autobiografia, una forma per narrar-si

autobiografia, una forma per narrar-si  

 

            Se narrarsi non è facile, è comunque possibile apprendere abilità e competenze per riuscire a presentare autenticamente la nostra identità a noi stessi e all'altro.

Il nodo è appunto l'autenticità, il narrarsi autenticamente, cioè riuscendo a cogliere nodi, focus, peculiarità del nostro modo di essere, avvicinandoci ad un equilibrio -certo instabile e che necessita di continuo lavorìo di ripristino- tra vittimizzazione ed esibizione, tra autostima e autorefenzialità, tra ciò che sentiamo di essere o siamo e l'immagine di noi. Una difficoltà, insomma, insita in noi, composita, strutturatasi giorno per giorno nella nostra vita nella consapevolezza, ma più spesso inconsapevolmente e che è comunque tale da distorcere la dimensione di noi a noi stessi e agli altri. Oltre a questa, un'altra implicita e mutevole, inquietante difficoltà si aggiunge al nostro narrarci: che cosa poi l'altro comprenda accetti o rifiuti di noi  e ogni altro lo farà "a modo suo", alterando, inquinando, o forse arricchendo e magari persino esaltando ciò che abbiamo noi inteso comunicare. Già, la comunicazione! La sogniamo efficace, ci prepariamo a renderla tale, ma quante volte possiamo dirci soddisfatti dei risultati?

 

È evidente che stiamo toccando problematiche molto complesse; per non  disperderci, restiamo fermi al proposito di narrarci, insomma sì di narrarci in una autobiografia, a voce o per iscritto. Certamente parlare di sé è diverso dallo scrivere di sé, ma ciò che sollecita la mia attenzione più che l'evidente diversità di tempi, linguaggio, ampiezza, riflessività..., o autocorrezione (più consona al testo scritto che al narrarsi a voce) è la qualità instrinseca, sono gli elementi fondanti di cui necessita un'autobiografia, appunto il narrarsi. Precisamente: memoria e identità. Un'ovvietà? Certamente sì e proprio per questo, come ogni ovvietà, sottovalutata al punto di essere data per scontata e ...ignorata.

            È ovvio che per narrarmi farò ricorso alla mia memoria, a ciò che ho vissuto, ai miei ricordi, ecco appunto i miei ricordi, cioè quelli che albergano in qualche parte di me e silenti ma inderogabili condizionano anche il mio presente. Scrive Duccio Demetrio (Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari, fondata nel 1998): «La scrittura autobiografica si fonda sul passato. Sfata la convinzione che noi si viva solamente nel presente, nelle sue felicità o drammatiche ferite. Siamo il nostro passato anche quando non vorremmo più fare i conti con lui; desidereremmo dimenticarlo per sempre. Il passato, ci può perseguitare, far gioire e desiderare il presente e il futuro. Accoglierlo, accettarlo è uno degli scopi della scrittura autobiografica. La sua è una dimensione esistenziale, indica la totalità del nostro essere stati ed essere, si impiccia del nostro futuro anche quando preferiremmo di no.

La memoria nell’ antichità classica era considerata una dea ( Mnémosine), era la madre di ogni arte. Poiché i nostri talenti – per i greci – oltre ad essere un dono degli dei affondavano nelle radici, nel passato, di chi ci aveva preceduto. La memoria era considerato un destino fecondo, fortunato, generativo: chi avesse accettato di raccoglierlo, talvolta di riscattarlo, in premio avrebbe ricevuto il dono, oltre che della fama, di sapere quale fosse il proprio destino. Le memorie sono molte: nella nostra mente vanno e vengono a seconda delle esigenze pratiche del presente o della rievocazione autobiografica: sono di tipo emotivo, sensoriale, fattuale, relazionale…»

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È per questo che l'autobiografia  « rappresenta un mezzo e un metodo insostituibile per la valorizzazione di se stessi, per lo sviluppo delle capacità cognitive e delle diverse forme del pensiero, per la creazione di una sensibilità [...], dimensione autopedagogica, autoanalitica e introspettiva che [l'autobiografia]induce in chiunque ne faccia esperienza indipendentemente dall'età »[ibidem].

Nella stessa direzione, possiamo trovare indicazioni in Franco Cambi, L'autobiografia come metodo formativo, Laterza, 2007.

            L'autobiografia non è certamente soltanto memoria, ma di memoria si nutre e se appena entriamo nell'ambito della memoria, di che cosa essa sia, di qual rapporto abbia con situazioni e fatti reali, con le nostre esperienze e come struttura la nostra identità, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di chi ci soccorra per capire meglio. Possono aiutarci i filosofi? Senz'altro sì, ma non certo per darci  la  soluzione, bensì per aprire la nostra mente, la nostra identità e accettare in primis la complessità di tale meravigliosa peculiarità dell'essere umano.

