COUNSELING A SOSTEGNO DEL PUBLIC SPEAKING: LE PAURE DEL PARLARE IN PUBBLICO

parlare in pubblico

La paura di parlare in pubblico rimane tra le paure più frequenti che si riscontrano mediamente nelle persone. Nell’affrontare il tema delle paure a mio avviso è fondamentale evidenziare il “ruolo” e il “contesto” nel quale si trova chi è preposto a parlare in pubblico. Il contesto determina infatti la percezione della validità del proprio ruolo e le paure che ne derivano. Le paure possono dunque svilupparsi con maggiore o minore intensità a seconda di come il parlante percepisce la chiarezza del proprio ruolo in quel determinato contesto, e/o da come pensa di poter essere percepito e riconosciuto dagli altri in quel ruolo e in quel particolare contesto. In questo modo, è possibile che la stessa persona possa affrontare senza paure un auditorio come relatore, ma possa anche trovarsi a completo disagio nel ruolo di condomino nel corso di un’assemblea di condominio.

Nel parlare in pubblico credo che il giusto ruolo, le motivazioni, le attese e le piccole paure possano invece creare un clima stimolante: “Il focus dell’attenzione del pubblico è il relatore. La sua immagine viene associata a elementi e stati emotivi di ogni singolo ascoltatore. Salzberger-Wittenberg (L’esperienza emotiva nei processi di insegnamento e apprendimento, Liguori, Napoli, 1987) nota psicoanalista inglese, classifica diversi tipi di percezione dell’insegnante: come colui che aiuta e conforta, come oggetto di ammirazione e invidia, come giudice e come figura autoritaria. Pressoché analoghe considerazioni valgono per qualsiasi tipo di relatore, che, per parte sua, oltre a percepire gli umori fluttuanti del pubblico, vive, a seconda dei suoi più remoti vissuti infantili, il timore del giudizio, dell’aggressione, dell’inadeguatezza.

L’alternarsi e il convivere di queste molteplici ansie e percezioni crea quell’atmosfera magica e carica di tensione che caratterizza una sala da conferenze, di teatro e da concerto all’inizio di ogni rappresentazione” (Olivero, 1994, 117-118). Certamente il successo nel parlare in pubblico può dipendere da molti aspetti: dal pubblico come dall’argomento, ma soprattutto dal fatto che il relatore non dovrebbe essere preda di pauredistruttive. Ma quali sono le principali cause che generano paura nel parlare in pubblico? Il vuoto mentale rappresenta sicuramente una paura ricorrente proprio perché è un incidente che per vari motivi prima o poi capita a tutti. In questo caso per il comunicatore è importante ricordarsi che il pubblico si aspetta da lui competenza ma non perfezione.

Tutti possiamo avere un vuoto mentale e non esistono “formule magiche” per superarlo. E’ necessario saper prevenire il vuoto mentale, disponendo degli appunti al momento giusto. E’ importante saper gestire la situazione ricordandoci che questo momento potrebbe essere trasformato in un attimo di pausamagari apprezzato dal pubblico, dove per un istante potremmo anche parlare d’altro, fare una battuta, chiedere se ci sono delle domande, oppure cogliere un suggerimento o buttare un’occhio sugli appunti e tirare avanti simpaticamente. Ma come fare quando si ipotizza che fra i partecipanti c’è qualcuno che ne sa più di noi? “Quello che la gente il più delle volte intende dire con questa affermazione è che tra il pubblicopotrebbe esserci qualcuno che ne sa molto di più riguardo ad un argomento specifico della conferenza.

Questo accade molto spesso. Ma in tal caso voi in quanto conduttori (conferenzieri) dovreste trattare l’esperto come una risorsa e non come una minaccia. Gli esperti possono affiancarsi al vostro dire, e allora avvaletevi del loro contributo al momento opportuno. Il concetto è: sappiate riconoscere che tipo di pubblico avete davanti e abbiate chiaro cosa volete ottenere. Voi dovete condurre il pubblico e non lasciare che gli esperti prendano il sopravvento. Quando arrivate al punto in cui la conoscenza degli esperti diviene rilevante, rivolgete loro una domanda diretta, ascoltate attentamente le risposte, ricapitolatele, ringraziateli per il contributo dato e poi passate al punto successivo.

