"FORMARE" GLI ADULTI seconda parte: COUNSELING PEDAGOGIA ANDRAGOGIA

figurePer PROPORRE FORMAZIONE AGLI ADULTI occorre, dicevamo, essere consapevoli che l'adulto ha caratteristiche psicologiche, necessità, obiettivi diversi da quelli di un bambino, di un  ragazzo o di un giovane.

L'adulto ha una personalità definita, ha una percezione di sé, della propria identità come persona responsabile e autonoma, chiede di essere trattato conseguentemente, ha l'esigenza di conoscere lo scopo e l'utilità dell'apprendimento, per la sua vita o la sua carriera..., è motivato ad apprendere ciò che gli serve nel momento in cui gli serve, ha convinzioni e valori consolidati che possono facilitare o, al contrario, inibire le capacità di ascolto e di apprendimento, ha conoscenze  e stili di apprendimento più volte messi in opera e collaudati ai quali fa riferimento costantemente.

 

Le esperienze pregresse, l’esperienza di vita hanno per ciascun adulto un valore fondamentale e imprenscindibile.

Qualunque insegnamento rivolto a un adulto, dunque, non sarà mai ex novo e  interferirà con  conoscenze e/o esperienze precedentemente acquisite.

Tenendo conto di tali fattori, il counselor di fronte ad adulti, ad esempio docenti, che accettano di seguire un percorso di Formazione si disporrà, ad esempio, ad usare tutte le sue abilità e competenze per accogliere, comprendere, anticipare e “gestire” anche resistenze e interferenze che, pur se non esplicitate,  potrebbero indebolire o annullare la comunicazione tra sé formatore e il gruppo, nella convinzione che:

-         tutti i comportamenti sono orientati verso il positivo,

-         gli aspetti negativi del comportamento sono separati dall’intenzione positiva che sta dietro di esso,

-         è auspicabile identificare e rispondere all’intenzione positiva  della persona resistente/problematica,

-         si possono offrire alle persone altre scelte comportamentali per raggiungere la stessa intenzione positiva”.

(R. B. Dilts, 2006).

Per questi motivi, mi sento in accordo con chi distingue l’insegnamento vòlto a bambini, ragazzi e giovani da quello rivolto agli adulti come due approcci diversi e sostiene  la distinzione tra Pedagogia e Andragogia (M. Knowles, Quando l’adulto impara. Pedagogia e andragogia, Milano, Franco Angeli, 1997)

 

 TUTTAVIA... se trovo corretto definire con precisione le diversità degli approcci, resto molto perplessa di fronte alla contrapposizione che si attribuisce allo stesso Knowles tra Pedagogia e Andragogia.

La sua definizione del modello di apprendimento per adulti “basato sul processo: procedure e risorse piuttosto che contenuti”  non trovo affatto che sia in contrapposizione a quello pedagogico.

Provo a spiegarmi, citando affermazioni dello stesso Knowles (1) e un passo dalla prefazione al testo di D. Bellamìo (2).

I punti focali del modello andragogico evidenzati dall'autore sono:

* l'efficacia della formazione si misura sui risultati dell'apprendimento

*la centralità di colui che apprende nel processo di apprendimento.

Il modello andragogico è per Knowles un modello di processo, a differenza dei modelli di tipo contenutistico impiegati dalla maggior parte dei formatori tradizionali.

 

(1) Leggiamo (le sottolineature sono mie):

“La differenza non è che uno si occupa dei contenuti e l’altro no; la differenza è che il modello contenutistico si occupa di trasmettere informazioni e abilità, mentre il modello di processo si occupa di fornire procedure e risorse per aiutare i discenti ad acquisire informazioni e abilità”. [M. Knowles, Quando l’adulto impara, Franco Angeli, Milano, 1996, p. 138]

“Qualsiasi gruppo di adulti sarà più eterogeneo - in termini di background, stile di apprendimento, motivazione, bisogni, interessi e obiettivi - di quanto non accada in un gruppo di giovani. Ciò significa che in molti casi le risorse di apprendimento più ricche risiedono nei discenti stessi. Di qui la maggiore enfasi posta nella formazione degli adulti sulle tecniche esperienziali - tecniche che si rivolgono all’esperienza dei discenti, come discussioni di gruppo, esercizi di simulazione, attività di problem solving, metodo dei casi e metodi di laboratorio - rispetto alle tecniche trasmissive. Di qui, anche la maggiore enfasi sulle attività di aiuto tra pari”.[ Ibid., p. 79]

il concetto di sé, nel bambino, è basato sulla dipendenza da altri. Il concetto di sé nell’adulto è vissuto come dimensione essenzialmente autonoma: “profondo bisogno psicologico di essere percepito come indipendente ed autonomo dagli altri” [Ibid., p. 78].

