l'esperienziale: efficace, insostituibile e ... rischiosa

l'esperienziale: efficace, insostituibile e ... rischiosa

 

            L'esercitazione esperienziale non è una modalità strategica innovativa né recente e nel percorso di counseling costituisce elemento cardine del possibile cambiamento, tuttavia la solida e verificata convinzione di chi la propone (counselor, formatore, educatore) incontra molto frequentemente una aprioristica e altrettanto solida resistenza nell'interlocutore.  Possiamo trovarci di fronte ad una persona in aiuto o ad un gruppo, omogeneo o eterogeneo, la costante più diffusa è che il mettersi in gioco venga avvertito come una difficoltà insormontabile e con un fastidio sensibilmente più grande negli adulti che non nei ragazzi o negli adolescenti.

            Durante Corsi e Laboratori di Formazione per adulti (in particolare genitori e docenti di ogni ordine e grado della Scuola) che in questi anni organizzo e coordino, ho avuto modo di osservare in numerose occasioni le re-azioni dei presenti nel momento in cui si chiede loro di organizzarsi  per l'esercitazione. Qualche esempio? Chi non ha proferito ancora parola durante l'incontro, diventa improvvisamente ciarliero, pone domande di chiarimento su quanto finora è stato trattato, avanza proposte per i successivi incontri o chiede che venga anticipata nei particolari l'esercitazione; i presenti più partecipativi, abitualmente coinvolti ed estroversi trovano il coraggio di esprimere le loro ansie e non di rado il loro "non sono capace " (al che ci è impossibile non pensare alle evidenti implicazioni dei ... giochi psicologici di cui ci ha edotto Eric Berne). Sono reazioni al limite della consapevolezza, frutto quasi completamente di automatismi che giungono da un passato, remoto ma evidentemente non archiviato, dal disagio implicito nel ruolo di "alunno sottoposto a giudizio" a scuola, quando si sentiva il bisogno di difendersi dalle verifiche sentite come una minaccia e si mettevano in atto strategie (in verità poco efficaci visto che quasi sempre il docente aveva partita vinta e imponeva la verifica) ma avevano il sapore gustosissimo di trovare d'accordo tutti o quasi, i vessati alunni, sia pure per un istante, nel fare fronte unico, mettendo in atto strategie ed inventive diversificate sì ma segnate da un comune denominatore: il voler procrastinare il più possibile l'avvio dell'esercitazione o addirittura evitarla. Forse che i docenti non avevano dato informazioni utili, o non avevano dato tempo sufficiente per la preparazione o erano pronti a stigmatizzare gli errori sottovalutando ogni progresso? Talvolta sì, ma è certo che l'ansia della verifica era contagiosa e reale perché non era una questione di contenuti, piuttosto si annidava in una serie di errori di relazione e di comunicazione tra docenti e alunni.        

Se ne potrebbe dedurre che un formatore o un counselor, attento in primis alla efficacia della comunicazione e abile nel costruire una corretta relazione con l'interlocutore, sarà in grado di prevenire e gestire ogni eventuale resistenza e invece...Invece è evidente che aver deciso di iscriversi ad un Laboratorio  esperienziale come docente o come genitore, spinto dal desiderio di risolvere almeno alcuni problemi di relazione intra/interpersonale,  non implica affatto aver accettato che l' esperienziale sia, come di fatto è,  partecipazione attiva,  coinvolgimento di ognuno ed è assai frequente che al relatore e persino al tutor d'aula ci si rivolga come se avessero il ruolo di abili dispensatori di ricette infallibili, piuttosto che agevolatori del o per il cambiamento in atto di ognuno.

Anche nei Corsi di Formazione, dunque, accade che i partecipanti apprezzino l'assenza di giudizio nel relatore/counselor, vivano in leggerezza e reciprocamente l'ascolto attivo, partecipino alle riflessioni, amino la condivisione sulle problematiche dell'incontro e poi...poi si blocchino di fronte al momento (previsto, insieme deciso, inerente al focus del problema in oggetto ed essenziale per conoscer-si e innescare il cambiamento) dell'esercitazione, dell'azione. È sufficiente osservare i linguaggi non verbali per "vedere" chiaramente come, senza che ce ne sia reale giustificazione, vengano risucchiati in una fastidiosa sensazione di rischio. Ma, esiste qualche rischio, nell'esperienziale? Che cosa, in definitiva, effettivamente ciascuno rischia nel momento in cui viene coinvolto in una esercitazione esperienziale?

In effetti, rischia molto e il rischio è talmente grande da giustificare tattiche diversive ed elusive; ad esempio è il rischio di essere indotto ad ascoltar-si profondamente, senza aver ancora imparato a sospendere il giudizio su...di sé (mentre forse sta apprendendo a sospenderlo verso gli altri).

            Ne traggo un suggerimento sottile e fondamentale: al primo posto, tra le priorità su cui lavorare in ogni dialogo intra e interpersonale per costruire una relazione che accetti il cambiamento, va collocata l'acquisizione di una disponibilità d'animo (in noi e nell'altro) che è così essenziale da assicurare da sola in  qualunque situazione e qualunque sia il ruolo che stiamo agendo. È la disponibilità a sospendere il giudizio , a cominciare dal giudizio verso noi stessi; la disponibilità d'animo diverrà capacità, agita ripetutamente nel tempo diverrà nostra peculiare abilità di osservare e valutare ogni situazione liberi dagli angusti limiti di giudizi a cui ci eravamo così abituati da sostituirli alla realtà.

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 

 

            

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