quotidiani ... paradossi

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            Nei Paesi cosiddetti sviluppati di Occidente e Oriente, si può accedere alla conoscenza, comunicare in tempo reale con il mondo, ma, d'altro canto, noi utenti siamo progressivamente diventati meno capaci di cogliere il valore della conoscenza, meno autonomi nella ricerca, più confusi nella scelta e selezione dei dati. Alla dovizia, mai esausta, di informazioni  si accompagna paradossalmente una diffusa insufficiente abilità a fruirne.

Ogni epoca, certamente, ha vissuto i suoi paradossi e la nostra non ne è immune, anzi ne accoglie rapidamente sempre più numerosi, in forma esponenziale. Se per i filosofi, il paradosso può essere un vero toccasana, una sorta di gioco che la mente umana accetta e/o crea come una sfida, a volte cercando e gustando il momento in cui il ragionamento incappa in un “corto circuito”, nella realtà quotidiana viviamo il paradosso nel suo lato meno gradevole, non come credenza o situazione straordinaria, quanto piuttosto come dato di fatto assurdo. Meravigliosa è la forza trascinante del teatro dell'assurdo, pensiamo all'opera Aspettando Godot di Samuel Beckett, 1952, ma quando è la situazione reale in cui ci imbattiamo ad apparirci assurda, allora è tutta un'altra la nostra reazione cognitivo-emotiva e comportamentale. In tal caso, ciò che definiamo assurdo assume carattere di imprevisto e irrisolvibile e la convinzione che sia una sorta di fatalità, di combinazione di elementi che sfuggono al nostro controllo limita la nostra volontà e le nostre azioni. È così che ci stiamo assuefacendo a situazioni che per noi restano prive di senso tanto quanto il loro esatto contrario: se è diffusa una nostra aumentata imperizia a procurarci le conoscenze di cui abbiamo necessità, è altrettanto comune che stentiamo a mettere a frutto capacità e competenze che possediamo e che abbiamo coltivato con passione, a lungo.

 

È frequente infatti che  rifiutiamo le nostre doti, abilità o competenze, persino i nostri punti di vista,  se diversi o non allineati al comune sentire. Ne  abbiamo conferma come counselor  ad ogni colloquio e ne percepiamo gli effetti nelle relazioni interpersonali sempre più compromesse da individuali fragilità, dal sentirsi inadeguati, non omologati.

Desiderio di sentirsi integrati/omologati  nello stesso momento in cui gridiamo il nostro bisogno di libertà, non è forse un paradosso?

Riconoscere con enfasi il potere dei microprocessori, sognare il momento in cui sarà al nostro personale servizio un robot androide e, nello stesso tempo, non avere considerazione per quel complesso e in gran parte sconosciuto modello a cui il tutto si ispira, cioè il cervello umano non è un paradosso?

Restare ore e ore seduti con lo sguardo e la mente concentrati su un piccolo, medio o grande monitor e confinare il movimento a due ore serali di palestra, che cos'è se non un paradosso? Persino le nostre abitudini alimentari stanno subendo attacchi aggressivi paradossali in tante diverse subdole formule che certo non sono nate nel XXI secolo e, potremmo dire, appartengono allo stato del nostro io bambino: convinti difensori di un'alimentazione corretta, proviamo ogni tipo di dieta che qualcuno ci propone, caparbiamente volendo credere a fantomatici effetti miracolosi che puntualmente non si materializzano e così ci "consoliamo" mangiando di tutto in ogni ora del giorno e ... pure della notte. E che dire di chi è desideroso di avere un fisico magro e scattante e dunque si affida a qualunque tipo di prodotto che ostacoli l'assimilazione, pur di mangiare fino a sazietà ciò che più piace?

Un elemento ricorre invariato: orientarsi a neutralizzare gli effetti dei nostri errori, cercando e trovando un correttivo, piuttosto che prevenire, anche quando sarebbe possibile, l'errore stesso. Una domanda si impone: ma la nostra presente realtà non ci è ripetutamente presentata come quella che cura e attua la ... prevenzione?

Convivere con i paradossi si può, a patto di acquisirne consapevolezza. Buon lavoro a ciascuno di noi.

 

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

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