l'errore è ... una risorsa

l'errore è ... una risorsa

 

            La parola errore, dal latino error, derivato di errare significa 'vagare, deviare' , ma nella percezione di ognuno di noi errore è negatività, segno di incapacità, pericolo da evitare assolutamente, una minaccia. L'errore è il vagare oltre, altrove, rispetto ad una strada indicata o in parte già percorsa e "traccia un percorso peregrino e imprevedibile. È anche una questione di suono: sentore, lucore, sapore. La terminazione della parola in 'ore' trasmette un che di sospeso, di piacevolmente indefinito"(http://unaparolaalgiorno.it/), privo di fissità, sì insomma comunica versatilità e flessibilità, proprie del mondo mediatico-informatico nel quale siamo immersi. Perché questa piacevole idea di vaghezza vale per le altre parole ma non vale per l'errore? Al suono della parola errore, in verità,  sentiamo in noi il vibrare intenso di quelle tre "r" che si ripetono e si rincorrono esattamente come ci sentiamo inseguiti, braccati dall'errore che mette in evidenza una nostra mancanza e dagli altri che puntualmente sull'errore ci inchiodano, ci interrogano, ci giudicano.    

 

            Percepiamo l'errore come qualcosa di grave e difficilmente rimediabile anche perché frutto di una scelta, di un nostro modo di porci di fronte alle situazioni e, per questo, ben più pesante dello sbaglio. Percepiamo con esattezza che  errore e sbaglio non sono affatto sinonimi  "Mentre lo sbaglio (che ha lo stesso etimo di 'abbaglio') ci comunica una deviazione istantanea, una scivolata, un lampo di disattenzione, l'errore ha un che di sistematico, è integrato in un'organizzazione ideale, [...] l'errore è connaturato nella costruzione della conoscenza". (ibidem).

            Proprio per questo, una volta che abbiamo ri-conosciuto l'errore potremmo aver maturato un'esperienza fondamentale per una conoscenza e una consapevolezza migliori, appunto "potremmo". Non c'è persona al  mondo, credo, che non ne sia convinta, ma in questo caso una convinzione positiva non è sufficiente ad imporsi su un principio assai più tenace e atavico (chiamarlo controingiunzione  può meglio chiarire?) secondo cui gli errori non vanno commessi e dunque noi MAI dovremmo commetterne. Si tratta di un presupposto del tutto teorico e in contrapposizione evidente con la natura di ogni essere umano e tuttavia così potente da indurci ad autolimitarci, ad evitare ogni sollecitazione/rischio, pur di non commettere errori con il risultato di collocarci dentro una bellissima...gabbia; con la stessa autorità su di noi inermi, questo presupposto, dopo ogni  -inevitabile- errore, alimenta sensi di colpa e disistima. A queste condizioni  come è possibile trovare chi non si dispiaccia di commettere errori o chi ammetta di averne commessi senza provare un profondo rammarico? Non di rado abbiamo memoria esatta  del momento in cui questa inimicizia tra noi e l'errore è nata e si è radicato nel nostro animo il rifiuto dell'errore: ci siamo sentiti colpevolizzati per ciò che avevamo "commesso". Che fossimo in presenza dei genitori o a scuola poco importa; quel che è certo è che eravamo in tenera età e con il passare degli anni quel disagio non si è modificato: ammettere di aver commesso  un errore è diventata la fatica più grande che ci si possa chiedere, per giunta persino inutile ad evitare il ripetersi degli errori già commessi. Daniela Lucangeli, ricercatrice nell'ambito delle neuroscienze, psicologa che ha svolto attività didattica per la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti sui temi inerenti alla Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione ed alla Psicologia dell’Apprendimento, più volte nei suoi interventi ha insistito e continua ad insistere sul fatto che, nell'educazione come nell'insegnamento, l'adulto si limita a segnalare, più o meno morbidamente, l'errore e tralascia l'aspetto fondamentale che rende quello stesso errore fonte di conoscenza: il coinvolgere il bambino, l'adolescente o il giovane nell'analisi e risoluzione dell'errore, consentendogli di mettere in atto un attivo percorso di rielaborazione, essenziale per innescare un processo virtuoso fonte di autostima e incremento formidabile  di resilienza. L'intelligenza numerica che è al centro dell'interesse della prof. Lucangeli necessita di esposizione continua per evolvere, quindi di esposizione all'errore che altro non è che il tentativo che ci avvicina alla soluzione migliore, come accade per ogni abilità di ogni persona e in ogni forma di apprendimento. (Daniela Lucangeli  https://www.youtube.com/watch?v=gxaiVQO7COg&list=PLKpc3TolLhpX2XCewx721q3-8fWhI4RGF&index=3).

            Ci rasserena e ci dà speranza ripensare alla risposta di Thomas Edison, quando gli fu chiesto “Mr. Edison, come si è sentito a fallire duemila volte nel fare una lampadina?”: “Io non ho fallito 2000 volte nel fare una lampadina; semplicemente ho trovato 1999 modi su come non va fatta una lampadina!”. Come Edison, potremo comprendere che non si può avere successo senza sperimentare l’insuccesso, cioè l'errore. Solo dopo averlo compreso per noi stessi potremo essere in grado di aiutare l'altro a fare altrettanto e allora sì che l'errore diventa lo strumento dell'apprendimento, lo strumento con cui impariamo ad orientarci con maggiore precisione verso i nostri obiettivi e i nostri errori, nel loro insieme, costituiranno gli elementi del nostro percorso di crescita.

Il counseling è strada maestra per consentirci di imparare a dire: "…da quando ho iniziato ad ammettere i miei errori, ad “evitare di evitare” di pensarci, ad aprirmi all’esperienza dell’esposizione, vedo l'errore come un feedback senza il quale non sarei in grado di auto-regolarmi". Il che, ovviamente, significa accettare i propri errori e adoperarsi per rimuoverli, una precisazione che va fatta anche perché è diffusa la convinzione che l'accettazione incondizionata di cui il counseling si nutre sia sinonimo di rinuncia a migliorarsi, una sorta di risorta e incoraggiata ignavia...

            Orientati allo sviluppo di protesi intelligenti, recenti studi di analisi dei segni elettroencefalografici su Come il cervello scopre gli errori (dipartimento di Psicologia Università La Sapienza Roma, 01/03/2016,  pubblicati su The Journal of Neuroscience), hanno dimostrato che il non ammettere l’errore attiva meccanismi di “evitamento” mentre riconoscerlo attiva gli stessi meccanismi neurologici della "ricompensa". Adottiamo e facciamo nostra questa ennesima sollecitazione e consideriamo l'errore nella sua più autentica realtà: una necessaria-preziosa risorsa, un'indicazione su come avvicinarci al nostro obiettivo.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 

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