Essere “semplicemente” se stessi...forse non è poi così semplice

crescereessere “semplicemente” se stessi...forse non è poi così semplice

 

                 Ho letto qualche giorno fa un breve articolo di quotidiano che distogliendomi da ogni altra riflessione, mi ha indotto a soffermarmi sul rapporto tra genitori e bambini, nella nostra società. L’articolo “Tutti a lezione di genitorialità” non era firmato e dunque ignoro chi lo abbia scritto; ve ne trascrivo qualche frase:

“bisogna essere autorevoli, ma non autoritari. Bisogna sapere come allattare, come gestire uno svezzamento naturale, come praticare il massaggio infantile al proprio bambino, come cantargli le ninne-nanne, come recitargli le filastrocche, come leggere ad alta voce le fiabe, come inventare ex novo una storia, e tanto, tanto altro ancora. Chi ha figli, oggi, vive spesso la fastidiosa sensazione dell'inadeguatezza.

Quasi che «fare» il genitore sia una cosa molto diversa dall'«essere» genitore. Oggi, ad esempio, apre in pieno centro a Milano, uno sportello gratuito per insegnare ai grandi come raccontare le favole ai più piccini. L'idea è di Elisabetta Maùti, psicologa, fondatrice dell'associazione Dillocon1fiaba (www.dillocon1fiaba.it) [...]  L'iniziativa è encomiabile, anche perché no profit. Ma viene da chiedersi come mai i genitori di oggi vivano in perenne ansia da prestazione.

 

Lo dimostra il proliferare di corsi anche per attività fino a poco tempo addietro ritenute naturali, come l'allattamento o lo svezzamento dei neonati. Ma hanno troppa paura di sbagliare (o di essere giudicati?). Se invece di iscriversi a uno dei tanti corsi per genitori «efficaci ed efficienti», si provasse ad essere semplicemente se stessi, ricordando, peraltro, che nessun bambino nasce con il libretto di istruzioni in allegato?”

 

Affermazioni condivisibili, espressione di un’attenta analisi della realtà, due sole puntualizzazioni a mio parere interconnesse: la prima a proposito del mettere in dubbio che il «fare» il genitore sia una cosa molto diversa dall’«essere» genitore e la seconda a proposito della domanda con cui l’articolo si chiude: “Se invece di iscriversi a uno dei tanti corsi per genitori «efficaci ed efficienti», si provasse ad essere semplicemente se stessi?”.

In estrema sintesi: essere genitore è una condizione, un dato di fatto che implica consapevolezza oltre che abilità per così dire “naturali” che stridono con il mondo di oggi e, dunque, essere se stessi nel ruolo di genitore non è ovvietà conseguente: potrà essere una conquista, un obiettivo da raggiungere dopo aver superato problemi personali e relazionali non piccoli... altro che semplicità.

L’essere genitore è condizione che, una volta data, si caratterizza per non essere mai statica, anzi in continuo divenire, alimentata da equilibrio, positività, assunzione di responsabilità per le scelte operate per se stessi e per i propri figli, per le opportunità create o semplicemente consentite, come per i “no” pronunciati con fermezza e mai con asprezza.  Essere genitori, un ruolo che ci si augura sia scelto e non casuale, implica consapevolezza serena sostenuta da prudenza, da profondo rispetto del figlio, sentito e vissuto come un’identità altra da noi e che noi vogliamo aiutare nella crescita.  In questo caso essere genitore e fare il genitore diventano un’unica realtà.  Ma...restiamo all’oggi e a quell’ansia continua da prestazione.

Forse oggi essere genitore è più difficile di un tempo?

Prima di chiedermi perché oggi sia più difficile il ruolo di genitore rispetto al passato, mi chiedo SE veramente le difficoltà siano aumentate o non si tratti di una inevitabile proiezione, come dire: oggi che sono io genitore comprendo quanto sia difficile questo ruolo, solo perché mi tocca personalmente.

