fresche ri-letture... a caso, ma non troppo 4. Fritz Perls

 

fresche ri-letture... a caso, ma non troppo

 

  1. 4. Fritz Perls

 

                                  Quando si pensa alla gestalt o si fa il punto sull’approccio gestaltico nel counseling, e accade spesso, impossibile non avere immediatamente nitida e gigantesca (chissà che ne direbbe Richard Bandler !?!) l’immagine di questo singolare maestro: Fritz Perls.

La gestalt, mi azzarderei a dire, È lui: la sua folta e poco curata barba, l’immancabile ennesima sigaretta accesa, occhi e sguardo indagatori piuttosto che sorridenti e accoglienti, l’espressione nel volto di chi è distaccato da te, dal tuo problema, quel tanto che è necessario perché la relazione counselor/cliente sia del tutto efficace e persino risolutiva (ma se fossimo il cliente non lo scopriremmo che alla fine del percorso, quando appunto il problema, proprio anche grazie alla ruvidezza del maestro, sarà risolto) e un alone inequivocabile di autorevolezza sì, ben nutrita di autoritarismo. Insomma Fritz Perls è una figura che lascia il segno oltre che per la caparbia esemplare semplificazione con cui ha teorizzato e sperimentato con successo la complessità della comunicazione tra gli umani, proprio per come l’ha personalmente vissuta e testimoniata nei gesti negli atteggiamenti nel comportamento.

 

A chiunque di noi abbia avuto occasione di vederlo in alcuni dei tanti video durante le sue esercitazioni, sicuramente ha offerto un’infinità di stimoli, domande  e dubbi, soprattutto a coloro che si avvicinavano alla gestalt dopo aver imboccato e visceralmente amato (non può che essere così) Carl Rogers e la sua accettazione incondizionata.                      

La breve citazione che propongo è dal testo: Fritz Perls,  L’approccio della gestalt ŸTestimone oculare della terapia, Astrolabio, ’77, prima edizione in lingua originale ’73, dunque un testo postumo.

Prima di ri-leggere Perls, può essere importante che spieghi perché citare proprio da un testo postumo che, evidentemente prescinde dalla revisione dell’autore. Essenzialmente due i motivi. Il primo, sottolineare un elemento cardine dell’approccio gestaltico e cioè il fatto che F.P. elaborava i concetti fino a poco prima della sua scomparsa. È ben evidenziato nella Prefazione al testo di Robert S. Spitzer, Redattore capo Science and Behavior Books (che ha poi affidato a Richard Bandler di curare l’edizione del materiale e i suggerimenti editoriali degli ultimi mesi di vita di Perls) e nell’Introduzione queste sono le parole dell’autore: “la teoria stessa [la gestalt] si basa sull’esperienza e sull’osservazione; si è evoluta e modificata attraverso diversi anni di pratica e applicazione, e va ancora evolvendosi” (pag. 11) .

Il secondo motivo è il potente intento didattico che l’autore ha voluto sottendere alla pubblicazione: F.P. non considerando il proprio lavoro enigmatico o miracoloso,  si dichiarava stanco delle “guarigioni miracolose” che puntualmente si ripetevano nei suoi workshop: “si era stancato sempre di più di questo gioco di Lourdes. In un certo senso era solo un prendersi in giro.. Voleva che gli studenti esaminassero dettagliatamente il suo operato e credeva che appena avessero compreso realmente il processo gestaltico, questi miracoli isolati si sarebbero collocati tutti al giusto posto e sperava che i film e i testi avrebbero demistificato il culto di F.P.(ibidem, pag. 111).

Che dire? Quando si è veri maestri si rifugge dal culto della propria persona.

 

E veniamo alla breve citazione (ibidem, pag. 104-105):

“dobbiamo distinguere tra il linguaggio espressivo e quello d’effetto, cioè tra il linguaggio inteso a dare sfogo ai propri sentimenti e alle proprie richieste, e quello inteso a produrre una reazione in qualcun altro. E tali esempi di espressione e di effetto, relativamente puri, esistono come estremi della scala comunicativa. Per esprimere la gioia, a d esempio, non abbiamo bisogno che ci sia qualcuno da impressionare. Me per impressionare, abbiamo bisogno assolutamente di un pubblico. Nel linguaggio d’effetto faremo qualunque cosa per ottenere l’attenzione, anche se non c’è nulla da esprimere, inventeremo qualcosa oppure frugheremo nei nostri ricordi per trovare episodi adeguati di conversazione. La comunicazione genuina non è né all’uno né all’altro estremo della scala. [...]c’è una grandissima differenza tra il pianto angosciato del bambino, cui la madre risponde automaticamente, e gli strilli egocentrici del marmocchio viziato, ai quali la madre potrebbe pure rispondere, ma con collera e non con preoccupazione.

Cosa c’è di male nel cercare l’attenzione? Il grido <ascoltate, ascoltate=""> del banditore,[...]il “Silenzio in aula”, l’annegato che grida aiuto: tutti questi non costituiscono forse tentativi di ottenere la piena attenzione?la differenza tra questi casi e il bambino da una parte, e l’esibizionista e il marmocchio dall’altra, sta nella differenza tra l’espressione genuina e l’atteggiamento del come se [...]il marmocchio manipola, ma non comunica il suo bisogno reale.”

 

              Manipolare appunto, per abitudine, per convenzione, per imitazione, ecc...un’azione assai diffusa oggi, così diffusa che persino nel momento in cui vogliamo essere di aiuto all’altro, è vitale, per lui e per noi, che riusciamo a distinguere il  suo linguaggio espressivo da quello d’effetto.

 

*** 'immagine è di Nino Salvatore, Spazio gestaltico curvo, acrilico su tela, '90

 

Cordialissimamente

Giancarla Mandozzi

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