misura e percezione del ... tempo

misura e percezione del ... tempo

2^ partedila corsa per saziare la fame di... tempo

 

            immagine: particolare da La Persistenza Della Memoria,  Salvador Dalì (1931) 

The Museum of Modern Art  - New York

            Per il  senso  comune l’orologio,  con  la  sua rigidità  e  precisione “geometrica”  è sicuramente lo strumento razionale per eccellenza: permette di misurare il tempo e scandisce le nostre  esigenze empiriche  quotidiane. L’orologio che si scioglie, invece, non può misurare il corso del nostro tempo, perché  esso  varia secondo la psiche e gli attimi  della  vita  di ciascuno  di  noi. 

           Seguendo il filo della misurazione del tempo alla ricerca di un tempo oggettivo, un tempo assoluto, sempre più preciso, basato su cicli perfettamente regolari che non concedono errori nella misurazione, abbiamo ancor più enfatizzato la distinzione e la diversità tra misurazione e percezione del tempo: una sorta di orologio biologico, situato nell'ipotalamo, dà il tempo e mette in sincronia i bioritmi dell'organismo, ma la maggior parte delle funzioni somatiche non può avere un ciclo regolare, altrimenti non riusciremmo ad adattarci alle situazioni diverse che si verificano nell'arco della giornata, nell'arco della vita; è così che, ad esempio, nel caso in cui sia richiesta un'attività maggiore, il battito cardiaco accelera per sostenerla.

 

Due realtà, dunque: il tempo che rincorriamo assoluto, preciso, scandito in  parti e la nostra personale  percezione del tempo, cioè tempo della coscienza, come lo definisce Henri Bergson. Il primo rimanda alla nozione di tempo della fisica (che risale ad Aristotele), tempo spazializzato secondo Bergson, che ha prodotto una concezione del tempo strettamente dipendente dal problema della sua misurabilità. La divisione dello spazio percorso in un certo numero di intervalli tutti uguali, piccoli a piacere, fornisce le cosiddette unità di tempo, con relativi multipli e sottomultipli che rendono possibile la calcolabilità matematica ed è concezione utile all’uomo per lo studio scientifico dei fenomeni e per l’applicazione tecnologica.  Ma, non può pretendere, in virtù dell’autorevolezza della scienza, l’esclusiva dell’unicità e della “verità”.

Due anche le durate: la durata cronometrica degli eventi, quantitativa e spaziale e quella del tempo che “scorre” dentro di noi, appunto quella “durata reale”, a cui si è fatto cenno nella prima parte di questa riflessione, durata qualitativa   nella quale i vari momenti  che la compongono non  sono  mai  paragonabili  tra di  loro sulla base  della loro ampiezza,  proprio perché vissuti  ogni volta  in modo diverso dalla nostra coscienza.

                        ...Noi  ricordiamo le note di una melodia fuse,  per  così  dire,  insieme.    Ma  non  si  potrebbe  dire che, sebbene queste note si succedano, noi le percepiamo comunque le  une  nelle altre,  e che  il loro  insieme  è  paragonabile  a un essere vivente le cui parti, per quanto distinte, si compenetrano per l’effetto stesso della loro solidarietà? La prova di ciò è che quando andiamo fuori misura insistendo più del necessario su una nota della melodia, ciò che ci avverte del nostro errore, non è la sua esagerata lunghezza in quanto tale, ma il cambiamento qualitativo che in questo modo abbiamo apportato all’insieme della frase musicale. È quindi possibile concepire la successione senza la distinzione come una compenetrazione reciproca, una solidarietà, una organizzazione intima di elementi, ciascuno dei quali, pur rappresentando il tutto, può essere distinto e isolato solo mediante un pensiero capace di astrazione. È certamente questo il modo in cui un essere contemporaneamente identico e mutevole, che non avesse alcuna idea dello spazio, si rappresenterebbe la durata..  Ma familiarizzati con l’idea dello spazio, addirittura ossessionati da essa, l’introduciamo a nostra insaputa nella rappresentazione della pura successione; giustapponiamo i nostri stati di coscienza in modo da percepirli simultaneamente, non più l’uno nell’altro, ma l’uno accanto all’altro; in breve, proiettiamo il tempo nello spazio, esprimiamo la durata attraverso l’estensione, e la successione assume per noi la forma di una linea continua o di una catena, le cui parti si toccano senza penetrarsi.

(Henri Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza, in Opere, 1889-1896, Mondadori, MI, 1986, pp. 59-60)

            Proviamo a ricordare che l’io vive il presente con la memoria del passato e l’anticipazione del futuro; passato e futuro possono vivere soltanto in una coscienza che li salda nel presente. Ogni momento della coscienza è irripetibile perché è il risultato di tutti i momenti, di tutte le esperienze precedenti e, quindi, nuovo rispetto ad essi.

Se impoveriamo ogni nostra esperienza fino al punto di considerarla esauribile e completa in un tot di tempo, depauperandola del suo più intimo e peculiare valore per la nostra interiorità, per la nostra stessa identità, è certo quanto inevitabile che la misureremo a minuti e secondi entrando in una spirale di ansiosa frettolosità, di rincorsa di ciò che ci sta sfuggendo, di ciò che stiamo perdendo perché occupati in qualcosa d'altro,  ci convinceremo che è doveroso controllare  più cose contemporaneamente e chiameremo questo azzeramento progressivo di noi stessi...efficienza.

 

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 

 

 

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