“le parole sono pietre” ed anche pietra d’angolo…

“le parole sono pietre” ed anche pietra d’angolo… 

 

Nel mondo del marketing, dell’immagine, dei messaggi spot ovunque e dovunque, mentre imperversano con andamento talvolta accelerato, talvolta stanco e sottinteso le diatribe tra chi sostiene le “nuove” regole del comunicare e chi (in evidente minoranza) esprime preoccupazione per la perdita di un patrimonio -la competenza linguistica- ritenuto essenziale per distinguere gli animali umani dagli animali che umani non sono…mi pare che in definitiva si stia perdendo la percezione di quale sia il valore della parola in sé. Intendo cioè dire che rivolgendo la nostra attenzione alla comunicazione, a come sia possibile renderla efficace, più efficace perché risponda agli obiettivi dell’emittente e/o del destinatario, avvertiamo netta la sensazione di dover meglio comprendere questo complesso processo attingendo a norme, regole, strategie e tecniche della comunicazione. I maestri non mancano: dai teorici ai coach, nei siti del web, negli incontri, a pagamento ed anche gratuiti proposti da associazioni e gruppi i più diversi, anche vicino casa, in tanti sono pronti a renderci esperti ed efficaci comunicatori.

 

Con gusto e divertimento, impariamo che il linguaggio è sì verbale, ma non solo e cominciamo, anche da ultrasessantenni, a provare il brivido gratificante di distinguere il paraverbale e osservare nel nostro interlocutore in non verbale e…e ci sentiamo un po’ simili a quei bravi maestri che ci “hanno aperto gli occhi” che ci hanno mostrato esempi succulenti di assertività. È così che una folla numerosa ed eterogenea di persone si è avvicinata alla complessità del comunicare ed ora è convinta di aver in mano quanto serve per gestire il rapporto con l’altro, in famiglia, al lavoro, nella società, in ogni conversazione o discussione. È un bene! Certamente, ma neppure questa operazione benemerita di acculturazione sfugge al clima del nostro tempo: costruire e proiettarsi nel futuro anche ottimisticamente –il che è addirittura meritorio in tempo di crisi– , senza radici. Abbiamo un po’ tutti imparato a vivere senza radici, in assenza cioè di quel retroterra culturale fatto di tradizioni familiari prima ancora che della comunità di appartenenza, persino di folclore, insomma abbiamo progressivamente accettato di relegare al passato anche la nostra identità, e mi soffermo brevemente su questo punto che ritengo fondamentale.

È come se rinunciare alla propria identità sia avvertito come il segno più autentico e necessario per accogliere l’altro, colui o colei che è diverso/a da noi; insomma, ci è sembrato che senza radici siamo più capaci di rispettare l’altro.

Chi ha vissuto decenni di… primavere sicuramente ricorderà che prima ancora che si parlasse di MEC o SME, la costruzione della futura Europa, ai bambini delle scuole elementari e ai ragazzi delle scuole medie, veniva presentata come la “nuova” patria, nella quale saremmo stati “nuovi” cittadini, cittadini europei e non più italiani, francesi, inglesi,… Oggi, e giustamente, si ribadisce che proprio con la mia identità di italiano, francese, ecc…posso confrontarmi con l’altro e accettare e negoziare le diversità. La diversità esiste e accogliere l’altro non significa affatto negare che è diverso da me, al contrario significa accettare che la diversità non implica giudizio di valore, altrimenti diamo vita a quello che chiamerei il razzismo involontario-inconsapevole che recita che siamo tutti uguali, a prescindere dalle rispettive culture. Come possiamo relazionarci con persone di altre culture senza creare equivoci, ad esempio, se non conosciamo neppure quanto e se per loro conta la distanza interpersonale? E torniamo alle radici…linguistiche. Ci sentiamo esperti nella comunicazione, anche se non ci siamo mai preoccupati del nostro modo di esprimerci, continuiamo a sentire come inutili sevizie gli esercizi dei nostri insegnanti, quando eravamo studenti, e ci sentiamo orgogliosi di come siamo riusciti a cavarcela con un minimo di apparente impegno. Impariamo che la pubblicità ci influenza al punto di condizionare le nostre scelte perché dietro gli spot, fatti di immagini e parole, ci sono persone esperte che conoscono l’animo umano, insomma i “persuasori occulti” e il solo fatto di esserne a conoscenza ci fa sentire quasi liberi, ma non basta per esserlo almeno un po’, veramente. Forse è ora che riflettiamo su come e se ciascuno di noi può ogni giorno meglio imparare a gestire il suo linguaggio, invece che limitarsi a ripetere quanto detto da altri, può imparare a pro-agire invece che re-agire istintivamente alle provocazioni, con tutte le conseguenze del caso, sì perché quando ci toccano nervi scoperti poi mettiamo da parte tutte le tecniche di comunicazione e torniamo al comportamento che ci è naturale. Quando Corrado Alvaro con sofferenza scriveva “le parole sono pietre” esprimeva una verità incontrovertibile, suffragata da tante espressioni proverbiali della tradizione popolare (che almeno una volta nella nostra vita abbiamo sicuramente sentenziato: ) e tuttavia proprio forti di questa convinzione, possiamo restituire in pieno alla parola il suo potere e renderla pietra d’angolo, capace di costruire ponti con il nostro interlocutore, divenire l’asse portante della comunicazione, di quella comunicazione in cui il contenuto (il verbale appunto) ci dicono conti per il 7% o poco più. Facciamo in modo di rendere quel 7% “sapiente” curandolo e preoccupandocene esattamente come stiamo imparando a fare per il tono di voce, per lo sguardo, per la postura, per la gestualità, ecc… e cominciamo noi che come counselor, formatori, docenti, per il ruolo che ci compete siamo responsabili di noi e dell’altro.

Cordialissimamente, Giancarla Mandozzi

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