Mi sono data una risposta che mi ha confortato ripensando al rapporto tra me (figlia) e i miei genitori: al di là del conflitto generazionale e dell’ansietà più o meno esplicita legata al temperamento di ciascuna personalità, quel rapporto era chiaro, cristallino, magari non sempre ben calibrato, ma sostenuto da certezze e convinzioni –dei miei genitori– oserei dire “granitiche”. Potevo ribellarmi, non obbedire o, una volta maggiorenne, non seguire le indicazioni, ma nessuno mai avrebbe messo in dubbio che il ruolo del mio genitore era di indicarmi la strada e il mio di seguirla...se volevo “trovarmi bene nella vita”. Pleonastico che prosegua con altri riferimenti. Oggi, di quelle certezze che cosa è rimasto? Forse nulla e infatti nell’articolo si evidenzia l’insicurezza dei genitori e poco conta se personalmente abbiamo abbattuto quel mondo in cui i ruoli erano ben distinti o lo abbiamo trovato di già abbattuto da qualcun altro; oggi sempre più spesso e più volte nella giornata il papà o la mamma rimangono ammirati-compiaciuti dalle destrezze del loro pargolo, che sa fare a due, tre, quattro anni cose con quegli aggeggi computerizzati che loro manco...a pensarci. Si chiedono che cosa possono dare loro, escludendo a priori la loro esperienza in un mondo in cui tutto è reificato, in cui le abilità vanno costruite a tavolino, le strategie sono l’asse portante di ogni azione, la meraviglia e l’eccesso hanno sostituito la “normalità”.

Mentre scrivo n-o-r-m-a-l-i-t-à già provo quasi una sensazione di mancanza, come se ciò che può essere definito normale, allora sia insufficiente. Eppure che cosa sarebbe più normale, più autentico, naturale dell’affetto che un genitore possa dare al proprio figlio! È questa la bussola per interpretare i segni del momento presente e del prossimo futuro, l’àncora a cui fare riferimento per ogni azione, per risolvere piccoli e meno piccoli problemi, il significato fondante della relazione tra genitore e figlio.

Accade questo nella nostra società: alla ricerca del meglio, del perfetto, di ciò che da fuori ci può venire, abbiamo finito con il non percepire il nostro essere, la nostra interiorità, un valore che solo se apprezzato si alimenta e cresce.

Le difficoltà sono aumentate per tutti: per il maestro, per il docente, per il counselor, per lo psicologo, per il sacerdote, come per il medico. Ogni ruolo ha subìto continue alterazioni che lo hanno reso ambiguo, indefinibile. Bellissima la prospettiva di ruoli che si connettano e creando sinergia trovino una loro rinnovata vitalità, ma oggi spesso assistiamo a connessioni improbabili tra ruoli incerti, privi di fondamenta. Un esempio facile facile...si fa per dire: il rapporto scuola-famiglia, docente-genitore: bellissima e necessarissima prospettiva; in realtà una chimera di cui si fa una gran parlare ma che si materializza solo in minuscole e poco conosciute realtà. Il più delle volte il docente frustrato e demotivato incontra la famiglia che vive una profonda crisi di valori, princìpi educativi ecc... e ciascuno demanda all’altro le responsabilità più grandi.

E i bambini, i giovani restano schiacciati con tutti i loro giocattoli, trastulli, motorini ecc...tra due colossali fragilità.

Forse oggi ciascuno di noi intende la propria crescita, la propria sicurezza come il risultato tangibile della propria visibilità, del consenso, dell’essere omologati a determinate realtà sociali che ci  piacciono, dell’essere informati su ciò di cui più si parla “in giro”, del conoscere per sentito dire/letto sul motore di ricerca, ecc...e per questo affannati e indaffarati tessiamo impegni, relazioni, occasioni continue di cui in breve non rimane alcuna traccia e nemmeno un insegnamento visto che siamo sempre pronti a ripartire in altre direzioni con le stesse modalità. E i giovani trentenni/quarantenni genitori di oggi possono esserne immuni?

Come counselor mi auguro di sì e sempre come counselor molto volentieri mi pongo al loro fianco per sostenerli perché di sostegno e comprensione hanno bisogno, non di giudizi.

 

 

Cordialissimamente

Giancarla Mandozzi

 

 

 

 

 

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