Henri Bergson scrive: « La memoria non è la facoltà di classificar ricordi in un cassetto o di scriverli su di un registro. Non c'è registro, non c'è cassetto; anzi, a rigor di termini, non si può parlar di essa come di una "facoltà": giacché una facoltà funziona in modo intermittente, quando vuole o quando può, mentre l'accumularsi del passato su se stesso continua senza tregua. In realtà, il passato si conserva da se stesso, automaticamente. Esso ci segue, tutt'intero, in ogni momento: ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là, chino sul presente che esso sta per assorbire in sé, incalzante alla porta della coscienza, che vorrebbe lasciarlo fuori. La funzione del meccanismo cerebrale è appunto quella di ricacciare la massima parte del passato nell'incosciente per introdurre nella coscienza solo ciò che può illuminare la situazione attuale, agevolare l'azione che si prepara, compiere un lavoro utile. Talvolta qualche ricordo non necessario riesce a passar di contrabbando per la porta socchiusa; e questi messaggeri dell'incosciente ci avvertono del carico che trasciniamo dietro a noi senza averne consapevolezza. Ma, se anche non ne avessimo chiara coscienza, sentiremmo vagamente che il passato è sempre presente in noi. Che cosa siamo, infatti, che cos'è il nostro carattere se non la sintesi della storia da noi vissuta sin dalla nascita, prima anzi di essa, giacché portiamo con noi disposizioni prenatali? Certo noi pensiamo solo con una piccola parte del nostro passato; ma desideriamo, vogliamo, agiamo con tutto il nostro passato, comprese le nostre tendenze congenite. Il nostro passato ci si rivela, dunque, nella sua interezza, con la pressione che esercita su di noi e sotto forma di tendenza, benché solo una piccola parte di esso si converta in rappresentazione chiara e distinta.

Conseguenza di questa sopravvivenza del passato è l'impossibilità, per una coscienza, di passare due volte per l'identico stato. Le circostanze possono ben rimanere le stesse: la persona su cui agiscono non è più la stessa, perché la colgono in un momento nuovo della sua storia. [...]

La nostra personalità, pertanto, germoglia, cresce, matura continuamente. Ciascuno dei suoi momenti è qualcosa di nuovo che si aggiunge a ciò che c'era prima. Anzi, non è solo qualcosa di nuovo: è qualcosa d'imprevedibile. Senza dubbio il mio stato psichico attuale si spiega con ciò che già c'era in me e agiva su di me: analizzandolo, non troverò in esso altri elementi. [...] Sicché è vero che ciò che facciamo dipende da ciò che siamo; ma bisogna aggiungere che siamo, in certo modo, quali ci facciamo e che ci creiamo continuamente da noi stessi.»  [ H. BERGSON, L'evoluzione creatrice, 1907]

E se il cervello è il filo conduttore che ci inserisce, mediante i suoi meccanismi, in una realtà, in una situazione e per questo è il tramite che serve a richiamare il ricordo in rapporto a un certo tipo di azione, a un interesse, a una percezione, il cervello ,scrive ancora Henri Begson: « è una specie di ufficio telegrafico, il cui ruolo è di passare la comunicazione, oppure di farla attendere. Il cervello è simile ad un interruttore, che permette di erogare la corrente ricevuta da un punto del corpo ai dispositivi motori, tra i quali a noi tocca scegliere. La coscienza è innegabilmente appesa ad un cervello, ma da questo non discende affatto che il cervello disegni ogni particolare della coscienza, né che la coscienza sia una funzione del cervello. La relazione del cervello con il pensiero è complessa e sottile. Se mi chiedete di esprimerla in una formula semplice, necessariamente approssimativa, io direi che il cervello è un organo di pantomima. Il suo ruolo è mimare la vita dello spirito, mimare anche le situazioni esterne a cui lo spirito deve adattarsi. L'attività cerebrale sta all'attività mentale come i movimenti della bacchetta del direttore d'orchestra stanno alla sinfonia. La sinfonia supera da ogni lato i movimenti che la scandiscono; allo stesso modo, la vita dello spirito supera la vita cerebrale. Diciamo, se volete, che il cervello è l'organo dell'attenzione alla vita ».[H. Bergson, Materia e memoria, 1896]

In La memoria autobiografica, autori Nicola Mammarella e Alberto Di Domenico, 2011, in quarta di copertina leggiamo: « Chi siamo oggi? Cosa siamo stati nel passato e come saremo nel futuro? Sono quesiti che spesso ci poniamo durante la nostra esistenza. I ricordi autobiografici, infatti, sono fondamentali per la formazione del sé e per l'identità personale e possono essere considerati il legame mnestico tra quello che siamo stati, siamo e saremo».

            Impossibile è una conclusione, e sarà importante per ciascuno di noi riflettere, ogni qualvolta stiamo per narrare o narrarci che ciò che ci aspetta non è un raccontare garbato e libero, sull'onda della memoria, né a breve termine né a lungo termine: la memoriaè un processo, anzi un insieme di processi; è processo ri-costruttivo, di ripetizione elaborativa, di relazioni e associazioni, attivazione di immagini, ad un tempo è codifica, ritenzione, recupero, è oblio, è sistema, registro sensoriale che può attivare stereotipi e di stereotipi può essere vittima (consapevole o meno), vive di interferenze retroattive e proattive che modificano/inibiscono il quantum ricordiamo e tanto tanto di più ... Interessantissimo in Mammarella cit. a pag. 57 Memoria autobiografica e sviluppo del sé cognitivo. Rileggiamolo, di tanto in tanto.

 

Cordialissimamente

Giancarla Mandozzi

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