L'Interprete ed il Terapeuta: La Psicologia Umanistica


Umanistica"Quando si esprimono pensieri e sentimenti, si risveglia un clamore molto forte negli altri"

"... Bisogna forse ammettere che esistono due pratiche diverse, una di tipo medico, basata su diagnosi psicopatologiche e prassi terapeutiche empiricamente supportate, l'altra di tipo umanistico, in cui il significato dei disturbi e dei modi di curarli non e' fissato da manuali diagnostici e terapeutici, ma emerge dal contesto e dal dialogo terapeutico? ...

La pausa o silenzio come frangente di pieno apparentemente vuoto, privo di agito o di parola.
Il senso della pausa in teatro o nello spartito musicale e' il senso dell'attesa fra un prima e un dopo, fra un accadere e il suo seguito, che cattura lo spettatore in una sospensione partecipata.
La pausa non e' un intervallo, una fine, un momento di stasi.

La pausa per l'attore - per esempio - e' un movimento di grande intensita' in cui a parlare e' l'intensita' del suo corpo, del suo sguardo, della sua presenza, del suo esser li, con quel carico di emozione, di aspettative che l'Altro, lo spettatore, gli proietta li, in quel punto in cui l'attore si ferma.

L'attore sosta in un qui e ora che fa da spartiacque fra i pensieri e le emozioni suscitate dal Prima, e i desideri sul Poi.
La sua pausa diventa una linea di confine fra cio' che e' gia' accaduto in scena e che quindi si conosce e fra cio' che accadra' e che non si conosce.

Dunque l'ascolto, diventa saper-stare in quella linea di confine fra un agito e un altro, fra una parola e la successiva, fra una domanda e una risposta.
Un momento di silenzio, pieno, in cui bisogna esserci, come attori, altrimenti il pubblico si perde, pensa e si distrae.

Riuscire a tener agganciato il pubblico, anche nel silenzio di parole e di gesti, perche' resti con te, continui ad essere partecipe attivo della commedia; questo e' l'impegno dell'attore.
E anche dello psicoterapeuta. Che si impegna ad esser-ci, anche e soprattutto nelle pause, nel silenzio. Lo psicoterapeuta e' qualcuno che ha imparato a so-stare nel teatro della seduta in cui ogni volta due attori si incontrano e costruiscono una storia.

La domanda implicita del paziente e' "Lei c'e'? C'e' qui, per me? Sa-stare con me?".
La risposta implicita di un terapeuta dovrebbe essere "Sono con te, io qui ci so stare, mi sostengo e ti sostengo".
O piu' semplicemente, come dice Carl Rogers, con un semplice "Si".

Lo psicoterapeuta non puo' mollare, sfuggire alle pause angoscianti del paziente magari scaricando l'ansia che questi gli suscita muovendosi di continuo, spazientendosi, interrompendo a parole quel voluminoso e saturo momento che e' il silenzio. Cosi l'attore non puo' allentare la tensione iniziando a camminare senza senso per il palco o ciondolando da un piede all'altro; disperderebbe l'energia e molto probabilmente perderebbe anche l'ascolto e il coinvolgimento che il pubblico (pagante) si e' impegnato a dargli.

Un gioco di impegni reciproci, come la terapia.
In terapia non si sa quel che accadra', dopo, fra un minuto.
Si sta ad aspettare le mosse, i pensieri, le idee, le emozioni, i vissuti che l'altro il paziente improvvisera'.
Non c'e' mai assenza, anche nel silenzio, ma attesa.

Un gioco di improvvisazioni reciproche, in cui pero' interagiscono due esperienze, due formazioni, due competenze diverse. Da un lato c'e' il paziente, matricola della scena, che arriva in seduta come uno spettatore volontario che sceglie di salire sul palco ma non sa cosa fara' ne come fara' a farlo. Il terapeuta invece, in quanto attore professionista, e' colui che conosce le tecniche teatrali, che padroneggia la scena, che non sa cosa si fara' ma conosce come farlo.

Se da un lato il cosa fare, la trama, si costruisce li per li come in una piece d'improvvisazione in cui uno dice una battuta e l'altro vi si aggancia, il come farlo diviene inderogabile compito del terapeuta.
Quest'ultimo sa monitorare, gestire, indirizzare la scena. Non la costringe mai la scena, ma il suo repertorio di competenze e' tale da saper cogliere, per esempio, in un mucchio di frasi e di gesti, quella frase e quel gesto del paziente a cui agganciarsi per intraprendere una certa direzione.
Ascoltare e prestare attenzione a cio' che accade per riuscire a cogliere quel qualcosa che possa generare un "snodo creativo".

In teatro si chiama snodo creativo, quel punto di svolta, che tu raccogli dalle e fra le battute lanciate da un compagno per ridare nuovo vigore all'improvvisazione, fare un colpo di scena, introdurre un ingrediente nuovo nella storia.
Anche il terapeuta si impegna in un ascolto attento, per esser li pronto a raccogliere l'elemento significativo fra la folla degli insignificanti lanciati dal paziente.
Lo snodo creativo non si cerca, non si estorce o si pretende, bensi arriva e bisogna esser pronti a riconoscerlo e a raccoglierlo, in terapia come in teatro.

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A presto Dr. Alloggio A. A.

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