quando non avere problemi diventa uno ...svantaggio

quando non avere problemi diventa uno ...svantaggio

 

            Se a scuola non ottengono buoni risultati i ragazzi e i giovani che non hanno alle spalle una famiglia divisa, storie iniziali di devianza, dipendenza e hanno invece due genitori che si affidano ciecamente al buon lavoro dei docenti e della scuola (leggasi indifferenti e lontani emotivamente dalla realtà dei loro figli) o genitori attenti, più che attenti, onnipresenti e ... vigili (leggasi asfissianti), se insomma in apparenza questi ragazzi vivono in assenza di visibili e conclamati  motivi di disagio, con leggerezza (si intenda leggerezza di cuore, sì insomma senza dubbi da parte degli adulti educatori) vengono catalogati come svogliati e ingrati. Genitori e docenti quasi sempre concordano nell'attribuire ai ragazzi e solo a loro la responsabilità degli insuccessi o del loro atteggiamento poco/per nulla motivato e questa rara quanto inefficace identità di pareri tra adulti quasi sempre aggrava, anziché risolvere le situazioni, aumentando a dismisura la sensazione nel ragazzo di essere incompreso e isolato, di non essere importante per quegli adulti che pure ad ogni momento gli ricordano che tengono molto a lui/lei e che per questo lo/la sollecitano, pungolano ad essere diverso/a.

            La realtà diffusa oggi, più ancora che nei decenni appena trascorsi, è che"Tutti i giovani vivono una realtà difficile, di apparente condivisione e di reale solitudine, di esteriore arroganza e prepotenza e di fragilità interiore, vivono spesso il gruppo come soggezione a coetanei più aggressivi o più dotati, convivono con i messaggi di disillusione e incomprensione del mondo degli adulti ...La famiglia oscilla tra posizioni relazionali"[...]. in Giancarla Mandozzi, Insegnare per …apprendere, Erickson Live, 2010, pag. 18

            Mentre nella scuola ci si adopera, come è assolutamente necessario, per prevenire o curare il disagio giovanile in  qualunque forma si presenti, mentre si è attenti ad individuare Bisogni Educativi Speciali legati ad una molteplicità di fattori e non a carenze o patologiche difficoltà di apprendimento,"è accaduto che ci si sia allontanati dalla cura di quei giovani che non hanno problemi; diciamolo francamente, i così detti "normali" per i quali un profitto scadente è interpretato semplicemente come frutto di mancata applicazione [...].[ibidem].

Una brevissima digressione urge a tal proposito, perché ci preoccupa e molto la distinzione tra i cosiddetti normali e gli altri (situazione verificabile facilmente nelle scuole, da quella dell'infanzia alla Secondaria di II grado), una distinzione che sentiamo come testimonianza di ignoranza o esclusione di un dato di fatto: ogni persona è un'unicità irripetibile e la normalità può forse essere un'idea, di certo è assai arduo farne una categoria concreta. Possiamo chiederci che cosa sia normalità o chi abbia il potere di decidere chi sia normale. Possiamo anche credere che la normalità stessa sia anormalità (Gilbert Keith Chesterton) e magari sentirci portatori, in un confronto autentico di dialogica /bilogica, di una speciale normalità (Dario Ianes, Bisogni Educativi Speciali e Inlusione, 2006). Ciò che è certo è che ciascuno di noi vive in sé la continua commistione di ciò che può apparire normale e del suo contrario.

            Anche e proprio nel rispetto di questa unicità di ciascuno, il processo di insegnamento-apprendimento è tale solo se individualizzato e personalizzato (come per altro indicato dalla normativa della scuola italiana) anche se tale principio ineludibile, condivisibile, pedagogicamente corretto è tuttavia di difficilissima realizzazione. Conosco e ho sperimentato per decenni, con effetti talvolta "magici", una strada; tanti altri come me l'hanno sperimentata, è la strada della comunicazione che si apre all'altro, nutrita da accoglienza in assenza di giudizio, rifiuto di atteggiamenti e catalogazioni pregiudiziali. È la strada dell'apprezzamento del lavoro usurante e meraviglioso del docente-formatore, anche quando sembra che le difficoltà quotidiane lo stiano vanificando ed è la strada dell'ascolto di ogni singolo ragazzo, delle sue quasi sempre gelosamente nascoste emozioni, del suo punto di vista, un ascolto che permette di individuare e gestire opportunità, cambiamento. Per evitare possibili fraintendimenti, è bene tener presente che la scelta consapevole di essere, in quanto adulto formatore (docente o genitore), aperto alla comunicazione, esperto di comunicazione efficace e ascolto, non significherà mai assolvere da errori, non comporterà il rinunciare a correggere, bensì rafforzerà la convinzione proprio nell'educatore che l'errore è elemento cardine per migliorarsi solo se individuato, compreso e dunque risolto e così imparerà ad percepirlo anche il ragazzo.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 

 

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