responsabilità e complicità, una sfida im-possibile...

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responsabilità e complicità, una sfida im-possibile...

 

            Due gli attori sulla scena: un genitore, una mamma o un papà, e il figlio o la figlia  adolescente. Il clima della relazione è ... fortemente incendiabile e non è una questione di genere, anche se conosciamo inevitabili e innumerevoli variazioni di approccio alla conversazione, al rimprovero della mamma rispetto al papà, una più o meno tenace chiusura a riccio  del ragazzo rispetto alla ragazza.

Sarebbe importante chiedersi se tra i due c'è il "primo" attore, se uno dei due è "la spalla", ma è più probabile che siamo di fronte a due dilettanti, ciascuno in lotta con le proprie emozioni, con il proprio bambino interno ed entrambi stremati da confuse paure.

 

Il genitore: schiacciato dalle responsabilità del proprio ruolo, dal dover educare/aiutare a crescere l'adolescente (perché la smetta di comportarsi come un bambino, con pretese da grande) sente che deve riuscire assolutamente ad instaurare un dialogo, magari il dialogo con lui.

L'adolescente: già profondamente inquieto con se stesso perché non riesce neppure a capirsi coinvolto com'è, senza motivi che trovi plausibili, da stati d'animo opposti, ora è triste, tra un attimo è tra le nuvole e dieci minuti fa era ottimista e felice, spinto a desiderare situazioni e realtà irraggiungibili, magari innamorato e respinto, costretto dagli adulti (genitori, docenti, allenatori sportivi, compagni autoritari...) a fare ciò che quasi mai gli piace o abbia ai suoi occhi un senso, rimproverato puntualmente e ricattato per il tempo che perde dietro le occupazioni che lo divertono, è assolutamente convinto che parlare con il genitore è proprio quello tempo sprecato.

            Che sia una realtà fortemente condivisa non sminuisce neanche un po' il problema e ciascun genitore lo vive con stati d'animo più o meno indulgenti verso se stesso o verso l'adolescente, immancabilmente pervasi da ansia per il presente, per l'immediato futuro e il futuro lontano, tutti inquietanti e pronti ad innescare sensi di colpa che puntualmente si catapultano ad ogni istante nel qui e ora dal passato e lo travolgono. Eh sì, perché qualche errore ciascun  genitore sente  di averlo commesso, e tanto basta per immaginare e dunque temere di averne commessi altri inconsapevolmente. E una certezza, ahimé approfondisce, come se ce ne fosse bisogno, il solco tra sé e il figlio: è certo che i suoi errori non sono comunque quelli che ad ogni incontro-scontro l'adolescente gli attribuisce, lamentandosene con forza.

            Tra il genitore che prova sorridente e calmo ad aprirsi, con il malcelato obiettivo di sapere, di ricavare informazioni dall'adolescente che gli sfugge ogni giorno di più e il figlio che, se una volta prova ad aprirsi, immediatamente avverte con  chiarezza nel non detto e forse più esplicito paraverbale e non verbale del genitore, il giudizio e i prodromi di un rimprovero, come far sì che l'impossibile diventi possibile?

Abbiamo strumenti di sostegno? Chi e che cosa può aiutare l'uno (noi adulti!) e l'altro?

            Il genitore indubbiamente oggi è più frastornato che mai nel suo ruolo, molto di più di quanto accadeva per qualche generazione trascorsa, quando il rapporto genitore-figlio era basato sull'autorità paterna e la realtà marciava a ritmi che consentivano e riconoscevano all'esperienza di vita, alle scelte e alle indicazioni del genitore un valore. Oggi, l'esperienza di un genitore è raro che abbia un valore per il genitore stesso ed è improponibile quasi sempre per il mondo così trasformato in cui il figlio si trova a vivere, tra chimere e valori, linguaggi nuovi, problemi planetari...troppo vaghe prospettive di futuro...

            Ciò che è rimasto impietosamente essenziale, ancor più difficile in questo contesto, è il ruolo del genitore che resta la guida, il sostegno (benché non più autoritario, né ancora o mai autorevole) del figlio e di quel figlio che adolescente (come è accaduto al genitore, ai suoi tempi) rifiuta l'adulto genitore pur nutrendo un profondo inconsapevole bisogno della sua presenza.

Come possiamo intervenire in questa situazione?

Sentirsi consapevoli che si vince o si perde insieme, perché in educazione non potrà mai darsi un vincitore e un perdente è un primo solido passo.

            Accettata questa prima realtà, è certo che la strada si allarghi e l'erta da scalare si faccia meno ripida; possiamo imparare a leggere il comportamento, a ri-conoscere le situazioni problematiche, a  porci in ascolto rinunciando a sanzionare i comportamenti “anomali” del figlio, ad elencare per l'ennesima volta le sue colpe.

            Sarà bene che anche come genitori ricordiamo che la qualità della relazione, si fonda sulla consapevolezza che ciascuno ha di sé: quanto sono concentrato su di me? Quanto sono attento ai bisogni di mio figlio?

            Proviamo a sorridere mentre leggiamo queste poche righe da MICHELE SERRA, Gli sdraiati, 2013, pag. 102, più ancora se ci sembrerà di vederci allo specchio:

[]ti avevo regalato il nuovo iPod la settimana prima, per il tuo diciannovesimo compleanno. Avrei voluto (dovuto? Potuto? Faccio sempre più fatica a discernere, tra questi verbi) dirti che in montagna si ascolta solo la voce della natura, ogni altro suono è superfluo e disturbante. La bolsa retorica di quel concetto mi dissuase; rimasi zitto e ti evitai la fatica di dovermi rispondere (dopo esserti tolto un auricolare per capire quello che ti stavo dicendo) “le orecchie sono mie”. Forse l’eccezionalità della giornata meritava che evitassimo le ripetizioni, sia tu che io. Come se fossimo, o se provassimo a esser, almeno per una volta, almeno questa volta, io un po’ meno io, tu un po’ meno tu.

 

 

            Riacquistiamo la fiducia che almeno sia possibile fare meglio e ottenere una sorta di complicità anche con l'adolescente; strategie e modalità di approccio del counseling sono a nostra disposizione, un valido efficace e concreto sostegno.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

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