dialogo e multimedialità...

         

 

dialogo e multimedialità...

 

 

            Interattività, interfaccia, laboratorio informatico per l'apprendimento dalla scuola dell'infanzia, strumenti digitali di sesta generazione, libri di testo virtuali, LIM in ogni aula (o quasi) e a casa TV, cellulare, palmare, tablet in continuo collegamento Internet per adulti, giovani e ragazzini.

Non è sufficiente parlare di un complesso problema per risolverlo e dunque anche se di comunicazione si occupa ormai da decenni un folto e sempre crescente numero di esperti , se in ogni relazione interpersonale abbiamo imparato ad allertare la nostra attenzione non solo su di noi emittenti bensì anche (un pochino...) sul nostro interlocutore, continuiamo a ignorare consapevolmente o inconsapevolmente alcuni importanti nodi della questione.

Ad esempio: quanto queste ormai consolidate e diffuse abitudini condizionano la relazione-comunicazione, tra adulti e giovani o nativi digitali? Il fatto che  i giovani e ancor più i ragazzi  o  i bambini  posseggano una familiarità con cellulare, play station,  tablet,  che manifestino una manualità lieve (anche i meno educati o i più disordinati), un tocco di dita "magico" con una naturalezza a cui noi adulti siamo ben certi di non poter arrivare, ha conseguenze nella comunicazione tra noi e loro?

 

            Il counselor a colloquio con un adolescente, il docente di fronte al gruppo classe e al singolo studente, il genitore, un capoufficio, un datore di lavoro di fronte ad un giovane dipendente, può ignorare la propria pur recente dimestichezza con modalità nuove di comunicare, con nuovi linguaggi  e insieme il suo diverso evidentissimo livello di familiarità, rispetto a quello del giovane, nei confronti del mondo virtuale?

 

            Vorrei tanto che la domanda suonasse retorica, ma troppo spesso sento adulti con ruoli di educatori, formatori, counselor... affermare che per comunicare occorre togliere i cellulari, mettere da parte il tablet, insomma mettersi vis à vis a parlare, a dialogare finalmente con i giovani, senza distrazioni (messaggini, viaggi in internet, musica con auricolare, ecc, ecc.)!

            Dunque basterebbe tenere a distanza la multimedialità per escluderla?

La realtà è ben diversa: l' emisfero sinistro del cervello, "l'ingegnere" specializzato nei  processi linguistici, maggiormente competente in quelli sequenziali e nella percezione-gestione degli eventi che si susseguono nel tempo, con la concatenazione logica del pensiero, quello stesso emisfero che in noi adulti è prevalente, è…addormentato nelle nuove generazioni che invece, proprio per la condizione  a cui sono allenati, usano con maestria l' emisfero destro, il "poeta", specializzato nell'elaborazione visiva e nella percezione delle immagini, nella loro organizzazione spaziale e nell'interpretazione emotiva.

Quale dia-logo  sarà mai possibile se non terremo conto di questa evidente diversità di apprendimento tra noi -che pure con fatica e qualche diffidenza ci accostiamo alle nuove opportunità- e loro, le giovani generazioni?

            Possiamo parlare tranquillamente seduti in poltrona, l'uno di fronte all'altro e senza interferenze mediatiche, MA solo se rispetteremo questa diversità di approccio alla conoscenza, potremo realizzare il dia-logo. Sì, perché se è vero che Non si può non comunicare, Paul Watzlawick, 1971, è anche vero che possiamo decidere di NON DIALOGARE e in tal caso, ignorando le diversità, pur non avendolo razionalmente deciso, inevitabilmente mineremo alle basi il dialogo, lo renderemo impossibile.

            Il Dia-logo non ci appartiene, non appartiene cioè né a noi in quanto emittente, né al nostro interlocutore, è una realtà che si pone tra noi: dia-logo è medietà, interazione, condivisione, scambio, riconoscimento della propria e altrui identità/libertà, spazio in cui la verità non è mai già acquisita, confronto dialettico, insomma elemento imprenscindibile della comunicazione, insieme all'ascolto.

            Se il nostro modo di  leggere la realtà, di insegnare, di educare  non  DIALOGA con le abitudini mentali delle giovani generazioni, nostro compito essenziale sarà quello di tener conto dei diversi stili di apprendimento dei giovani e aiutare il cervello poeta e il cervello ingegnere a collaborare con maggiore efficacia; se l’emisfero sinistro è nei giovani meno reattivo, adoperiamoci per sollecitarne le potenzialità.

              E, se questo significherà accettare, in ascolto del nostro interlocutore, un nostro cambiamento, suggerirei che la fiducia nel cambiamento in noi, nell’oggi e nel domani È il rischio più esaltante che possiamo concederci.

            Chi guarda fuori, sogna.

            Chi guarda dentro, si sveglia.  

                                                           Carl Gustav Jung

 

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

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