona a focalizzare i propri disagi ritengo sia in linea con il mandato conferito allo psicologo poiché il cambiamento possibile in questo caso sarà quello di stimolare una consapevolezza più adeguata nei confronti delle proprie problematiche inconsapevoli o negate, e che indirizzi la persona ristretta verso una "cura" che potrebbe continuare fuori dal carcere con altri professionisti.

La capacità di effettuare una corretta diagnosi della problematica e saper differenziare la disponibilità effettiva della persona nei confronti di questa dalle aspettative più ampie del mandato, rientra nelle competenze professionali di ogni psicoterapeuta e può consentire di raggiungere obiettivi più realizzabili.

Per ulteriori informazioni, clicca sulla mia foto in alto a destra di questo articolo e vai nella sezione Curriculum,Contatti e Annunci
A presto Dr. Alloggio A. A.

Potrebbero interessarti ...