il counseling linfa vitale del cambiamento...

 

il counseling linfa vitale del cambiamento...

           

 

            Una domanda, tra le tante che rendono speciale la funzione del counselor,  essenziale per stabilire e ri-stabilire ad ogni relazione l'equilibrio tra sé e l'altro è se e quanto le strategie del counseling debbano avere visibilità, percorso autonomo o siano da coltivare e affinare all'interno del percorso di aiuto alla persona, al gruppo, alla situazione, proprio come linfa vitale del cambiamento.

Potrebbe sembrare questione di dettaglio, in realtà è la condizione da cui dipende in larga misura l'efficacia stessa del nostro intervento e per rendercene conto basta considerare quanto sia poco diffusa una corretta conoscenza del counseling,  persino tra quelli che ne chiedono il sostegno senza averne compreso l'efficacia e gli elementi peculiari (come la partecipazione e il coinvolgimento del soggetto al cambiamento).

Per questo, è più che mai necessario che proprio noi counselor ci rendiamo capaci di dimostrare concretamente a chi ci chiede aiuto che il counseling non ha nulla a che fare con pratiche magiche che vengono dal di fuori, con recenti scoperte gelosamente custodite da pochi abilissimi maestri: il counseling in ogni suo approccio, come il counseling integrato è un meraviglioso concentrato di sapiente conoscenza e profondo rispetto di ogni essere umano. Stupende figure di maestri dalla comune radice di una filosofia umanistica, a partire dagli anni sessanta-settanta del secolo scorso ci hanno segnalato suggerimenti, strategie, osservazioni su ciò che è evidente, proiezione ottimistica sulle capacità di ogni essere umano di scegliere il meglio per sé con quella meravigliosa tendenza attualizzante... e ognuno di noi è chiamato a personalizzare, a contestualizzare, ad impegnarsi razionalmente ed emotivamente per fare di ogni proprio intervento quello più utile a chi ci chiede aiuto.

            È per questo che il counseling vive all'interno di ogni processo e non come zainetto o ripostiglio attrezzato che va aperto nel momento del bisogno: come chi ha scelto il ruolo di counseling è counselor (non esercita il counseling), così le modalità di approccio alla realtà del counseling, una volta che abbiamo avuto occasione di conoscerle e praticarle, permeano la nostra stessa vita, i problemi personali, familiari, sociali, ecc.

Eppure, credo che siamo in molti a dover constatare che per le motivazioni più diverse (compresa la "visibilità" dell'operatore, cioè del counselor, in sé legittima e rispettabile), le strategie di counseling vengono proposte e insegnate come una "specialità" da affidare a pochi competenti. Un esempio tra i tanti: il counseling a scuola. Non sono pochi ormai i docenti che hanno ottenuto dopo il master triennale il diploma di counselor e ciò è sicuramente positivo in una scuola che sta cercando di adeguarsi alla realtà multiculturale, ai bisogni educativi (speciali e normali) degli studenti, alla cooperazione dentro e fuori l'istituzione scolastica con il territorio, il sociale, ecc...; molti Dirigenti sono counselor e questo è ancora positivo, persino qualche genitore è counselor, MA.  Ma se in base a questo diamo per acquisito che allora l'efficacia dell'ascolto e del sostegno al cambiamento siano realtà educativa stiamo viaggiando ...tra le nuvole. La situazione più diffusa che conosco è  che il Dirigente, del tutto appagato da questa sua competenza, ne fa uso autorevolmente per esercitare una maggiore pressione sui docenti perché seguano quanto previsto dalla normativa vigente e si aggiornino, anche loro, in modo particolare sulle nuove tecnologie, dal registro elettronico alla classe web.2 o web.3 (ragioni che pesano molto sulle ...iscrizioni future).

E il docente conselor? Certamente vive una condizione di isolamento rispetto ai colleghi che counselor non sono né chiedono di diventarlo, di fronte ai genitori più ansiosi del profitto dei loro figli che non del loro così detto bene-essere, e forse anche per questo non trova di meglio da fare che separare l'attività didattica dalle strategie del counseling, così che programma lezioni in cui si studia e si apprende e lezioni in cui si fa counseling per conoscersi, per esprimere emozioni personali, desideri, obiezioni, problemi personali o del gruppo...

Del tutto eufemistico è definire il risultato deludente: pochissimi, tra i docenti, i genitori e persino tra gli studenti apprezzano lo sforzo del docente counselor e ciò che lo investe quotidianamente è la disapprovazione, il fastidio e la reticenza di chi preferisce una scuola dell'immagine, dell'insegnamento direttivo su precise conoscenze e... e basta!

Almeno un'obiezione va fatta: dove sono finite le competenze, dove si è nascosta quella scuola delle competenze, delle intelligenze multiple, della metacognizione, di cui da anni si fa un gran parlare?

            In sintesi, così definirei la situazione:  "ecco come ti distruggo quell' efficace sostegno che è il conseling". Ed è ancor più preoccupante il fatto che non si tratta di una eccezione, forse anzi questa è la regola, basti pensare alla Docimologia, alla Didattica e alle metodologie didattiche che sono state diligentemente collocate in un corridoio parallelo, come zavorra in una scuola delle conoscenze , per la quale la lezione che fortemente resiste e persiste è quella frontale.

            Il mio pensiero affettuoso e la mia solidarietà vanno a tutti quei colleghi che da decenni (mi considero tra loro) con entusiasmo rinnovato ogni giorno si misurano con quel mondo complesso, mutevole e meraviglioso degli studenti, in cui ciascuno è un'identità speciale, ciascun gruppo classe ha una fisionomia da coltivare e aiutare e per i quali "inventarsi", si fa per dire, ogni giorno strategie migliori per agevolare la loro crescita attraverso conoscenze abilità e competenze in primis ponendosi in ascolto della loro specifica, reale condizione, è  un privilegio.

 

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

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