Distorsione, attribuzione di colpa e deresponsabilizzazione, a causa di ...una semplice vocale

 

 

distorsione, attribuzione di colpa e deresponsabilizzazione, a causa di ...una semplice vocale

 

            Potrebbe sembrare uno scherzo, e scherzo non è; si fa leggere con curiosa piacevolezza e poi lascia persistente traccia emotiva, vorrebbe essere, come recita il sottotitolo tra parentesi, il manoscritto d’un pazzo e ci coinvolge con le sue verità; credo che, al di là dell’evidente divertissement dell’autore, quella che qui di seguito ho trascritto si possa definire una pagina mirabile, ancorché forse troppo poco conosciuta per come merita, espressione puntualissima, intessuta di  una correttezza disarmante nel descrivere come sia non solo possibile, bensì razionalmente difendibile – e a ciascuno di noi – operare una distorsione della realtà a tutto nostro…svantaggio.

            È una pagina breve ed eloquente della narrativa, che merita un posto di rilievo accanto a pagine immarcescibili e nutrienti come quelle de Il visconte dimezzato di Italo Calvino o anche alla petite madeleine della Recherche proustiana, in cui l’ambito è altro: qui la distorsione della realtà, là, nel tè al sapore di biscotto l’affiorare a tratti indistinto e improvviso del  ricordo e della memoria, da una sensazione  prima indefinita, poi via via sempre più precisa.

            E torniamo alla distorsione, occupazione assai diffusa non sempre consapevole e dunque, anche per questo, oggetto di analisi e studio per chi si interessi del bene-essere della persona e  delle relazioni interpersonali, come della comunicazione.

 

Anche il counselor, mentre ascolta empaticamente e ascoltando individua i nuclei salienti da ri-formulare,  è attento alla presenza di eventuali distorsioni della realtà che talvolta esplicitamente emergono dal racconto della persona in aiuto o, e accade più frequentemente, percepisce implicitamente condizionanti.

 

            Forse sono riuscita ad accendere in qualcuno il desiderio di leggere e dunque vi lascio al brano de La lettera U, da Racconti fantastici (1869) di Iginio Ugo Tarchetti (sì proprio lui, lo Scapigliato…), invitandovi a soffermarvi su come mirabilmente una vocale  diventi autentico strumento di  tortura e maledizione, al punto da giustificare ogni sorta di negatività della propria vita, e dunque altrettanto mirabilmente àncora di salvezza da…ogni sorta di responsabilità personale, visto che di tutto il male il responsabile è stato identificato, è esterno, è…

 

            E dopo aver letto o forse ri-letto (se quando eravate sui banchi di scuola vi è toccato in sorte di avere un/una  prof. di lettere meno oppresso/a dal programma ed entusiasta di occuparsi della vostra crescita), forse è il caso che ci concediamo una riflessione.

Buona lettura!

 

U! U!

Ho io scritto questa lettera terribile, questa vocale spaventosa? L’ho io delineata esattamente? L’ho io tracciata in tutta la sua esattezza tremenda, co’ suoi profili fatali, colle sue due punte detestate, colla sua curva abborrita? Ho io ben vergata questa lettera, il cui suono mi fa rabbrividire, la cui vista mi riempie di terrore?

Sì, io l’ho scritta.

Ed eccovela ancora: U

Eccola un’altra volta U

Guardatela, affissatela bene - non tremate, non impallidite - abbiate il coraggio di sostenerne la vista, di osservarne tutte le parti, di esaminarne tutti i dettagli, di vincere tutto l’orrore che v’ispira.... Questo U!... questo segno fatale, questa lettera abborrita, questa vocale tremenda!

E l’avete ora veduta?... Ma che dico?... Chi di voi non l’ha veduta, non l’ha scritta, non l’ha pronunciata le mille volte? –

Lo so; ma io vi domanderò bensì: chi di voi l’ha esaminata? chi l’ha analizzata, chi ne ha studiato la forma, l’espressione, l’influenza? Chi ne ha fatto l’oggetto delle sue indagini, delle sue occupazioni, delle sue veglie? Chi vi ha posato sopra il suo pensiero per tutti gli anni della sua vita?

Perché.... voi non vedete in questo segno che una lettera mite, innocua come le altre; perchè l’abitudine vi ci ha resi indifferenti; perchè la vostra apatia vi ha distolto dallo studiarne più accuratamente i caratteri.... ma io.... Se voi sapeste ciò che io ho veduto!… se voi sapeste ciò che io vedo in questa vocale!

U

E consideratela ora meco.

Guardatela bene, guardatela attentamente, spassionatamente, fissi! E così, che ne dite?

Quella linea che si curva e s’inforca - quelle delle due punte che vi guardano immobili, che si guardano immobili - quelle delle due lineette che ne troncano inesorabilmente, terribilmente le cime - quell’arco inferiore, sul quale la lettera oscilla e si dondola sogghignando - e nell’interno quel nero, quel vuoto, quell’orribile vuoto che si affaccia dall’apertura delle due aste, e si ricongiunge e si perde nell’infinità dello spazio....

