Consapevoli... delle proprie e altrui IDENTITÀ

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consapevoli... delle proprie e altrui IDENTITÀ

 

In previsione del 3° incontro del LABORATORIO esperienziale FORMARSI per non FERMARSI rivolto ai docenti di ogni disciplina, in cui ho il ruolo di tutor, mi sto concentrando su un nodo tematico in particolare: L’IDENTITÀ, identità di me, docente counselor nel ruolo di tutor, identità del gruppo di docenti che parteciperanno all’incontro, di ciascuno di loro, identità del docente e identità dell’alunno (su cui ci confronteremo) entrambe presenti e determinanti nella relazione educativa, se pure non sempre ...riconosciute. E già, non sempre ri-conosciute: penso al docente che tende ad ignorare l’identità dell’alunno-persona che gli è di fronte, la sua specifica e complessa individualità, ed anche all’alunno che, concentrato sui contenuti da sapere e sciorinare, meglio rovesciare sul docente finisce per vederlo solo come il pericolo da cui difendersi, anonimo, spersonalizzato, una sorta di alieno che ha il potere di giudicarlo.

 

Come riuscire a gestire la relazione in modo che entrambi –il docente e l’alunno, il bambino della scuola Primaria come il giovane della Secondaria di II grado- si rendano consapevoli della propria identità e reciprocamente la RI-CONOSCANO sarà appunto, me lo auguro, vissuto e sperimentato nell’incontro con chi vorrà e potrà partecipare.

Ciò che mi piace proporre all’attenzione di colleghi counselor e docenti in questo momento è solo ciò che precede ogni possibile riflessione sul ri-conoscimento di identità nella relazione tra docente e alunno, una domanda evidentemente tutt’altro che semplice: Cos'è  l’identità?

Possiamo parlarne al singolare o identità è termine che va declinato immancabilmente al plurale, anche per il singolo individuo?

Un intervento che ho scelto tra gli altri, per la sua formidabile chiarezza e precisione nella sua semplicità è di Giovanni Jervis.(1)

Da un’intervista che vi invito a leggere per intero (Il Grillo, 16/2/1998 http://www.emsf.rai.it), ho scelto qualche passo:

              “Essa [l’identità] è tutto ciò che caratterizza ciascuno di noi come individuo singolo e inconfondibile. E' ciò che impedisce alle persone di scambiarci per qualcun altro. Così come ognuno ha un'identità per gli altri, ha anche un'identità per sé. Quella per gli altri è l'identità oggettiva, l'identità per sé è l'identità soggettiva. L'identità soggettiva è l'insieme delle mie caratteristiche così come io le vedo e le descrivo in me stesso. L'identità oggettiva di ciascuno, ossia la sua riconoscibilità, si presenta secondo tre principali modalità. La prima modalità è l'identità fisica: questa è data soprattutto dalle caratteristiche della faccia, le quali ci permettono di non esser confusi con un'altra persona. La seconda modalità è l'identità sociale, ossia un insieme di caratteristiche quali l'età, lo stato civile, la professione, il livello culturale e l'appartenenza ad una certa fascia di reddito. La terza modalità è l'identità psicologica, ovvero la mia personalità, lo stile costante del mio comportamento. Alcuni aspetti dell'identità cambiano più facilmente di altri. L'identità sociale può cambiare rapidamente: se, ad esempio, un funzionario di banca va in pensione e si trasferisce in campagna, ecco che la sua identità sociale è cambiata ed egli non è più il tale funzionario benestante e abitante in città, ma è il tal'altro pensionato, solerte proprietario di un piccolo orto. L'identità fisica invece cambia gradatamente. E' probabile che a sessant'anni abbia più o meno la stessa faccia di dieci anni prima, anche se potrei avere una faccia alquanto diversa rispetto a trenta o quarant'anni prima. L'identità psicologica  è una tema molto interessante e anch'essa cambia piuttosto poco: ognuno ha una sua personalità, vale a dire una certa intelligenza, determinate attitudini e specifici tratti del carattere. La personalità dipende, in gran parte, da fattori genetici e assume caratteristiche stabili durante l'infanzia.[...]

               I ragazzi italiani hanno delle grandi difficoltà ad assumere un'identità adulta e a farsi carico delle relative responsabilità: la cultura familistica italiana, infatti, se da un lato tende a proteggere la prole, dall'altro è incline a colpevolizzarla facilmente.[...]

               Esiste la possibilità che si venga a creare una discrepanza fra come io mi sento e mi definisco e come mi vedono gli altri. A tale proposito si dovrebbe innanzitutto dire che il mio modo di vedermi è in larga misura il riflesso della maniera in cui mi vedono gli altri e della maniera in cui io soche mi vedono gli altri: normalmente si "chiede" ad altre persone di dirci chi siamo. A questo punto, però, veniamo a trovarci in una situazione abbastanza spinosa, perché di norma non domandiamo a tuttigli altri di definirci e di illuminarci sul nostro carattere[...]

              L'identità falsa è un tema molto interessante: si può fingere di avere un'identità non vera, così come si può fingere di avere un nome diverso o anche una personalità diversa. Si recita una parte che non è la propria e che resta sempre ben distinta dall'identità vera. Sono due piani che non si confondono facilmente.”

E va aggiunto che l’identità e le identità, nel mondo della scuola vengono così classificate:

1.         istituzionale

2.         pedagogica

3.         didattica

4.         professionale

è abbastanza per ri-cominciare a discuterne?  

È abbastanza per acquisire una più forte consapevolezza che dalla costruzione e dal ri-conoscimento delle mie  identità, in primis realizzato da me e poi dal mio interlocutore, dipende l’efficacia e la congruenza della relazione, di ogni relazione interpersonale, in particolare per chi come counselor, come docente, come formatore si è assunto la responsabilità di accompagnare e sostenere il cambiamento dell’altro?

 

            Non senza volgere lo sguardo a situazioni di . . .  pirandelliana memoria, per ciò che concerne il concetto filosofico di identità, una sorta di prerequisito alla discussione, e certamente un prerequisito di consapevolezza per ogni counselor,  formatore o docente, nei prossimi giorni inserirò una breve segnalazione, con riferimenti autorevoli e minibibliografia, nel forum http://www.counselingitalia.it/forum e in http://aiciancona.blogspot.com.

 

(1)

Giovanni Jervis (1933 – 2009), psichiatra, psicologo. È stato docente di Psicologia dinamica all'Università di Roma: con il termine Psicologia dinamica si indica quel ramo della disciplina che si occupa dei problemi affettivi ed emozionali.

di Giovanni Jervis:

Il buon rieducatore. Scritti sugli usi della psichiatria e della psicoanalisi, Feltrinelli,1978,

Presenza e identità, Garzanti Libri, 1984

Sopravvivere al millennio, Garzanti, 1995

Prime lezioni di psicologia, Laterza, 1999

Fondamenti di psicologia dinamica. Un'introduzione allo studio della vita quotidiana, Feltrinelli, 1999

La conquista dell’identità. Essere se stessi, essere diversi, Feltrinelli, 1999

Psicologia dinamica, Il Mulino,  2001

Individualismo e cooperazione. Psicologia della politica, Laterza, 2002

Pensare dritto, pensare storto. Introduzione alle illusioni sociali,  Bollati Boringhieri,  2007

Gilberto Corbellini, Giovanni Jervis, La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia, Bollati Boringhieri, 2008

Il mito dell'interiorità. Tra psicologia e filosofia, Bollati Boringhieri, 2011

 

Cordialissimamente

Giancarla Mandozzi

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