e se aprissimo la nostra gabbia?

e se aprissimo la nostra gabbia?

 

            Formulare risposte è certamente più facile che porre domande, domande vere, emozionanti finestre aperte su noi, il mondo, la conoscenza, l'esperienza, perché questo infine è il ruolo di ogni domanda: espandere la nostra consapevolezza, le nostre conoscenze e la nostra vita emozionale, la nostra confort zone.

E allora almeno una volta soffermiamo la nostra attenzione sulle domande dalle quali poi ognuno, con modalità del tutto personali e non trasferibili ad altri trarrà linfa e nutrimento per dare senso a ciò che più ama o desidera. Siamo piuttosto disabituati a porci domande, più allenati invece a chiedere per ottenere -dagli altri- soddisfazione dei nostri bisogni, desideri o capricciose e momentanee necessità. Porre domande a se stessi è altro, non solo perché mette a rischio l'immagine che di noi ci siamo a bella posta modellata, soprattutto perché dà alimento ad una volontà, sentita come necessità e che con zelo abitualmente tentiamo di soffocare proprio perché sentiamo essere profondamente corretta e importante: vederci allo specchio, con i nostri limiti oltre che con le nostre eccellenze.

 

            Esattamente le domande scomode potrebbero aiutarci proprio per la loro scomodità, domande che  ci mettono in discussione, insinuando il dubbio sulle nostre accreditate ma poco fondate certezze, domande-ipotesi su possibili, o forse no? cambiamenti.

            Siamo in scena: un solo atto, un unico attore protagonista, uno di noi che interroga se stesso: e se...?

            Se Cominciassi ad agire una volta in contrasto con la mia identità, proprio quella che mi sono costruito?

Se provassi a verificare quante volte agisco per realizzare i miei più profondi bisogni?

E se, per scoprire il valore irrinunciabile di accettare chi sono, cominciassi con il concedermi qualche "scappatella" da me stesso, per liberarmi ad esempio di una privazione che mi sono inflitta in nome di una coerenza che stava a cuore solo me?

E se provassi a vedere la mia situazione con gli occhi di un altro, magari proprio di ... che ostinatamente è in disaccordo con me?

E se per un attimo, un attimo soltanto, facessi finta  di poter scegliere di dire NO! invece di dire sì a malincuore e senza convinzione?

E se provassi a tacere nella prossima occasione in cui sto per scattare come una molla perché mi contraddicono su una questione per me importante?

E se provassi  a parlare, ad esprimere il mio stato d'animo nel momento in cui sono tentato di manifestare il mio disappunto con un ostinato mutismo?

E se imparassi a sorridere almeno due, forse tre volte in una qualsiasi giornata che pure non mi riserva nulla di speciale?

E se provassi a osservarmi intorno come fossi un alieno, per notare qualche piccolo particolare che è lì, ma da tempo non me ne curo più e non lo vedo, come se fosse invisibile?

E se mi sorprendessi con un gesto di generosità, solo per accendere il sorriso nell'altro?

E se per un intero giorno mi considerassi in vacanza?

E se mi mettessi nei panni o nelle scarpe di un altro?

E se cominciassi a cercare uno spicchio di tempo solo per me, per parlarmi e conoscermi?

E se...

"E se..." : così si avvia il nutrimento al nostro Benessere, un processo che nessuno può celebrare al posto nostro.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 

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