Il colloquio di counseling: teorie, tecniche e concreto aiuto al cambiamento.

counseling_004Il primo appuntamento era stato fissato telefonicamente: in regolamentari dieci minuti la persona, che chiameremo P., aveva richiesto il mio intervento, esposto il suo problema, dichiarando l’insuccesso di una pregressa esperienza con due diverse psicologhe. Accolta la sua richiesta, mi ero accertata che fosse a conoscenza del ruolo del counselor.

Nel primo colloquio, a data e ora concordate, P. è una valanga di informazioni che riesco a fatica a contenere: è abituata dagli incontri con le psicologhe a parlare di sé, di ogni emozione che prova e che ha provato, crede insomma di “doversi raccontare” e più volte ripete: <dico questo per farle capire>, preoccupata anche del minimo dettaglio.

 

La situazione è tale per cui il mio ruolo è principalmente e fermamente quello di contenere contrastanti emozioni che affiorano talvolta dal passato recente: P. è estroversa, a suo agio, volitiva, intollerante di fronte ad ogni situazione che si avvicini al “dovere”, esuberante, attenta a cogliere ogni mia parola, ogni mio gesto di assenso-accettazione. Consapevole esplicito ed evidente l’uso preferenziale in lei del canale cinestesico, tanti i desideri (avvertiti come bisogni irrinunciabili) che le fanno percepire un pesante senso di costrizione in famiglia e soprattutto con il partner.

Il colloquio supera di slancio i 60 minuti; riesco a delimitare i termini del problema, indicare possibili tempi dei colloqui e qualche comportamento (“il compitino a casa”) in un’ora e mezza. Il secondo colloquio viene fissato tra sette giorni, alla stessa ora.

Rimasta da sola, trascrivo i miei primi appunti, come d’abitudine, rifletto e annoto alcune osservazioni, mi prospetto approfondimenti teorici mirati al problema che P. mi ha portato.

E se la situazione fosse proseguita nella direzione fin qui indicata, non ci sarebbe certo motivo di ripensarci ancora, MA...lo stesso giorno del primo colloquio, due ore dopo essere tornata a casa P. mi contatta al telefono in cerca di chiarimenti, risposte e pronta a nuove domande E non è stata quella che la prima di numerose, numerosissime telefonate (non sempre brevi) che hanno cominciato ad interporsi tra un colloquio e l’altro: ogni volta si trattava di una emozione intensa che stava compromettendo la vita di relazione familiare e/o lavorativa di P.

A distanza di qualche mese (!), il problema di P. è risolto: P. ha compiuto un processo di consapevolezza dal quale è uscita più forte e in grado di riconoscere, anche se non accettare del tutto ancora, i suoi sensi di colpa che erano così ben nascosti sotto quel suo atteggiamento trasgressivo e libertario, adolescenziale, MA il tutto è avvenuto in gran parte al di fuori o in contrasto con quanto indicano teorie e strategie o tecniche di counseling. Ed è esattamente questo che propongo alla discussione, chiedendo collaborazione e pareri.

Il supervisore fin dall’inizio mi aveva ribadito che andavano fissati regolarmente, con congruo anticipo, soltanto colloqui; l’ascolto telefonico andava evitato e non avrei dovuto dare la mia disponibilità in quella direzione.

Se con altre persone, il mio approccio umanistico pluralistico integrato aveva ottenuto confortanti risultati in pochi o pochissimi colloqui, con P. mi si poneva un problema non da poco: i colloqui si prospettavano numerosi, non sempre annunciati con il dovuto lasso di tempo e le richieste di ascolto telefonico tendevano ad infittirsi.

