quando la "richiesta di riconoscimento"...

 

Inconsapevole

 

quando la "richiesta di riconoscimento"...

           

 

            ...è ignota a noi stessi.

Ognuno di noi ha legittimo bisogno di essere riconosciuto dall'altro in ogni relazione interpersonale ed è proprio il reciproco riconoscimento che consente alla relazione di esistere e di concretizzarsi nel dialogo, il terreno fertile della negoziazione, dia-logos, appunto, ciò che non appartiene a nessuno dei soggetti coinvolti e consente ad ognuno di esprimersi. Quando tale bisogno di essere riconosciuti è consapevole, la comunicazione con l'altro ha buone probabilità di realizzarsi autenticamente, pur restando complessa e talvolta fragile, incrinabile per un nonnulla.  

            Ma quando accade che nella relazione anche uno solo dei soggetti coinvolti non abbia percezione consapevole del proprio bisogno di essere riconosciuto come persona e di essere dall'altro accettato, prima di tutto e nonostante tutto, la relazione è seriamente compromessa: quel bisogno di riconoscimento, proprio perché inconsapevole, ingigantisce e si manifesta con un'urgenza insopprimibile assumendo ambigue, molteplici e diverse forme di resistenza preventiva al dialogo, percepito come il cedere  di fronte a chi da interlocutore è divenuto avversario.

 

È così che l'ansia di trovare riconoscimento -proprio perché non ri-conosciuta dal soggetto che la nutre-  sprigiona la sua potenzialità in ogni direzione, in mille rivoli vagamente e pretestuosamente razionali, imponendosi nella relazione con associazioni deformanti, con passaggi all'indietro nel passato alla ricerca di ciò che non è stato risolto e ancora intimamente "sta bruciando", riesumando convinzioni radicate e punti di vista sentiti come "la" verità. 

            Ne risultano compromesse irrimediabilmente la relazione interpersonale e la comunicazione, inimmaginabile in tali condizioni è una comunicazione efficace e ciò di cui è bene prendere atto è che i soggetti coinvolti continuano quasi sempre a reiterare la situazione ripetendo lo schema ormai avviato, uscendone ogni volta più provati. Nella migliore delle ipotesi, il soggetto animato da un inconsapevole bisogno urgente di riconoscimento si relaziona con chi è in grado di scorgere questa fragilità e la accoglie riuscendo a minimizzare gli effetti più catastrofici di una incomprensione, tuttavia quasi sempre rinunciando a mettere l'altro di fronte al proprio problema che ovviamente non sarebbe ri-conosciuto ed anzi peggiorerebbe il rapporto. Nella peggiore delle ipotesi, entrambi gli interlocutori hanno un insopprimibile bisogno di sentirsi accettati, addirittura di essere al centro dell'attenzione e continueranno a contrapporsi per diversità di vedute, per una serie di giustificazioni che altro non sono che la punta di un iceberg, di motivazioni ben più profonde.

            Certamente un percorso di counseling sarebbe di aiuto, ma è piuttosto improbabile che chi non ha consapevolezza di un problema, desideri risolverlo... ed è frequente che, se siamo scontenti di come le relazioni interpersonali procedono, distribuiamo colpe agli altri, considerandoci vittime di incomprensioni per l'oggi, delle ingiunzioni per il passato, vittime di genitori e di adulti troppo o troppo poco autoritari, permissivi, affettuosi, sereni e chissà cosa altro.

            Concentriamoci -educatori, genitori, docenti, counselor, adulti -e non solo anagraficamente- su come prevenire simili interferenze comunicative, piuttosto che immaginare di trovare possibili strategie risolutive, e partiamo da un assunto fondamentale: le relazioni interpersonali  sono una manifestazione coerente con la relazione intrapersonale che ciascuno di noi vive.

Dal momento della nascita e sempre in ogni istante della nostra vita il rapporto con noi stessi è ineludibile...se solo fossimo aiutati a decodificare le nostre intime emozioni saremmo già ad un primo fondamentale stato di consapevolezza.

            Per ogni adulto, questo è il "lavoro" continuo, nei nostri stessi confronti e verso le nuove generazioni, fin da quando entrano a far parte del nostro mondo, che non può conoscere ferie, vacanze o interruzioni di sorta. 

 

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mnadozzi

 

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