la superficie e ...l'iceberg

la superficie e ...l'iceberg

 

         Lo abbiamo appreso con meraviglia fin da bambini e lo abbiamo serbato tra le nostre conoscenze più preziose: l'iceberg, qualunque sia la sua grandezza, quella di uno scoglio o di una montagna, emerge dalle acque solo per un settimo, o addirittura un decimo della sua altezza reale. Le immagini che enfatizzano con sapiente abilità l'azzurro delle acque gelide attraverso le quali è chiaramente visibile come e quanto si espande al di sotto della superficie il colosso di ghiaccio, ci emozionano ogni volta che le osserviamo per la loro maestosità e, solo dopo, il pensiero ci riporta all'impari condizione tra l'uomo e la natura e "ci sovvien",  appunto, senza che abbiamo noi cercato di ripescarlo dalla memoria, il grande pericolo che esso rappresenta.

            Osservare la superficie degli eventi, delle situazioni, delle emozioni nostre e altrui, ignorando il ...sommerso è atteggiamento a cui spesso ricorriamo, è una delle modalità che consideriamo ed effettivamente è efficace per non soccombere alla marea montante di impegni, problemi, coinvolgimenti, segnali di disturbo dell'ambiente e del contesto.

 

            Di fronte tuttavia ad una sollecitazione per noi fondamentale,  abbiamo il gusto (o la temerarietà) di tuffarci e scendere giù giù per conoscerne la radice primaria, la o le cause, per cogliere l'essenza di quella situazione, per analizzarla e darcene una ragione.

            Modulare così il nostro vivere, in equilibrio tra il restare alla superficie quando è possibile e l' inabissarci nel profondo, quando necessario, forse resta però troppo frequentemente un miraggio, una condizione teorica ormai irrealizzabile per essere stata troppo a lungo inutilizzata.  Accettare progressivamente di restare alla superficie del problema, disconoscere ciò che, pur nascosto e implicito-sommerso, è fondamentale per sorreggere le nostre conoscenze e competenze, ci ha come reso incapaci di concepire un livello che sia altro da quello della superficie. Il noto e avvincente dr Vittorino Andreoli ci avverte: dall'essere superficiali e tuttavia capaci di approfondimento, di accedere al dubbio strada maestra della crescita, siamo giunti alla condizione dell'uomo di superficie, per il quale nulla esiste, né merita di essere indagato oltre ciò che emerge, in definitiva oltre ciò che si impone al nostro sguardo e non per nostra scelta autonoma... “L’uomo di superficie galleggia sulla società liquida spinto da un desiderio morto”. La frase che riporto è proprio una sintesi apocalittica. Io avverto che c’è un reale pericolo, che si possano proprio dimenticare, perdere i principi che hanno dominato nella nostra società e che ci sia effettivamente il rischio che l’uomo che dominerà sia l’uomo di superficie, che è proprio messo insieme a quell’espressione “società liquida” che è una delle frasi di Bauman che è diventata un’icona sociale. Io sono un “pessimista attivo”, cioè sono uno che vede la realtà rabbuiata, ma tuttavia non sta lì ad aspettare, mi dò da fare, e in questo mio libro cerco di dire che è possibile riconquistare la dimensione del significato della persona, e quindi ritrovare una profondità e non perdersi sulla grande superficie della cute su cui abbia legato la bellezza.    (Vittorino Andreoli, L'uomo di superficie, in http://confini.blog.rainews.it)

            Dalla consapevolezza di una prospettiva sconcertante, di un cambiamento a ritroso, involutivo, possiamo trovare le risorse e l'energia per ri-conquistare insieme autonomia e gusto della profondità,  premio di un lento procedere.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

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