l'eccesso di stimoli, un rifiuto tutto da imparare

l'eccesso  di stimoli, un rifiuto tutto da imparare

         Il fenomeno dell'iperattività e/o della disattenzione dei bambini in età scolare è spesso valutato secondo un inquadramento diagnostico di ADHD (Attention deficit hyperactivity disorder) in contesto psico-clinico. Lo strumento diagnostico principale per porre un sospetto diagnostico fondato è il DSM (arrivato alla quinta eddizione) e non riconoscere l'ADHD, a detta degli specialisti,  è certamente l'errore più frequente e più denso di conseguenze pratiche. La sindrome è classificata in forme diverse, tra cui una classica, caratterizzata da iperattività, impulsività e disturbo d'attenzione e una meno frequente e più difficile da riconoscere in cui compare solo il deficit di attenzione.

È soltanto "medicalizzazione" eccessiva o ingiustificata, come spesso si sostiene?

 

Di certo, il fenomeno dell'iperattività e dei disturbi dell'attenzione è notevolmente diffuso e riscontrabile concretamente nella scuola con peculiarità assolutamente diverse, sia come vero e proprio ADHD, sindrome da deficit di attenzione e iperattività, sia come sviluppo di comportamenti analoghi, legati al contesto ambientale, a situazioni immanenti e particolarmente difficili che coinvolgono il bambino, quindi non o non ancora patologici e per questo è indispensabile che gli insegnanti e i dirigenti di istituto conoscano il fenomeno e abbiano strumenti e adeguati sostegni per riconoscerlo e trattarlo. Prioritario, direi, è che dunque gli stessi dirigenti, i docenti e i genitori siano disposti ad individuare anche cause non patologiche del comportamento iperattivo e spesso distratto di un bambino, osservandolo, ascoltandolo, attuando loro stessi comportamenti corretti educativi e pedagogici, prima di demandare allo specialista la responsabilità di una diagnosi e cura. Insomma prima della cura, che permane necessaria e indiscutibile nei casi patologici, occorre che gli adulti che hanno comunque responsabilità educative nei confronti del bambino "si prendano cura" di lui. È un diritto del bambino (come lo è di ogni essere umano) prima di tutto essere compreso e ascoltato e solo con questa modalità sarà possibile agli adulti scegliere la soluzione più efficace, rispettosa dell'indole e della crescita armonica del bambino.

         Chiarisco con un esempio che è ben conosciuto e ri-conosciuto: la dislessia.

Nella nostra società non sono poche le persone che vivono una vita di relazione soddisfacente in ogni ambito, familiare, lavorativo, sociale e che tuttavia rammentano ancora come un incubo ormai quasi definitivamente risolto la frequenza scolastica, dalle elementari su su fino alle classi delle secondaria, le ansie terribili per conseguire con estrema fatica il diploma o la maturità, a causa di risultati nel profitto sempre inferiori alla loro volontà e all'applicazione allo studio. Ciò che più li ha afflitti e ancora li affligge è la allora reiterata incomprensione degli adulti oltre che dei compagni di classe; per tutti gli altri "loro" erano svogliati, indolenti e lenti, disinteressati, insomma incapaci. Da quando, grazie al lavoro di specialisti e soprattutto di attenti educatori e docenti, le difficoltà emotivo-cognitive legate ad una forma di dislessia anche lieve sono finalmente note, sono disponibili efficaci e persino semplici soluzioni al problema e finalmente quelle ansiose fatiche del bambino in difficoltà inevitabilmente accompagnate da comportamento asociale e rinunciatario, quelle fatiche una volta ignote sono ben note e quindi risanabili. Insisto, solo attraverso l'osservazione, l'analisi, la comprensione del problema, sarà possibile cercare e trovare una soluzione efficace, individualizzata e personalizzata.

         Tornando all'iperattività e alla difficoltà di attenzione, è del tutto inammissibile non considerare che oggi noi tutti, adulti e bambini, siamo investiti quotidianamente  da stimoli plurimi, potenti e accattivanti, in una quantità esponenzialmente crescente. Sappiamo gestirli? È evidente che occorrebbe vagliarli, selezionarli e persino saperli ignorare, perché non ci catturino con quelle voci e con proposte "sapientemente" suadenti facendoci perdere la concentrazione sui nostri obiettivi prioritari, ma siamo in grado di farlo, o, in fondo troviamo più semplice lasciarci trascinare dalla corrente?      L'adulto è spesso in difficoltà a mantenersi fermo sui suoi propositi, anche semplicemente per arginare la pressione degli amici, e se lo è l'adulto, possiamo ben comprendere quanto più vulnerabili di fronte al bombardamento mediatico siano i bambini e i giovani, sollecitati, fin dalla nascita, ad essere al centro di attenzione curiosa degli adulti in famiglia e fuori, indotti ad esibirsi prima ancora di aver compreso come esprimersi, perennemente in movimento già piccolissimi, al seguito dei genitori  in ambienti diversi sempre nuovi, affollati, in cui l'attenzione degli adulti è concentrata su altro che non su di loro (in pizzeria, al cinema, in  viaggio...), i bambini elaborano gli stimoli che da quegli ambienti li colpiscono e allertano la percezione o, al contrario la anestetizzano, visto che l'essere vivente in quanto sistema non lineare ad uno stesso stimolo può dare risposte diverse.

         Non abbiamo la libertà in quanto adulti, e tanto meno nel ruolo di educatori, di ignorare che l'iperattività e la frequente disattenzione o incapacità a concentrarsi è certamente effetto, feedback di quel mondo concitato, avido del di più, ridotto a frammenti di immediato presente che immediatamente è annullato dal successivo. Una massa informe di sollecitazioni resta nella mente del bambino delle esperienze che quotidianamente lo bersagliano: richiami alla realtà o alla fantasia che vede, ascolta, sente, in tempi accelerati e che non si traducono mai in esperienza , cioè vita vissuta. Sappiamo che l'esperienza è considerata una "quarta" forma di conoscenza, perché dai suoi elementi di forza e di debolezza apprendiamo a crescere, l'esperienziale  è l'asse portante della formazione per adulti e in particolare per i docenti (si vedano le nuove norme ministeriali per i Laboratori esperienziali di Formazione nel PTOF, che vanno a sostituire i tradizionali Corsi di Formazione), come mai di fronte a bambini semplicemente incontrollabili per incontenibile energia vitale  e incapacità a seguire la norma suggerita dall'adulto, ecc... siamo propensi a pensare ad una patologia, piuttosto che ad una mancata educazione?

         Concentriamoci su un dato acquisito e incontrovertibile: gli stimoli in eccesso (cioè non monitorati e non adeguati all'individuo che li riceve) sono semplicemente e sempre dannosi, e quando poi sono disordinatamente ripetitivi, tutti coinvolgenti e allo stesso tempo diversi inducono nel soggetto inevitabili alterazioni emotivo-cognitivo-comportamentali. Cominciamo noi adulti ad educare il bambino a gestire questo eccesso di cui lui non è ancora consapevole, cominciamo a curare il suo rapporto con gli strumenti di cui è dotato ancora piccolissimo, rendiamolo libero di usare il suo cellulare  come uno strumento, piuttosto che farsi lui strumento al servizio del cellulare, e poi di watshapp e poi di facebook e poi e poi...

         Forse, la nostra realtà ha proprio un disperato (sommerso) bisogno prioritario: ridurre gli eccessi... per dare  o restituire forma alla identità di ciascuno.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 

 

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