Mass media e memorizzazione…inconsapevole

 

Mass media e memorizzazione…inconsapevole

            Per un formatore, un docente, un counselor, per ogni persona che abbia cura di coltivare la sua, se pur piccola, dote di autonomia di idee, di scelta e di azione è esercizio quotidiano osservare criticamente, analizzare, cercare di comprendere il mondo dei bisogni indotti nel quale siamo immersi.

            Già nel…secolo scorso, Marshall McLuhan definiva  il medium caldo e freddo (Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1967) e come lui tanti sono stati gli autori che negli anni hanno scelto di in-formare, di rendere vigili noi, diventati ormai quasi definitivamente “gli utenti” nei confronti dei persuasori occulti, sempre più evoluti.

 

            Convinta che sia necessario ribadire il compito precipuo di ognuno e più che mai di chi, estimatore dell’essere umano e delle sue qualità, della sua tendenza attualizzante, esercita il ruolo di agevolatore che intende porgere aiuto e implementare le risorse potenziali di sé e dell’altro, offro alla vostra riflessione poco più che un frammento dall’articolo in Prometeo, marzo 2013. E mentre lo rileggo insieme a voi, mi chiedo se ci stiamo adoperando sufficientemente ed efficacemente perché la meta comunicazione sia anche veicolo di autentica crescita:

 

 “Di fronte ad una platea di operatori televisivi il direttore del primo canale della televisione pubblica francese, Patrick Le Lay, riferendosi alla Coca Cola, che era uno degli sponsor più rilevanti della rete, fece questa dichiarazione che è passata alla storia: "Perché un messaggio pubblicitario sia percepito, bisogna che il cervello dello spettatore sia disponibile"; e aggiunse: "le nostre trasmissioni hanno come obiettivo di renderlo disponibile: ossia di divertirlo, di rilassarlo per prepararlo tra due messaggi. Ciò che noi vendiamo alla Coca Cola è del tempo disponibile del cervello umano" (da I dirigenti di fronte al potere, 2004).

Per questo navigato dirigente, se si vuole che le informazioni si imprimano nella mente dello spettatore bisogna imparare l'arte di insinuarsi nel suo cervello. Grazie ai progressi tecnologici nel campo delle neuroscienze, che consentono di osservare il cervello in attività in tante diverse situazioni della vita quotidiana, oggi sappiamo che i messaggi che provengono dal mondo della pubblicità possono provocare fenomeni di memorizzazione inconsapevole, come la voglia di emulazione, il desiderio di piacere, il bisogno di identificarsi con simboli o marche. C'è stato, verso la metà del secolo scorso, un cambiamento sostanziale nel modo di fare pubblicità. Le vecchie réclame della prima metà del Novecento si rivolgevano per lo più alla parte cosciente della nostra psiche ("acquista l'automobile X perché ha un' ottima ripresa, dei buoni ammortizzatori e una stabilità invidiabile ... "): al potenziale consumatore il compito di giudicare se i pregi decantati erano tali da giustificare l'acquisto.

            Oggi le pubblicità dirette sono rare, il messaggio non è esplicito ma implicito: è racchiuso nel non-detto, negli ammiccamenti, nelle musiche di sottofondo, nelle forme suggestive, nelle emozioni e nelle eccitazioni che vengono somministrate ai consumatori. Il messaggio non si rivolge all'apparato analitico del nostro cervello, ma a quello della persuasione incosciente.

"L’aspetto più terribile della comunicazione, è l'inconscio della comunicazione" scrisse alcuni anni or sono Pierre Bourdieu in uno dei suoi saggi sulla comunicazione mass mediatica. Molto spesso è proprio ciò che non viene menzionato l'aspetto più rilevante: la cosiddetta metacomunicazione, ossia tutti quei messaggi che sono sottesi alla comunicazione esplicita che passa attraverso le parole, le immagini, gli atteggiamenti e che indica come quelle parole, quelle immagini e quegli atteggiamenti devono essere assunti e interpretati.

A volte ce ne rendiamo conto. Altre volte no.

            I messaggi metacomunicativi sono numerosissimi e di varia natura. Prendiamo la "cornice" o frame, per esempio: il modo in cui un messaggio viene "inquadrato" e presentato al pubblico fornisce già di per sé una chiave di lettura. Il format "spot", per esempio, crea attese a livello interpretativo che danno forma al messaggio. Tutti i messaggi pubblicitari si fondano su questo schema immutabile, cosicché quando si guarda uno spot la comprensione va da sé: è implicito cioè che il prodotto che viene presentato sia illustrato come un buon prodotto, tant'è che le pubblicità progresso creano talvolta perplessità nel recettore perché disattendono la sua attesa." Da Anna Oliviero Ferraris, 2013

 

 

Cordialissimamente

Giancarla Mandozzi

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