mi dica che cosa debbo fare...

mi dica che cosa debbo fare...

 

            Al primo incontro per un eventuale percorso di counseling, è questa la richiesta che la persona in aiuto ripete più volte e in genere per ottenere due obiettivi: autoconvincersi di essere impossibilitata a muoversi e convincere noi (il counselor) a decidere e fare al suo posto.

            Un bell'inizio, non c'e che dire, una situazione molto impegnativa per il counselor che è chiamato a muoversi con autentico rispetto, sospendendo il giudizio, verso le difficoltà esistenziali che sta vivendo la persona in aiuto,  nella consapevolezza che quella stessa persona abbia una visione/percezione confusa e distorta del ruolo che il counselor ha.

            È così che il counselor, prima ancora di avviare il colloquio si chiede che cosa sia opportuno privilegiare e quale, tra le due che intravede, sia la strada  più efficace. Il dialogo interno del conselor e la conseguente  risposta hanno tempi stretti, direi strettissimi, neppure un minuto, il tempo cioè che la persona in aiuto impiega ad accomodarsi meglio sulla sedia, a darsi uno sguardo intorno, a spegnere (su nostro invito...quasi sempre) il cellulare.

            Il dilemma, per il counselor,  si pone in questi termini: chiarisco subito che il mio primo compito è quello di ascoltare e mai di sostituirmi alla persona che  mi chiede aiuto o lascio che la persona cominci a narrarsi, ripromettendomi di inserire in ogni piccolo spazio possibile del colloquio (ad esempio le riformulazioni) opportuni riferimenti a quanto sia fondamentale che sia proprio lui o lei ad attivarsi, perché così funziona il counseling?

 

            Chiarendo subito, così a freddo, il mio ruolo quasi certamente ingenero un serio rischio: la persona che è seduta davanti a me, in attesa di avere da me indicazioni e consigli risolutivi, si sentirà immediatamente sola, abbandonata a se stessa, senza sostegno, una sensazione, questa, che andrebbe ad aggiungersi alla sua già precaria situazione emotiva, demotivandola, proprio mentre il mio compito, il mio più autentico aiuto è quello di motivarla ad attivare le proprie risorse interiori.

            D'altra parte, se non chiarisco subito che dare consigli non appartiene affatto al ruolo del counselor, l'intero colloquio per me counselor sarà tutto una faticosa strada in salita, in cui dovrò adottare non solo il doppio sguardo, bensì una sorta di triplo sguardo, considerando contemporaneamente come la persona sta vivendo il problema, come posso aiutarla ad individuarne il focus e come farle sentire che il vero aiuto le viene o verrà da sé e non da quanto possa dall'esterno io suggerirle.

            Non so quale strada voi counselor più frequentemente scegliate, io prediligo questa seconda, faticosissima e che ho sperimentato essere comunque efficace, infatti accompagna la persona in aiuto ad accettare per gradi e in maniera progressivamente consapevole che il problema che l'ha indotta a chiedermi aiuto può essere osservato secondo punti di vista diversi, può essere affrontato  e risolto utilizzando energie e risorse che neppure sospettava di possedere, seguendo strategie che insieme abbiamo verificato essere appropriate.

            È così che la persona si ritrova non solo di fronte a tanti piccoli e grandi cambiamenti, ma soprattutto desiderosa di viverli e la lascio andare mentre mi sorride con un'energia positiva nello sguardo nell'atteggiamento del corpo, nella stretta di mano che ci scambiamo.

 

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

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