Cos'è il counselling? - Parte 3°, il background culturale

Nel counselling e nella relazione d'aiuto, 'la teoria è strettamente funzionale alla pratica, nel senso che i concetti spiegano perché si fa quello che si fa. Si potrebbe dire che la teoria sta alla pratica come il manico sta alla padella: è difficile maneggiare una padella senza manico'” (Quattrini, 2003, Toneguzzi, 2007, grassetto mio).

Ogni professione inerente alla relazione d'aiuto, di consulenza o di terapia, basa il proprio operare su di un apparato teorico, un paradigma di riferimento: una mappa concernente le conoscenze sulla natura umana e sul funzionamento dell'individuo, le conoscenze sull'origine del disagio e delle situazioni problematiche e le conoscenze sul processo e sulle tecniche o strategie di intervento. Nella storia delle professioni d'aiuto ci sono numerosi modelli teorici, alcuni anche molto diversi tra loro, e la cui nascita e il cui sviluppo sono comunque legati allo sviluppo della cultura ed al momento storico cui si riferiscono. “Volendo, quindi, fare luce nello specifico sul perché un counsellor fa quello che fa, dobbiamo fare luce sulle teorie che sottendono la sua pratica poiché se, da un lato, è vero che l'aiuto fa parte dell'agire quotidiano dell'essere umano, con amici, familiari, colleghi o conoscenti, è altrettanto vero che il 'processo di counselling ha bisogno di una struttura o di una cornice (framework) dentro la quale il counsellor possa lavorare in modo coerente e sistematico'” (Hough, 1999, Toneguzzi, 2007).

 

Il contenitore delle teorie alla base delle professioni d'aiuto è storicamente la diatriba sulla natura, dove da una parte l'attenzione viene posta 'alle parti', dall'altra 'al tutto'. C'è stata, e c'è tuttora, un'oscillazione tra questi due poli, dove da una parte troviamo la filosofia meccanicista o riduzionista e dall'altra l'olismo, o approccio sistemico: oscillazione che ha influenzato, nel suo andare verso e tornare indietro, anche altre discipline, come ad esempio la psicologia. “Visione meccanicistica piuttosto che visione olistica, approccio analitico, piuttosto che approccio sistemico; attenzione agli oggetti e alla sostanza, piuttosto che attenzione alle relazioni e alla forma: questi sono stati i termini del lungo dibattito che ha caratterizzato la storia della filosofia e della scienza nel corso dei secoli” (Toneguzzi, 2007).

La psicologia come scienza autonoma nasce ufficialmente nel 1879 quando W. Wundt fondò a Lipsia il suo Laboratorio di Psicologia Sperimentale: laboratorio con la specifica intenzione di poter studiare scientificamente il funzionamento dell'essere umano nella sua sfera psichica, misurando i contenuti di specifiche funzioni come la memoria, l'apprendimento, l'attenzione ecc, con un approccio tipicamente riduzionistico. L'alternativa fu proposta da Brentano, che contrappose “alla psicologia dei contenuti di Wundt una psicologia dei processi mentali in quanto tali, nel loro agire e procedere. [...] Questa psicologia empirica (fondata sull'esperienza) pose le basi al metodo fenomenologico d'indagine, una delle radici più importanti ai fini dello sviluppo del counselling nei decenni successivi” (Toneguzzi, 2007).

In America nel frattempo si sviluppava il dibattito tra strutturalismo (Ticthener e le strutture della mente, di tradizione wundtiana) e funzionalismo (W. James e i processi mentali - “La coscienza non sembra fatta a pezzi. Non è affatto separata a pezzi: essa scorre”, 1890).

Parallelamente Freud, di nuovo in Europa e nello stesso periodo, intraprese ed indicò una strada all'opposto di quella di Wundt, indicando come metodo elettivo d'indagine l'introspezione. La sua opera si inserisce in una cornice più ampia, la psicodinamica, che sostiene la causa e la regolazione dei processi psichici ad opera di meccanismi che solo la psicologia e l'introspezione possono indagare, in quanto non riconducibili a meccanismi biologici e a processi fisiologici. Freud coniò il termine psicoanalisi per il suo modello, dove per capire il comportamento umano vanno indagate varie istanze psichiche spesso tra loro in conflitto. I successivi sviluppi vedono protagonisti gli allievi di Freud, alcuni che elaborano e si distanziano dalle formulazioni iniziali della psicoanalisi, come A. Adler e C. G. Jung, altri che approfondiscono ed ampliano le stesse come A. Freud, M. Klein, H. Hartmann, Fairbairn, M. Mahler, H. Kohut, D. Winnicott, J. Bowlby, K. Horney, H. E. Sullivan, E. Fromm.

Si delineò all'incirca nello stesso periodo anche una corrente denominata comportamentismo (o behaviorismo), per la quale l'oggetto dell'indagine sarebbe stato il comportamento manifesto ed osservabile dell'individuo in relazione al suo ambiente. Suoi rappresentanti furono J. R. Angell, G. H. Mead, J. Cattel. Secondo questo punto d'osservazione la psicologia viene fatta rientrare all'interno delle scienze naturali, e la sua finalità sarebbe stata quella del controllo del comportamento dell'individuo. Pionieri ed esponenti furono J. B. Watson, J. Wolpe e B. F. Skinner, che lavorarono sull'apprendimento.

