competenze comunicative... e rispetto dell'altro

competenze comunicative...

e rispetto dell'altro

 

            Ci è ben noto che conoscere e gestire il complesso mondo della comunicazione sia una necessità primaria, ce ne siamo ormai da tempo personalmente convinti e abbiamo persino imparato a valutare l'efficacia comunicativa, o meno dei nostri interlocutori.

Quando il nostro ruolo o il nostro lavoro non è tale da costringerci ad implementare le nostre competenze comunicative, con leggerezza, quasi come in un gioco, ci alleniamo a riconoscere chi è più o meno abile nel comunicare e chi sa gestire la relazione con l'altro con naturalezza (almeno apparente) a proprio vantaggio. Osserviamo con attenzione non di rado le modalità con cui i personaggi pubblici affrontano il dialogo e si rivolgono all'interlocutore, finiamo per prestare più attenzione al come piuttosto che al quanto e cosa viene detto e immaginiamo, spesso realisticamente, che dietro quei personaggi ci sia uno staff intero di specialisti che dirigono, controllano, modellano ogni sua parola e ogni suo gesto perché raggiunga gli obiettivi che insegue e ne restiamo anche talvolta ammirati.

 

È un incontro/ scontro, ad esempio, quello che si presenta ai nostri occhi di spettatori in cui vince chi meglio dell'avversario sa gestire parole, gesti, atteggiamenti, toni, mimica, espressioni del volto e linguaggio del corpo e noi stessi, al di qua dello schermo, non siamo certo immuni dal condizionamento. Così, troppo raramente ci chiediamo se chi ci appare più convincente lo sia proprio perché ne condividiamo convinzioni, valori, progetti, oppure perché ci ha convinto come "personaggio", perché ha zittito in breve l'interlocutore mettendolo all'angolo, e ci piace immaginare di essere anche noi così abili. Dalla risposta a questi interrogativi, dalla consapevolezza di ciò dipende la nostra maggiore o minore autonomia.

Vogliamo continuare a fidarci di ciò che "sentiamo a pelle", come quando incontriamo qualcuno per la prima volta; vogliamo prestare ascolto alle nostre intuizioni, percezioni, al nostro "sesto" senso o vogliamo provare ad ascoltare anche la nostra sfera cognitiva, nel pieno rispetto della nostra e dell'altrui identità?

            Imparare a gestire la comunicazione è impresa ardua e necessaria, siamo d'accordo, proprio perché implica due o più soggetti in relazione ed invece lo usiamo come  strumento di sopraffazione: acquisisco abilità comunicative a mio esclusivo vantaggio, per vincere sul mio interlocutore.

            È questione tutt'altro che generica e secondaria; senza neppure averlo  confessato a noi stessi ci siamo abituati ad apprezzare comunque le doti vincenti, quelle che consentono di aver ragione dell'altro, come se sempre appunto si trattasse di agire in una sorta di battaglia e non di  costruire una relazione autentica e corretta. Gli effetti collaterali di questo diffuso atteggiamento sono numerosi e di segno negativo in quanto di fatto negano il valore della relazione interpersonale, del dia-logo (e forse addirittura della relazione con noi stessi, quella intrapersonale).

Se valutiamo ogni relazione, persino quelle affettive e familiari, come una schermaglia dalla quale uscirà un vincitore e uno sconfitto, potremo anche aver imparato tanto sulla comunicazione, ma ci sfuggirà l'elemento fondante: per comunicare correttamente e proprio quando più tengo a ciò che dico e in cui credo, avrò necessità di osservare come e se ciò che dico viene compreso dal mio interlocutore, valuterò il feedback che di lui mi torna, l'elemento che fa della comunicazione un percorso circolare e sulla sua base, se necessario, modificherò per chiarire ancor meglio il mio bisogno, il mio pensiero.

Essere abili e consapevoli comunicatori significa tener conto dell'interlocutore, saper leggere i suoi messaggi paraverbali e non verbali, ascoltare le sue parole con la stessa attenzione con cui pronunciamo le nostre, significa in una parola aver rispetto dell'altro. Può sembrare una banalità e forse lo è, una ovvietà, ma il destino più frequente, lo sperimentiamo ogni giorno,  di ciò che è ovvio è che... resta ignorato. 

            Le parole del poeta toccano la profondità e ce la consegnano. Lasciamoci invadere dall'emozione che ridesta la nostra umanità:

[...]

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso

Giuseppe Ungaretti,  Commiato,1916 ne Il porto sepolto, 1931 in Allegria

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

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