A questo, in particolare, viene attribuita la conseguenza per cui se l’adulto si trova in una situazione in cui non gli è concesso di autogovernarsi, sperimenta una tensione tra quella situazione e il proprio concetto di sé e la sua reazione tende a divenire di resistenza. L’orientamento verso l’apprendimento negli adulti è centrato sulla vita reale. “Gli adulti sono motivati ad investire energia in misura in cui ritengono che questo potrà aiutarli ad assolvere dei compiti o ad affrontare i problemi che incontrano nelle situazioni della loro vita reale”. [Ibid., p. 80]

Insomma gli adulti apprendono nuove conoscenze, capacità di comprensione, abilità, valori, atteggiamenti molto più efficacemente quando sono presentati nel contesto della loro applicazione alle situazioni reali.

E ancora:

Ciò di cui il formatore deve preoccuparsi rivolgendosi agli adulti è così indicato:

·Assicurare un clima favorevole all’apprendimento: relativamente all’ambiente fisico, all’accessibilità delle risorse materiali e umane e al clima umano e interpersonale .
·Creare un meccanismo per la progettazione comune per cui anche il discente ha un ruolo nella pianificazione

·Diagnosticare i bisogni di apprendimentoelaborando un modello del comportamento, della performance o delle competenze desiderate

·Progettare un modello di esperienze di apprendimentoin cui gli individui potrebbero usare l’intera gamma di risorse umane e materiali in maniera autonoma
· Mettere in atto il programma (gestire le attività di apprendimento). Il fattore cruciale per il funzionamento del programma è la qualità dei docenti: il formatore non è colui che impartisce delle conoscenze ma è il “facilitatore del processo di apprendimento”. Egli diviene un organizzatore di risorse al servizio del discente.
· Valutare il programma da parte dei soggetti in formazione che riesaminano competenze desiderati e i loro nuovi livelli di competenze

 
(2) D. Bellamìo  così si esprime nella prefazione al testo di Knowles: “La posizione di Knowles, ove applicata coerentemente (e a noi piacerebbe che lo fosse in modo esteso, nelle aziende e fuori, prima e dopo di esse) rivoluziona di fatto la prassi formativa tradizionale e ancora largamente diffusa, in una direzione che i più avanzati educatori stanno già dichiarando [...]quella di una formazione rivolta all’uomo e alla donna interi [con] una propria storia, una esperienza, idee convinzioni esperienze, affetti bisogni motivazioni interessi e perché no doveri.”[ p. 14]

 

Mi chiedo: è sufficiente tutto questo per affermare che Knowles contrappone Andrgogia e Pedagogia?

Di certo K. mette esplicitamente in discussione il tradizionale e ancora oggi diffuso modello di insegnamento nelle scuole, in cui tutta l’attenzione è rivolta ai contenuti piuttosto che al processo insegnamento/apprendimento e alla situazione cognitiva e insieme emotiva degli alunni e tuttavia quello che di fronte agli adulti è giocoforza evitare, pena la loro resistenza alla formazione, è ciò che ogni docente che abbia cognizione di strumenti e tecniche di comunicazione deve porre in atto, con i bambini della Primaria come i ragazzi della Secondaria di I grado e sicuramente con i giovani della Secondaria di II grado e...con gli studenti che frequentano l’Università.

Le sottolineature che ho operato vogliono proprio mettere in evidenza che tra Pedagogia e Andragogia non c’è contrapposizione, bensì una diversa intensità nell’uso di quelli che sono ESATTAMENTE gli stessi strumenti, le stesse strategie che un docente ha il compito di gestire con proprietà e ogni volta coerentemente alla situazione concreta del gruppo classe, come di ciascun alunno.
In qual modo noi docenti possiamo sperare di ottenere risultati per gli alunni che ci sono affidati, in qual modo possiamo vincere le resistenze che scattano al primo impatto, se non ponendo il gruppo classe e ciascuno di loro al centro di ogni nostra programmazione  e progettazione, se non con il loro coinvolgimento diretto, addirittura nella programmazione, se non mettendoli al corrente degli obiettivi richiesti, operando perché in loro si determini l’accettazione di compiti fatiche e talvolta insuccessi per arrivare a ciò che viene percepito come importante.

Come possiamo parlare di formazione dei giovani se non rivolgiamo gli obiettivi della conoscenza anche al saper fare, a renderli protagonisti di quanto si opera in classe,  al saper essere, alla concretezza di traguardi verificabili, se non li abituiamo a valutare il proprio lavoro, il percorso proposto, a trarre bilanci consuntivi alla fine di un lavoro, di un anno scolastico...

E che dire dell’esperienza di vita di ciascun alunno, dell’ambiente in cui vive, della situazione sociale in cui tutti siamo immersi: come si può pensare di essere formatori di bimbi, ragazzi e giovani se enucleiamo ciò che si fa in aula dal resto della realtà?

 

                   I modelli di Pedagogia e Andragogia, rivolti a soggetti dalle caratteristiche diverse necessitano prima di tutto di un elemento essenziale: una figura di FORMATORE che abbia competenze e abilità di COUNSELOR.

 

Cordialissimamente

Giancarla Mandozzi



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