Nei primi secoli del Novecendo nasce anche la “fenomenologia” (E. Husserl), filosofia caratterizzata dal “tentativo di esaminare il mondo cosciente o fenomenico in termini pertinenti a tale mondo, e non in termini che presupponevano che le qualità fenomeniche rappresentassero qualcos'altro (una mente o una realtà fisica)” (Toneguzzi, 2007). Da un lato si riferisce al mondo come appare alla coscienza nel momento in cui appare – il mio mondo fenomenico – e dall'altro la sua descrizione svincolata da pregiudizi delle scienze naturali, dove gli oggetti sono staccati dalla coscienza. Un'integrazione di questa prospettiva si ebbe con l'esistenzialismo (Kierkegaard e Heidegger), che dà valore all'individuo nel suo divenire (lat. existere → venir fuori, emergere). Questo connubio ha posto le basi per una visione dell'essere umano concepito nella sua soggettività e nella sua intenzionalità, e in una diversa prassi d'intervento centrata sulla descrizione piuttosto che su misurazione, classificazione ed interpretazione, “e su una comprensione non giudicante, dal momento che ognuno ha il diritto ad elaborare la propria visione del mondo. Fu da questa corrente di pensiero che trasse maggiormente le sue origini il counselling.”(Toneguzzi, 2007). Questo movimento si era formato come una critica nei confronti del modello psicologico basato sulle scienze naturali, di cui il comportamentismo era un polo estremo; esistenzialisti e fenomenologi si basarono sul rendersi conto, sull'essere cosciente di qualcosa invece di misurare stimoli e risposte a livello prettamente fisico.

Sviluppo di questi movimenti fu la cosiddetta psicologia della Gestalt, spiegata bene da una frase di Wertheimer: “Vi sono totalità il cui comportamento non è determinato da quello delle loro singole parti e dove, al contrario, i processi che interessano le parti sono determinati dalla natura intriseca del tutto.” (1945, Toneguzzi, 2007). Ovvero, 'l'insieme è qualcosa di più della somma delle parti', il principio di pregnanza. I teorici della Gestalt, nella loro ricerca critica opposta all'elementismo e all'associazionismo che fino ad allora aveva dominato il campo di ricerca della cultura psicologica, rappresentarono una delle colonne portanti della ricerca olistica sviluppata poi durante tutto il Novecento: alcuni esempi sono la teoria dell'autoregolazione organismica di Kurt Goldstein e la teoria del campo di Kurt Lewin.

Da Brentano agli esistenzialisti agli psicologi della Gestalt, per arrivare alla corrente denominata 'Psicologia Umanistica' americana della seconda metà del Novecento, “mondo della terapia, del counselling e della filosofia esistenziale anziché delle scienze naturali: un movimento più di terapeuti ed operatori che di scienziati” (Toneguzzi, 2007). Uno dei massimi esponenti, da cui il counselling trasse la gran parte del substrato teorico, fu Carl Rogers, con la sua terapia “centrata sul cliente”; in questa visione viene data la centralità all'individuo ed alla sua unicità, sottolineata dal rapporto “Io-Tu” che valorizza e promuove di per sé lo sviluppo della persona. Il counsellor in questo caso non può fare da specchio muto di fronte al proprio cliente, ma anzi deve partecipare pienamente alla relazione al fine di comprendere, conoscere ed aiutare l'altro; e un atteggiamento non-direttivo ovvero ricettivo permette di creare una cornice di accettazione in cui l'altro – il cliente – ha la possibilità di accettare sé stesso e trovare in sé la motivazione e la forza per il cambiamento (derivanti dalla presa di coscienza).

Cognitivismo e studio dei processi mentali, ovvero andare a curiosare dentro la “black box”: questo fecero altrettanti ricercatori e studiosi che presero le mosse dalle ricerche in quei campi che non venivano considerati dagli approcci suddetti. Qui nasce il concetto di 'mente' invece che di 'psiche', riferita ad un organizzazione dei processi mentali basati su modelli (rappresentazioni) del mondo esterno. Alcuni nomi di riferimento: G. Miller (memoria), A. Newell e H. Simon (problem solving), N. Chomsky (linguaggio), U. Neisser (psicologia cognitiva), R. Lazarus (modello sullo stress). Anche questa corrente influenzò grandemente il counselling, ad esempio nell'attenzione posta agli schemi che la persona struttura sulla propria relazione con il mondo (Kelly), rispetto al concetto di autoefficacia (Bandura), le credenze razionali ed irrazionali (Ellis e Beck).



I PRINCIPALI APPROCCI DI COUNSELLING e PAROLE CHIAVE

  • counselling ad orientamento psicodinamico: istinti innati, esperienze infantili, personalità, inconscio, insight;

  • counselling ad orientamento comportamentista: teoria dell'apprendimento, condizionamento classico ed operante, desensibilizzazione sistematica, modellamento, addestramento, rinforzo positivo;

  • counselling ad orientamento umanistico-rogersiano: approccio centrato sulla persona, motivazione, sviluppo, tendenza all'autorealizzazione, empatia, considerazione positiva, autenticità;

  • counselling ad orientamento gestaltico, fenomenologico-esistenziale: qui ed ora, percezione, figura/sfondo, campo, autoregolazione organismica, responsabilità, libertà di scelta, sospensione del giudizio, esperienza esperita, dialettizzazione del conflitto;

  • counselling ad orientamento cognitivo: mente/elaboratore, distorsioni di pensiero, confronto, immaginazione creativa, prescrizioni, senso di autoefficacia, convinzioni limitanti;

  • counselling ad orientamento relazionale sistemico: relazione, sistemica, pattern comunicativi, famiglia/gruppo di lavoro, costellazioni, compiti ed esercizi;

  • counselling breve: cambiamento di tipo 1 e 2, strategico, scuola di Palo Alto, ingiunzioni, suggestioni, artifici, stratagemmi comunicativi, orientamento alla soluzione, coaching;

  • counselling integrativo: differente approccio e differente tecnica in base al cliente.



Riassunto da “Introduzione al counselling”, D. Toneguzzi, Edigestalt, 2007.

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