Ma ciò è ancor nulla, Coraggio!

Raddoppiate la vostra potenza d’intuizione; gettatevi uno sguardo più indagatore.

Partite da una delle due punte, seguite la curva esterna, discendete, avvicinatevi all’arco, passatevi sotto, risalite, raggiungete la punta opposta....

Che cosa avete veduto?

Attendete!

Compite adesso un viaggio a rovescio. Discendete lungo le linea interna - discendetevi con coraggio, con energia - raggiungete il fondo, arrestatevi, fermatevi un istante, esaminatelo attentamente; poi risalite fino alla punta d’onde eravate partito dapprima...

Tremate? Impallidite?

Non basta ancora!

Posatevi un istante sulle due linee che ne tagliano le punte; andate dall’una all’altra; poi guardate l’assieme della lettera, guardatela d’un sol colpo d’occhio, esaminatene tutti i profili, afferratene tutta l’espressione.... e ditemi se non siete paralizzati, se non siete vinti, se non siete annichiliti da quella vista?!?!

Ecco.

Io vi scrivo qui tutte le vocali:

a e i o u

Le vedete? Sono queste?

a e i o u

Ebbene?!

Ma non basta il vederle.

Sentiamone ora il suono.

A - L’espressione della sincerità, della schiettezza, d’una sorpresa lieve ma dolce.

E - La gentilezza, la tenerezza espressa tutta in un suono.

I - Che gioia! Che gioia viva e profonda!

O - Che sorpresa! che meraviglia! ma che sorpresa grata! Che schiettezza rozza, ma maschia in quella lettera!

 

Sentite ora l’ U.

Pronunciatelo.

Traetelo fuori dai precordii più profondi, ma pronunciatelo bene: U! uh!! uhh!!! uhhh!!!!

Non rabbrividite? non tremate a questo suono? Non vi sentite il ruggito della fiera, il lamento che emette il dolore, tutte le voci della natura soffrente e agitata? Non comprendete che vi è qualche cosa d’infernale, di profondo, di tenebroso in quel suono?

Dio! che lettera terribile! che vocale spaventosa!!

Vi voglio raccontare la mia vita.

Voglio che sappiate in che modo questa lettera mi ha trascinato ad una colpa, e ad una pena ignominiosa e immeritata.

Io nacqui predestinato. Una terribile condanna pesava sopra di me fino dal primo giorno della mia esistenza: il mio nome conteneva un U. Da ciò tutte le sventure della mia vita.

A sette anni fui avviato alle scuole.

Un istinto, di cui ignorava ancora le cause, mi impediva di apprendere quella lettera, di scriverla: ogni volta che mi si facevano leggere le vocali mi arrestava, mio malgrado, d’innanzi all’ U; mi veniva meno la voce, un panico indescrivibile s’impossessava di me - io non poteva pronunciare quella vocale!

Scriverla? era peggio! La mia mano sicura nel vergare le altre, diventava convulsa e tremante allorchè mi accingeva a scrivere questa. Ora le aste erano troppo convergenti, ora troppo divergenti; ora formavano un V diritto, ora un V capovolto; non poteva tracciare in nessun modo la curva, e spesso non riusciva che a formare una linea serpeggiante e confusa.

Il maestro mi dava del quadrello sulle dita - io m’inacerbiva e piangeva. Aveva dodici anni, allorchè un giorno vidi scritto sulla lavagna un U colossale, così:

U

 

Io stava seduto di fronte alla lavagna. Quella vocale era lì, e pareva guardarmi, pareva affissarmi e sfidarmi. Non so qual coraggio mi nascesse improvvisamente nel cuore: certo il tempo della rivelazione era giunto! Quella lettera ed io eravamo nemici; accettai la sfida, mi posi il capo tra le mani e incominciai a guardarla.... Passai alcune ore in quella contemplazione. Fu allora che io compresi tutto, che io vidi tutto ciò che vi ho ora detto, o tentato almeno di dirvi, giacchè il dirvelo esattamente è impossibile. Io indovinai le ragioni della mia ripugnanza, del mio odio; e progettai una guerra mortale a quella lettera.

Incominciai col togliere quanti libri poteva a’ miei compagni, e cancellarvi tutti gli U che mi venivano sott’occhio. Non era che il principio della mia vendetta. Fui cacciato dalle scuole.

Vi ritornai tuttavia più tardi. Il mio maestro si chiamavaAurelio Tubuni.

Tre U!! Io lo abborriva per questo, Un giorno scrissi sulla lavagna: Morte all’ U! Egli attribuì a sè medesimo quella minaccia. Fui ricacciato.