Non dimenticatevi mai che siete voi in vantaggio dal momento che siete il conduttore, e in quanto tale tutti, tra il pubblico – esperti compresi – si aspettano che siate voi a condurre. Davvero, se non prenderete il comando della situazione metterete il pubblico in agitazione e lo innervosirete. Ma se vi alterate e volete far vedere agli esperti che ne sapete più di loro, non farete altro che creare competizione” (Campbell, 1997, 16- 17. Il timore di non saper rispondere è molto diffuso fra i giovani relatori ancora freschi delle esperienze scolastiche o memori dei meccanismi ansiogeni prodotti dagli esami universitari. Normalmente il comunicatore navigato riesce a proporre al proprio pubblico un percorso dove solitamente si prefigge di non lasciare troppo spazio a domande impreviste. I veri esperti, di fronte a domande “difficili” riescono spesso, anche attraverso l’utilizzo di tecniche, a coinvolgere il resto del gruppo raccogliendo punti di vista e trovando soluzioni adeguate e soddisfacenti anche per quesiti apparentemente impossibili.

L’importante è di “non far finta di rispondere” o “bleffare”. E anche possibile ammettere di non conoscere la risposta così come e possibile promettere di esaudire la richiesta e farlo nel corso di una eventuale successiva sessione o attraverso altre analoghe modalità che la situazione permette di utilizzare. Così come non tutti gli inglesi parlano “the Queen’s English”, da Trieste a Trapani, da Roma aMilano, da Firenze a Napoli nessuno è completamente distaccato dalla propria cadenza o dal proprio accento regionale. Il timore di avere un accento inadeguato diviene per molti motivo di paura e scoramento nell’affrontare una platea di persone.

Personalmente sono molto favorevole all’uso della lingua italiana nella sua espressione più pura, ma posso comprendere e apprezzare chi senza esagerare sa addirittura modellare i significati delle parole usate colorandole attraverso un’accento regionale. “D’altra parte il dialetto vero e proprio può creare confusione dal momento che comprende termini che potrebbero non essere così familiari al pubblico. Lo stesso vale per il gergo. Così purchè le idee meritino di essere ascoltate e le parole risultino usuali per il pubblico, l’inflessione tonale raramente va a detrimento di un discorso. Al contrario, la caratteristica musicalità e cadenza di un accento spesso lo arricchiscono.

Non cercate mai di nascondere il vostro accento, altrimenti potreste finire col sentirvi ridicoli” (ibidem, 19). C’è chi addirittura non possiede alcun accento particolare ma lo utilizza simpaticamente e con garbo nell’ambito di certe circostanze, riuscendo a sottolineare ironicamente, ma con il dovuto equilibrio, determinate situazioni relazionali, magari attraverso l’utilizzo dell’accento francese, dell’accento inglese oppure proprio con un appropriato accento regionale italiano. Ma le “paure” sono infinite il relatore potrebbe pensare di non essere predisposto, di essere impacciato, di ripetere il disastro della volta precedente, di aver paura di deludere, di non riuscire a dire tutto, di trovare qualcuno che lo disturba, di essere contestato, ect.

Una situazione spiegata bene da Giovanni Olivero nel testo “Le tecniche per comunicare”, Il Sole 24 Ore, 1994: “Durante i primi interminabili minuti spesso il relatore si sente perso e confuso, è indotto a cercar riparo all’interno di uno spazio limitato; cerca un angolo dove rifugiarsi,una scrivania o una sedia a cui appoggiarsi e da interporre tra lui e i suoi ascoltatori; non si muove, resta immobile; si inceppa, gli mancano le parole e trema. Oppure cerca di affrontare le sue paure assumendo atteggiamenti spavaldi e aggressivi.

Non si accorge però che anche chi gli sta di fronte vive un suo stato di tensione e di incertezza. Se fosse più sereno noterebbe che alcuni cercano nervosamente di sistemarsi sulla sedia, altri si accendono una sigaretta con gesto automatico e altri ancora si informano dal vicino su quello che sarà lo svolgimento dell’incontro. Tutti cercano, pur manifestandolo in modo diverso, forme di rassicurazione. Se vi accingete ad affrontare il pubblico, sappiate quindi che gran parte delle vostre paure nascono dal profondo di voi stessi e che i vostri ascoltatori non sono li per aggredirvi, ma anch’essi vivono uno stato di incertezza. Ricordatevi poi che, superati i primi momenti, incomincerete a sentirvi sempre più a vostro agio e a prendere confidenza con la nuova situazione” (Olivero, 1994, 118). L’autore coglie un aspetto cruciale in cui emerge l’importanza del pubblico e delle sue paure, che talvolta sono le stesse del relatore e che possono potenziarsi vicendevolmente o annullarsi a seconda di come verranno gestite dal protagonista.

 

Bibliografia CAMPBELL J., Come tenere un discorso, Franco Angeli, Milano, 1997. OLIVERO G., Le tecniche per comunicare, Il Sole 24ORE Libri, Milano, 1994.

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