essere ammirati e...non compresi

applausi

essere ammirati e...non compresi

 

Essere ammirati: un desiderio profondo per tanti, per alcuni la motivazione delle proprie azioni, del comportamento, l’obiettivo a cui si tende in ogni situazione persino in quella meno competitiva e così la vita prende l’aspetto di una continua sfida più che con se stessi con... l’indice di gradimento dell’altro, degli altri.

E dunque finalmente sentirsi ammirati sembrerebbe condizione da privilegiati,  essere ammirati non solo o non tanto esteriormente, bensì per le proprie idee, capacità, per come ci si confronta con gli altri, per la dedizione al proprio lavoro, agli affetti familiari, ecc...ecc..., ma spesso proprio l’ammirazione, espressa anche con una puntina di invidia, gli elogi ripetuti di una o più persone nei nostri confronti, celano una realtà ben diversa che in sintesi definirei: mancanza di condivisione, assenza di comprensione.

Certo le valutazioni positive esagerate, persino non del tutto fondate solleticano la vanità e grande gioia procurano a chi di vanità e apparenze vive e tuttavia è pur vero che ascoltare apprezzamenti ripetuti nei nostri confronti  può non essere così piacevole e desiderabile come sembrerebbe. 

 

                       Ennesimo paradosso della comunicazione interpersonale per cui più insistite sono le lodi su come e cosa faccio, più avverto di apparire agli occhi dell’altro un alieno, o forse solo una persona un po’ strana, diversa e controcorrente. Non me ne dispiaccio perché sono ben consapevole di appartenere con i miei valori princìpi ideali e convinzioni positive ad una minoranza, ma neppure posso evitare di soffermarmi a riflettere su quanto quegli apprezzamenti e quelle lodi anche pronunciate con sincerità siano il segno tangibile della grande lontananza tra me e l’altro.

La situazione più emblematica? Raccogliere “montagne” di elogi per qualcosa che nella nostra professione o nella nostra vita è normale routine: leggere negli occhi dell’altro la meraviglia per la nostra performance si commenta da sé e ci troviamo a domandare a noi stessi: ma se non sapessi fare nemmeno questo, che razza di professionista sarei? Se mi lodano per ciò che è basilare, essenziale nel mio lavoro, come fosse una mia prerogativa, una mia singolare, eccellente scelta creativa, che idea ha l’altro di me e del mio lavoro? Sicuramente  completamente avulsa da comeio mi vivo e vivo il mio ruolo.

                       Non mi sto riferendo ad apprezzamenti sul proprio lavoro  da parte del capo o del dirigente (altra, e se pure diversa, altrettanto faticosa situazione), piuttosto sto prefigurando dialoghi di chi non vive per riscuotere elogi, né si sente perennemente in gara con qualcuno, con amici, colleghi, parenti o familiari, dialoghi che maturano in un clima di calma e serenità, comodamente seduti in uno di quei rari momenti in cui non si è pressati da appuntamenti, o in vacanza, dai quali si pensa di uscire risollevati nell’animo e confortati dalla altrui comprensione.

Nel dialogo, le parole pronunciate pacatamente, con voce e tono confidenziale si rincorrono tra i presenti e quella che era inizialmente una piccola lode ingigantisce, si arricchisce di particolari, di esempi finché tutti concordi si esprimono all’unisono e decidono che sì, ciò che noi, il soggetto su cui si è posata l’attenzione di tutti, abbiamo compiuto è proprio qualcosa di straordinario.

Il punto è che ciascuno di noi sa bene che di cose straordinarie ne ha fatte ben poche, né, guarda caso, è attratto da ciò che è straordinario, e così mentre ringrazia  (non può fare altrimenti) per la generosa valutazione, conta i minuti secondi che lo separano dal ritorno a casa.

                  L’effetto di queste lodi –esagerate– può essere una profonda sconsolata solitudine.

Spesso si dice che siamo oggi più soli di un tempo, che lo stare in compagnia, il cercare la moltitudine il gruppo la folla sia una forma, per altro inefficace, di combattere la solitudine e alla solitudine associamo incontri e situazioni negative, il rifiuto dell’altro o degli altri, l’isolamento e l’emarginazione.

La solitudine a cui mi sto riferendo, altrettanto sofferta, viene al contrario da un moto positivo dell’animo, dall’ammirazione espressa nei nostri confronti, per noi che veniamo considerati un esempio, un punto di riferimento da qualcuno o da tanti, mentre abbiamo chiara consapevolezza che così NON è.

Come svincolarsi da una simile condizione interiore? È possibile?

                 Proporrei ancora una volta di ripartire da... sé, domandandoci qual è il nostro rapporto con l’ammirazione: cosa,  come, quando, con quale intensità proviamo ammirazione? come la esprimiamo? per chi? E noi per che cosa, quando, come vorremmo essere ammirati?

E ancora chiediamoci: ci è mai accaduto di usarel’ammirazione verso l’altro, per sentirci meglio, per provare un sentimento di serena accettazione di noi stessi come avessimo realizzato un gesto di generosità, anche un po’ esagerato, per nostra benevolenza e magnanimità?

                 L’ammirazione, in fondo è una eccellente carezza.

E se è e vuole essere una carezza anch’essa, come i maestri dell’Analisi Transazionale ci insegnano, ha da essere oltre che sincera, personalizzata, argomentata, appropriata, dosata (soprattutto, direi, dosata).

Sappiamo dare una carezza all’altro? sentiamoci OK , anche se dall’altro a noi la carezza non è arrivata (Gordon avvertirebbe: il problema e dell’altro che non ha saputo...).

                E se anche a noi è accaduto di ammirare l’altro per mostrarci generosi, per farciuna carezza...allora la situazione ci accomuna in qualche modo all’altro e  molto abbiamo da impegnarci noi per arrivare a sentirci OK.

 

Il nodo da cui siamo partiti resta: l’ammirazione facilmente è segno di incomprensione (tanto che quando si insinua nel rapporto di coppia ferisce al punto da mettere a rischio il rapporto stesso),

ma

l’incomprensione è il risultato, il feed back di un coacervo di elementi che costituiscono la assai complessa  comunicazione interpersonale, di cui l’inopportuna ammirazione è minima parte, e dunque è la comunicazione con l’altro evidentemente da ri-costruire.

 

Ne abbiamo di lavoro, anche in tempi di così dette ferie estive.

 

Cordialissimamente

Giancarla Mandozzi

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