Ottenni ancora di tornarvi una terza volta. Presentai allora, come lavoro di esame, un progetto relativo all’abolizione di questa vocale, alla sua espulsione dalle lettere dell’alfabeto.

Non fui compreso. Fui tacciato di follia. I miei compagni, conosciuta così la mia avversione a quella vocale, incominciarono contro di me una guerra terribile. Io vedeva, io trovava degli U da tutte le parti: essi ne scrivevano dappertutto: sui miei libri, sulle pareti, sui banchi, sulla lavagna - i miei quaderni, le mie carte ne erano ripieni; nè io poteva difendermi da questa persecuzione sanguinosa ed atroce.

Un giorno trovai nella mia saccoccia una cartolina, su cui ne era scritta una lunga fila in questo modo infernale, così:

U U U U U U U

Divenni furente! La vista di tutti quegli U disposti in questa guisa, collocati con questa gradazione tremenda, mi trasse di senno. Sentii salirmi il sangue alle tempia, sconvolgersi la mia ragione.... Corsi alla scuola; ed afferrato alla gola uno de’ miei compagni, l’avrei per fermo soffocato, se non mi fosse stato tolto di mano.

Era la prima colpa a cui mi trascinava quella vocale!

Mi fu impedito di continuare i miei studii.

Allora incominciai a vivere da solo, a pensare, a meditare, ad operare da solo. Entrai in una nuova sfera di osservazioni, in una sfera più elevata, più attiva: studiai i rapporti che legavano ai destini dell’umanità questa lettera fatale; ne trovai tutte le fila, ne scopersi tutte le cause, ne indovinai tutte le leggi; e scrissi ed elaborai, in cinque lunghi anni di fatica, un lavoro voluminoso, nel quale mi proponeva di dimostrare come tutte le umane calamità non procedessero da altre cause che dall’esistenza dell’ U, e dall’uso che ne facciamo nella scritturazione e nel linguaggio; e come fosse possibile il sopprimerlo, e rimediare, e prevenire i mali che ci minaccia.

Lo credereste? non trovai mezzo di dare alla luce la mia opera. La società ricusava da me quel rimedio che solo potava ancora guarirla.

A venti anni mi accesi d’amore per una fanciulla, e ne fui riamato. Essa era divinamente buona, divinamente bella: ci amammo al solo vederci; e quando potei parlarle, le chiesi:

-Come vi chiamate?

-Ulrica!

-Ulrica! U. Un U! Era una cosa orribile. Come sottomettermi alla violenza atroce, continua di quella vocale? Il mio amore era tutto per me, ma nondimeno trovai la forza di rinunziarvi. Abbandonai Ulrica.

Tentai di guarirmi con un altro affetto. Diedi il mio cuore ad un altra fanciulla. Lo credereste? Seppi più tardi che si chiamava Giulia. Mi divisi anche da quella.

Ebbi un terzo amore. L’esperienza mi aveva reso cauto: m’informai del suo nome prima di darle il mio cuore.

Si chiamava Annetta. Finalmente! Apparecchiammo per le nozze, tutto era combinato, stabilito, allorchè, nell’esaminare il suo certificato di nascita, scopersi con orrore che il suo nome di Annetta, non era che un vezzeggiativo, un abbreviativo di Susanna, Susannetta, e oltre ciò - inorridite! aveva cinque altri nomi di battesimo: Postumia, Uria, Umberta, Giuditta e Lucia.

Immaginate se io mi sentissi rabbrividire nel leggere quei nomi! - lacerai sull’istante il contratto nuziale, rinfacciai a quel mostro di perfidia il suo tradimento feroce, e mi allontanai per sempre da quella casa. Il cielo mi aveva ancora salvato.

Ma ohimè! io non poteva più amare, la mia affettività era esaurita, prostrata da tanti esperimenti terribili. Il caso mi condusse ad Ulrica; le memorie del mio primo amore si ridestarono, la mia passione si raccese più viva.... Volli rinunciare ancora al suo affetto, alla felicità che mi riprometteva da questo affetto.... ma non ne ebbi la forza - ci sposammo.

Da quell’istante incominciò la mia lotta.

Io non poteva tollerare che essa portasse un U nel suo nome, non poteva chiamarla con quella parola. Mia moglie!... la mia compagna, la donna amata da me.... portare un U nel suo nome!... Essa che aveva già fatto un acquisto così tremendo nel mio, perchè io pure ne aveva uno nel mio casato!

Era impossibile!

Un giorno le dissi:

-Mia buona amica, vedi quanto quest’ U è terribile! rinunciavi, abbrevia o muta il tuo nome!... te ne scongiuro!

Essa non rispose, e sorrise.

Un’altra volta le dissi:

-Ulrica, il tuo nome mi è insopportabile.... esso mi fa male.... esso mi uccide! Rinunciavi.

Mia moglie sorrideva ancora, l’ingrata! sorrideva!... […]

 

 

cordialissimamente

Giancarla Mandozzi

 

 

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