identità e...visibilità

uno-nessuno-centomila

 

identità e...visibilità

 

            La grande opportunità che ogni esperienza, positiva o meno, ci offre è quella di comprendere meglio noi stessi, le nostre re-azioni, di trovare soluzioni efficaci ai problemi, sentirci motivati a cambiare. Ma è davvero così che la viviamo?

            Non basta essere convinti che un'azione ci sia necessaria per  abbattere le tante forme di resistenza, consapevoli ed anche subdole, mascherate, inconsapevoli che mettiamo in atto con automatismo allenato e consolidato nel tempo, così che un'esperienza trascorsa si fissa in noi per come  l'abbiamo vissuta, con caratteri indelebili che nel tempo impercettibilmente si intensificano, si espandono, si assolutizzano. Per questo, la delusione provata per la parola detta a sproposito da un amico, si fa nel tempo elemento catalizzatore di ogni gesto che di quell'amico non ci piace fino a diventare la fondata giustificazione della fine di un'amicizia.

 

Certamente anche le esperienze piacevoli come un esame andato bene, un elogio del dirigente al lavoro, un impresa sportiva... si dilata e costituisce quel sostegno importante a cui ricorriamo quando abbiamo bisogno di riaccendere la nostra autostima, o quando quel nostro "glorioso" passato è strumento per ricordare a chi ci è vicino chi noi siamo, insomma per mostrarci al meglio. Tralascio, volutamente la volontà (indice non di libera scelta, bensì di tentativo di autodifesa/autoconsolazione) di chi usa le proprie esperienze del passato per ribadire la bontà dei tempi andati di fronte alla nullità dell'oggi e alla mancanza di tenacia delle giovani generazioni.

            È, in fondo, la caratteristica peculiare dei nostri tempi quella di accettare idee, comportamenti, atteggiamenti, prassi di vita, stili di vita persino che sono seguiti -o così sono presentati/immaginati-  da tanti. Irresistibile il fascino che sul singolo hanno le mode, dagli acquisti, alle vacanze, all'alimentazione. Le mode in ogni campo hanno un potere che potremmo definire inversamente proporzionale alla capacità di autonomia del singolo ed oggi, proprio quanto più si grida e si pretende la libertà e l'autonomia, tanto più le si confonde con il poter fare quello che gli altri  fanno, il poter avere quello che gli altri  hanno, il poter godere di ciò di cui tutti gli altri  godono.

Eppure, come i maestri della PNL insegnano, basterebbe che ci chiedessimo: gli altri chi? tutti chi? Basterebbe certamente, ma trattasi di strategia che in pochi seguono, appunto.

Sull'onda di questa incontrovertibile realtà, produttori, venditori, formatori si danno un gran da fare perché il loro messaggio sia condiviso da un numero ragguardevole e crescente di persone alle quali affidano persino la loro credibilità. Sappiamo bene che la credibilità condivisa non sempre corrisponde a qualità di prestazione e servizio, ma ancora una volta la fa da padrone...il numero dei seguaci, degli utenti, dei discepoli.

            Voci isolate e accorte, voci che sono in grado di cogliere  un aspetto della realtà prima ancora che si realizzi, che scuotono il nostro torpore mentale risvegliando in ciascuno di noi il gusto del lavorare sulla personale identità ci sono e ci sono state, ma proprio perché isolate, il loro potere è inversamente proporzionale a quanto profonde siano, perché la profondità è sempre assai... scomoda e poco, assai poco visibile agli altri, quindi non desiderabile.

            A proposito di identità e visibilità, quanti di noi hanno còlto i segnali che già da anni apparivano ben chiari verso un voler apparire a scapito di ciò che siamo? Non è più neppure la scelta tra essere o avere , è tra avere o apparire, perché l'avere, se non è conclamato, se non è gridato e mostrato, bensì è solo mia realtà non mi soddisfa.

            Era il 1996, quando in un testo divulgativo, tra i tanti che si occupavano di comunicazione -a partire dagli anni Sessanta, secolo scorso, da M. M. Luhan in avanti...- potevamo leggere:

            Qualche anno fa i maxischermi erano installati per diffondere nelle piazze, nelle discoteche, nei palazzetti dello sport, nei raduni, certi programmi televisivi. Da qualche tempo quei maxischermi non ingigantiscono più quei programmi, ma sempre più frequentemente le riprese effettuate fra il pubblico che assiste a quelle manifestazioni.

Anziché vedere i soliti divi, la gente preferisce vedere se stessa su quei maxischermi in modo da cessare d'essere "i soliti ignoti".

Ormai sono quasi convinto che il futuro della TV non è d'essere guardata dalla gente, ma che la gente si guardi.

JADER IACOBELLI, Cento no alla TV, Bari, '96

            Guardarsi, farsi guardare, mostrarsi implica che indossiamo una maschera, o forse più maschere in ogni momento della vita, proiettandoci all'esterno esponendoci, così corazzati, al giudizio altrui.

Che fosse realtà il gioco delle parti  lo sapevamo, che tante fossero le maschere, più o meno consapevoli e pure sapevamo che per gli altri siamo persone ogni giorno e in ogni situazione diverse.  Uno, nessuno e centomila  di Luigi Pirandello ha inciso la nostra giovane anima sui banchi di scuola, e oggi siamo andati oltre, senza avvedercene, senza che un battito più accelerato, un sussulto impercettibile di emotività ce ne rimandasse il sapore di sconfitta, di rinuncia in fondo a perseguire ciò che siamo, a completare la nostra identità.

            Ripartire dalla consapevolezza, si può...

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 

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