il “bel paese là dove 'l sì suona”- va…

        

 

il “bel paese là dove 'l sì suona”- va…

 

 

SÌ!, NO!

            In entrambi i casi, la risposta è chiara, definita e certa; così abbiamo creduto per secoli, anzi millenni e “sì” e “no” sono stati considerati l’emblema del parlare sincero, leale, diretto, insomma la voce che evita ogni fraintendimento o ambiguità.

            Ma i tempi cambiano, lo sappiamo e anche il e il no hanno finito per perdere progressivamente la loro legittima forza, la loro identità e se oggi vogliamo mandare un messaggio di chiarezza in assenza di dubbi sembra proprio che dobbiamo puntellare e sostenere sia l’uno sia l’altro:

ASSOLUTAMENTE   Sì  !              ASSOLUTAMENTE   No !

così soltanto abbiamo la percezione di esprimere o ascoltare una riposta ben definita e l’avverbio a s s o l u t a m en t e  nel mondo della relatività, per non dire del relativismo strisciante e devastante, che divora intorno a noi ogni certezza, seminando dubbi senza offrire strategie di soluzione è assurto a vedette di primo piano.

 

            Ha il sapore di una contraddizione in termini: il mondo degli umani, per definizione relativo, dipendente comunque da fattori esterni ed interni di ogni tipo, ha trovato un puntello rassicurante in un termine che ha significato opposto, cioè l’essere ab-solutus, sciolto da ogni vincolo, libero, perfetto in sé. Ed è proprio questa contraddizione, questo paradosso un ennesimo spunto per comprendere noi stessi e la nostra società definita dell’immagine (alias dell’apparenza e, perché no, del virtuale) e della comunicazione.

            Una domanda almeno poniamoci a proposito della comunicazione: visto che è così importante e necessario che ognuno di noi conosca gli strumenti del comunicare per meglio conoscersi e conoscere l’altro e realizzare una autentica integrazione, come possiamo concedere che il peso delle singole parole sia svilito e subisca gli attacchi delle espressioni “modaiole”?

In questo periodo la vedette è l’avverbio assolutamente, assurto al primo posto vincendo su espressioni come “al limite”, “quant’altro” ecc…

Siamo sicuri che adeguandoci al parlare degli altri (in genere di personaggi di spicco visibili, autorevoli, importanti) riusciamo ad essere noi stessi e ad esprimerci proprio come vorremmo?

 

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

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