la corsa per saziare la fame di... tempo

la corsa per saziare la  fame di... tempo

1^ parte

            "se solo avessi cinque minuti in più, ce la farei" "ho tanti progetti ma non ho il tempo per attuarli"  "corro e mi affanno tutto il giorno, ma sempre alla fine della giornata, tanto altro  avrei dovuto e voluto fare"...

            Potremmo definirla "fame di tempo", rincorsa di una dimensione che ci sfugge, e che più accelera quanto più la rincorriamo.

Oltre l'avvicendarsi del dì e della notte, abbiamo cominciato a percepire il passare delle ore per far sì che il tempo fungesse da organizzatore del caos e man mano, sempre più presi e circuìti dalla frenesia della pianificazione di ogni singola attività, siamo riusciti a parcellizzare le nostre giornate in sequenze di minuti perdendo definitivamente la percezione del trascorrere del tempo secondo ritmi naturali e ciclici, della natura certamente, delle stagioni ed anche dell'organismo che su quelli è modellato. È esperienza comune, infatti, che la stagione primaverile risveglia anche in noi desideri, progetti, una sorta di voglia di rinascita, che l'autunno può indurci una forma di depressione e le giornate brevi e poco luminose dell'inverno frenano le nostre iniziative, così come la percezione del tempo che viviamo si dilata o si restringe in rapporto a quanto ci è gradevole: il tempo che trascorriamo impegnati in attività che amiamo ci sembra voli via, al contrario quando viviamo una condizione triste o spiacevole sembra non passi mai.

 

            In accelerazione progressiva, abbiamo imparato a nutrire bisogni e desideri che non tollerano tempi di attesa, chiedono immediata soddisfazione nella dimensione del tempo assoluto, preciso, esterno a noi, orologio, anzi no cellulare/display alla mano. Proprio in questo si annida la fame di tempo, di un tempo che non è più interiore e che ha perso la sua peculiarità, quella che è definita la “durata reale” dei... fatti di coscienza.

Forse neppure siamo in grado di ricordare quando è accaduto la prima volta ma è ormai abitudine misurarci costantemente con il cronometro,  contingentare entro limiti temporali ogni forma di esperienza, soprattutto  considerare mera perdita di tempo ogni interferenza, ogni limite, anziché un contributo alla crescita di conoscenze e competenze.  Le nostre esperienze restano di fatto non  confrontabili con procedimenti scientifici, fondati sui rapporti spazio-temporali tra i fenomeni, ripetibili e reversibili;  nel tempo vissuto la durata è una sequenza continua che si accresce, sia per accumulazione successiva, sia per mutua compenetrazione dei fatti di coscienza. Viviamo, magari inconsapevolmente, un perenne contrasto tra il divenire e l'essere immutabile/eterno: mentre il nostro corpo diviene, la nostra identità può rimanere immutata, almeno nei suoi tratti fondamentali; dunque, il senso d'identità di una persona permette di mantenere un continuum tra le fasi della vita, anche quando l'immagine fisica muta drammaticamente e poco resta delle caratteristiche somatiche di anni prima.

     La corsa affannosa dietro il tempo, misurabile e parcellizzato, non può colmare la nostra fame che è di tempo per noi, per ciò che vogliamo, desideriamo, per ciò che dà senso alla nostra vita, tempo vissuto, un fatto di coscienza.

Nella seconda parte rifletteremo su misura e percezione del tempo.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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