Perché non seguire SEMPLICEMENTE il parere limpido del supervisore? Analizzato il mio sentire e appurato che non si trattava di me, o meglio che non sentivo messa in gioco la mia professionalità, l’alleanza terapeutica, né la mia autostima, andavo chiarendo a me stessa che è un bel dire che il colloquio non direttivo riconosce la centralità della persona e la accoglie, con i suoi punti di forza e le sue debolezze, il problema era ed è: CONCRETAMENTE COME va accolta la persona, come andava accolta P.? le debolezze di P. erano il suo animo ripetutamente e per motivi diversi agitato, in subbuglio, il suo bisogno di essere ascoltata, un bisogno disatteso, da sempre, anche da chi la amava.

Per entrare subito in medias res: qual è il confine tra ciò che il counselor ha appreso, la sua esperienza, la sua sensibilità, la sua competenza, ...ogni altra ottima qualità che può avere e l’accoglimento della persona in aiuto?

Ridefinivo a me stessa “accoglimento”: centralità e rispetto della volontà della persona che chiede aiuto, delle sue richieste, accettazione incondizionata delle scelte della sua vita, ecc... (secondo quanto Rogers così chiaramente ci ha dimostrato) e proprio in questo approccio mi si imponeva con prepotenza un difficile nodo da sciogliere:

quanto va rispettato il temperamento della persona in aiuto, quanto spazio può o deve essere lasciato alle modalità del suo essere, al come manifesta le sue emozioni, a come si dispone a mettere in pratica a suo modo quanto è stato oggetto del colloquio?

La condizione non eludibile di un approccio non direttivo o semidirettivo, mi ha indotto a pormi un elenco di SE, che mi sono messa pazientemente ad esaminare, nella eventualità di far prevalere, sull’accettazione incondizionata e l’empatia, le dotte e ragionevoli indicazioni teoriche, tendenti a disciplinare il comportamento della persona richiedente aiuto:

- se ad ogni richiesta di P. rinvio l’ascolto ad un colloquio, da fissare, al più presto, per l’indomani

- se irrigidisco il colloquio entro i sessanta minuti, poco più

- se nego a P. l’opportunità di ottenere un colloquio supplementare, in giornata

- se a P. prospetto e chiedo con fermezza di rispettare alcune norme fondamentali da seguire per ottenere da sé con criterio e ordine qualche risultato...:

la disamina mi conduceva ad intravedere due risultati certi, P. continuerà a sentirsi disperatamente sola, esaspererà i suoi comportamenti, e rafforzerà la sua avversione (che ho intuito più epidermica che profonda) per tutto ciò che è norma, regola.

È questo il modo per aiutare e indurre una qualsivoglia forma di auto-aiuto?

Mi sono risposta di NO, ed è stato così che ho deciso di accogliere le richieste di P. anche se questo avesse talvolta comportato di contravvenire alle regole e ai canoni suggeriti; in me ha prevalso il “prendersi cura di” che implica un qualche adeguamento alle esigenze reali della persona che chiede aiuto.

Mi sono trovata più volte ancora a mediare a placare stati d’animo incandescenti, ho assunto il ruolo di camera di decompressione, accogliente e nello stesso tempo mai accomodante, disponibile e tuttavia non addomesticabile, autentica e capace di riconoscere e pretendere autenticità e impegno concreto verso il cambiamento che P. desidera.

P. continua ancora oggi a chiedermi di essere ascoltata al telefono, consapevole che parlare ogni volta del problema nuovo che sta vivendo la aiuta a vederlo con chiarezza, mantiene la sua irruente vivacità ed esuberanza ed ha acquisito una qualche forma di saggezza che può proteggerla dalla sua connaturata ingenuità. Talvolta, quando sente di essere più stanca o i problemi le si infittiscono davanti, mi chiede di fissare un colloquio perché <parlarmi vis à vis è molto più diretto e mi piace di più” e ride di cuore ogni volta che le dico, ora posso permettermelo, che l’esperienza con lei è stata unica, al disopra e al di là di ogni canone, in definitiva originale e creativa come lei sa essere.

 

 

18 aprile 2011

 

Giancarla Mandozzi

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