Mobbing

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MOBBING

 “L’uomo è un lavoratore, se non lo è non è nulla.”

Joseph Conrad

Il termine mobbing deriva dal verbo inglese “to mob” che significa “assalire, attaccare, accerchiare”. Fu usato per la prima volta nel 1961 dall’etologo Konrad Lorenz per far comprendere meglio il fenomeno che si verifica quando un nido d’uccelli è attaccato da un altro uccello e il gruppo si compatta per difendere il nido. Successivamente il termine venne esteso in etologia, per definire un’aggressione impetuosa diretta a colpire, isolare, penalizzare un unico membro del branco in modo che questo possa mantenere la sua omogeneità espellendo il “non simile” attraverso comportamenti di isolamento e lesivi. In particolare, le ricerche negli ultimi anni si sono concentrate sul mobbing lavorativo e sulle sue conseguenze. L’aumento dell’attenzione nei confronti di questo fenomeno, nel mondo industrializzato, può essere riferito a quattro motivazioni principali:

- i cambiamenti radicali che sono avvenuti nello scenario politico-economico e nell’organizzazione del lavoro;

- una maggiore sensibilità verso la salute e le vessazioni sul lavoro;

- una migliore “cultura lavorativa”;

- una più precisa identificazione del fenomeno.

Dal punto di vista psico-sociologico e medico-legale, il mobbing può essere identificato come una forma di aggressione psicologica che produce malessere e destabilizzazione nella vita del soggetto interessato, con ripercussioni anche gravi sulla sua salute psichica e fisica, e che si realizza attraverso comportamenti ostili, vessatori, messi in atto in vari modi da colleghi, superiori, datori di lavoro.

 

Il termine fu introdotto in psicologia agli inizi degli anni Ottanta da H. Leymann per descrivere comportamenti ed interazioni strutturati a carattere aggressivo-distruttivo messi in atto all’interno degli ambienti di lavoro da parte di colleghi, superiori, sottoposti, che a poco a poco, portano la persona aggredita ad una condizione disperata diventando insopportabile e con potenziali rischi di espulsione dal mondo del lavoro. Il primo testo sistematico di inquadramento della problematica e la vera presa d’atto, a livello scientifico ed accademico si hanno nel 1996 quando l’European Association of Work and Organizational Psychology pubblica un numero della sua rivista completamente dedicato al mobbing.

Il fenomeno si caratterizza come sistematico e duraturo, subdolo e sofisticato, manifestandosi spesso sotto traccia. Una definizione adeguata è quella che definisce il mobbing come una forma di “terrore psicologico che implica un atteggiamento ostile e non etico diretto in modo sistematico da una o più persone di norma nei confronti di un solo individuo il quale, a causa del perpetuarsi di tali azioni, viene a trovarsi in una condizione di impotenza ed incapacità di difendersi, divenendo oggetto di continue “mobbing activites”. Le azioni possono assumere la forma di comportamenti aggressivi e di violenze psicologiche. Per queste azioni si parla di attacchi o persecuzioni, anche se talvolta il mobbing attuato da una persona nei confronti di un’altra assume la forma di comportamenti tesi a ignorarla sistematicamente, consapevolmente e con intenti persecutori.

La crudeltà e la durata delle azioni dipendono da molti fattori tra i quali la capacità di resistenza della vittima: più essa resiste, maggiori e più violenti saranno gli attacchi, a meno che qualcosa non intervenga a interrompere la situazione e a mutarla in favore della vittima. Teorie anche molto diverse tra loro, presuppongono che alla base della vita e dello sviluppo individuale, sociale e organizzativo vi sia un conflitto intrapsichico, biologico o sociale. Il conflitto però quando è patologico, mette a dura prova l’equilibrio all’interno dell’ambiente di lavoro: lo stress può portare alla ricerca di un capro espiatorio a cui attribuire la colpa del proprio stato d’animo. Questi col tempo, può diventare il mobbizzato.  Anche un’eccessiva competizione tra colleghi di lavoro potrebbe portare allo stesso risultato. Per concludere con la definizione di Leymann: “[…] comunicazione ostile e non etica perpetrata in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo che, a causa del mobbing, è spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa e lì costretto per mezzo di continue attività mobbizzanti. Queste azioni si verificano con una frequenza piuttosto alta (definizione statistica: almeno una alla settimana) e per un lungo periodo di tempo (definizione statistica: una durata di almeno sei mesi). A causa dell’alta frequenza e della lunga durata, il mobbing crea seri disagi psicologici, psicosomatici e sociali”.

Il counseling vittimologico configurandosi come un percorso di aiuto rivolto a vittime di reati e violenze tra cui abusi e maltrattamenti in ambito sociale, familiare e lavorativo può essere un valido strumento di sostegno e di supporto anche in caso di mobbing.

 

BIBLIOGRAFIA

Aceranti, A., Vernocchi S., Sambrotta V., Se non sarai mio non sarai di nessuno Edizioni EFbi, Milano 2013

Bartolucci, T., Conoscere, comprendere e reagire al fenomeno mobbing, Firenze University press, Firenze 2010

Ege, H., Mobbing, conoscerlo per vincerlo, Franco Angeli, Milano 2002

 

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