Chimère, le inseguiamo o... ci inseguono?

Rubens, Bellerofonte abbatte la chimera, dipinto,1635

Chimère, le inseguiamo o... ci inseguono?

 

            Che fossimo noi ad inseguirle, è sembrato fin dai tempi più remoti l'unica verità, se di verità di può parlare in riferimento appunto alla chimera che, evanescente e volubile frutto di immaginazione qual è, permanentemente resta fabulosa, individuale e squisitamente arbitraria, ma sono più che convinta che la situazione nel mondo in cui ci troviamo si sia ulteriormente complicata. Noi, in fondo, siamo liberi di costruirci le nostre immaginazioni  e di inseguirle a tratti o con ostinazione per tutta la vita ignari del fatto che mai si lasciano afferrare, ma su queste nostre individuali produzioni di immaginifici sogni svettano e hanno partita vinta chimere attraenti, insinuanti, avvolgenti e poderosamente efficaci ben confezionate ad arte e con sagacia... da altri. Sono adattissime a noi, sì insomma possiamo indossarle e ci stanno "a pennello" così bene che quasi le ringraziamo di averci risparmiato il lavoro di inventarcele da soli. Con grande gusto le inseguiamo, ma come non notare che il rapporto è capovolto: sono le Chimere che aleggiando nell'aria attraggono la nostra attenzione, sfruttano le nostre frustrazioni, ascoltano e ladrano i nostri sogni, con raffinate qualità camaleontiche assumono aspetto e sapore proprio di ciò che neppure avevamo ancora concepito di volere, ci attraggono e noi, obbedienti, le inseguiamo. Non abbiamo spesso neppure il tempo di riflettere su questo, ma chiediamoci quanti di noi, oggi, potrebbero pronunciare una frase come questa:

Inseguo il sogno di diventare danzatrice classica da quando ero piccina. Ora so che è una chimera, ma la bambina che è in me ne ha nostalgia...

 

Oppure affermare con Victor Hugo, I miserabili, 1862: Nos chimères sont ce qui nous ressemble le mieux [Le nostre chimere sono quel che più ci rassomiglia]?

            Se Jean-Jacques Rousseau, in Le fantasticherie del passeggiatore solitario, 1776/78 (postumo 1782) scriveva: Il paese delle chimere è, in questo mondo, l'unico degno d'essere abitato e Arthur Schopenhauer, in Parerga e Paralipomena nel 1851: La prima cosa che ha da compiere l'esperienza consiste nel liberarsi dalle chimere e dai concetti falsi, radicatisi nella gioventù, è pur vero che già Blaise Pascal, nei Pensieri, 1670 aveva ammonito: Quale chimera è, dunque, l'uomo? Quale novità, quale mostro, quale caos, quale soggetto di contraddizione, quale prodigio! Giudice di tutte le cose, stupido verme di terra, depositario della verità, cloaca d'incertezza e d'errore, gloria e rifiuto dell'universo. Chi sbroglierà questo garbuglio?

 Potremmo convenire con Arturo Graf, in Ecce Homo, 1908, che Se è povero di giudizio chi scambia il chimerico per l'ideale, anche più povero è chi scambia l'ideale per il chimerico?

            Le Chimere, nella loro poliedricità e complessità, in quanto proiezione delle nostre contraddizioni e di quanto irrazionalmente vorremmo per noi stessi, per l'altro, per tutti, per il mondo, oggi e nel Futuro e persino per cambiare il Passato, ci appartengono; sono potenti attrattive in grado di imprimere entusiasmo e rinnovata energia al nostro animo, e allo stesso tempo di rivelarsi mostruose, aggressive e infide.

            La Chimera, nella mitologia greca, è orrendo predatore, mostro con testa e corpo di leone, una seconda testa di capra sulla schiena, e una coda di serpente fornita anch’essa di testa, raffigurata spesso nell’arte antica in atto di vomitare fuoco; era considerata come un’incarnazione di forze fisiche distruttrici (vulcani o tempeste). In greco χίμαιρα, Khimaira significa capra, il più selvatico tra i domestici e il più domestico tra gli animali selvatici. I sapienti e gli alchimisti medievali così spiegavano la Chimera: il leone era il coraggio, la forza, il sole, il calore e l’estate; il serpente rappresentava il male, la notte, la vecchiaia e l’inverno; la capra infine era la transizione, il crepuscolo e simboleggiava le stagioni dell’autunno e della primavera. In questo senso, durante il medioevo la Chimera divenne una sorta di simbolo del cambiamento, con un’accezione però negativa, in quanto la sua natura trina la portò ad essere un’immagine distorta della trinità. 

Ed e' in quest'ottica la dedica a Tinia, il mutevole Giove etrusco, iscritta sulla zampa anteriore destra della Chimera. "Non sia da meravigliarsi quindi che al sommo dio degli etruschi, principio cangiante di ogni cosa, venisse dedicata la multiaspetto velocissima Chimera". Nel linguaggio poetico prima, e poi anche in quello comune, la parola chimera è venuta a significare i sogni irrealizzabili, le immaginazioni strane e impossibili e sugli scudi araldici la sua figura significa illusioni vane.

            Illusioni, appunto e vane. Le illusioni hanno sempre accompagnato il cammino dell'uomo sulla terra: ogni uomo ha costruito, nutrito e persino rimpianto le proprie illusioni, le ha amate e tenute strette a sé, al suo mondo interiore, a quella sua identità in parte espressa e in parte segreta, mai completamente disvelata agli altri e tuttavia mutevole nel tempo in cui era in grado di ritrovar-si.

            E oggi? forse oggi proprio quelle illusioni tutte nostre, le illusioni che ci appartenevano comunque e che, anche se destinate a non concretizzarsi, custodivamo come una parte di noi, oggi sono la vera mostruosa potente chimera, sfuggente, indecifrabile, inafferrabile...e le tante chimere che ci affascinano e muovono non sono altro che impersonale rumore di fondo.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 

 

 

 

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