I Prigioni di Michelangelo - Parte I

Inviato da Luciano Berti

prigioni michelangelo_1Stefania, 19 anni, capelli corti color cenere, sguardo fisso, spento e triste. Lo sguardo di chi sembra aver gettato la spugna. La sua storia è una storia di prigionia: prigioniera di un’idea ossessiva e delirante che annichilisce la sua spinta vitale. E’ la storia di una lotta condotta sul filo delle estreme conseguenze. Fino ad allora a parlare è stato il suo corpo, ridotto ad uno scheletro. Quella che reputava una vittoria si era tramutata in una sconfitta pesante. Aveva dominato il corpo, controllato il peso, digiunato all’inverosimile. Dominare il corpo aveva annichilito il suo spirito. E la sua vita. E’ sfiduciata ed il tono piatto della sua voce e la postura rannicchiata, denotano il ripiegamento su se stessa. Mi ricorda una di quelle sculture denominate “prigioni” nelle quali s’intravede un corpo che sembra volersi liberare dalla pietra.

Anche le sue risorse sono incarcerate nella pietra. Per trovarle bisogna scavare a fondo nel suo mondo. Nella sua famiglia semi-devastata dal groviglio anoressico, nei suoi contatti sociali mordi e fuggi, nei suoi affetti in parte nascosti, nel peregrinare da un medico all’altro, da uno psicologo all’altro e nel suo cane Lindt un Labrador molto “coccolone” forse l’unico ad aver messo da parte il problema. L’alleanza si stabilisce facilmente tramite Lindt. Lo ha “tirato su” leii, nutrendolo e svezzandolo alla sua vita di cane. La segue come un’ombra, è l’unico che non le chiede nulla, che non solleva ogni volta il problema del cibo. Stefania si duole di non poterlo portare a spasso: la sua esuberanza la “farebbe volare” stante il suo peso di 39 Kg. Forse non se n’è accorta, ma attraverso il cane riconosce il suo corpo scheletrito. E forse in quel cane dal nome di un cioccolatino intravedo una possibilità. E’ una percezione, non di più, ma in quel momento non vedo altro. I contatti sociali sono ridotti all’osso. Difficilmente esce da casa se non per far qualche acquisto per la madre, magra come chiodo pure lei, impiegata in un’agenzia assicurativa. E’ una donna che “si tiene” vestendo con abiti firmati e andando dal parrucchiere e dall’estetista ogni settimana. Da come la de-scrive, fredda e organizzatrice, la percepisco come una madre divorante ed invasiva ma distaccata emotivamente. Il padre è idraulico e da buon artigiano lavora 12 ore al giorno, sabato compreso. Lo descrive come un po’ rozzo e vestito, per usare le sue parole, “alla maniera dei gruppi degli alpini che fanno le sfilate” (camicia a quadrettoni e pantaloni di velluto). E’ un bonaccione che pensa che ogni problema si risolva o con il denaro o svagandosi con la compagnia. Lui si svaga andando a caccia regalando poi la cacciagione agli amici perché nessuno in casa si degnerebbe di pulire lepri e fagiani. Mi appare piuttosto distaccata nella descrizione. L’infanzia Stefania non la ricorda con particolare trasporto. Scuola elementare e media a tempo pieno in un istituto privato. Pochi amici stemperati dalla sua timidezza. Alle superiori, istituto tecnico commerciale, si “sveglia un po’” ma a 15 anni comincia la sua lotta col peso. In tre anni perde 24 Kg. Colpa della madre, dice Stefania, che le ha inculcato sin dall’infanzia il culto della dieta. La madre comunque si decide a portarla dallo psicologo quando comincia a vederla troppo magra. Poi segue il dietologo, altro psicologo, altro medico. Più che aiutarla la incolpa e i professionisti mirano al problema insistendo su dieta, pericolo di morte, rapporti col proprio corpo e così via. Tutte cose, dice Stefania, che “mi addentravano ancora di più nel pensiero del cibo”. Tentano di indurla ad una terapia con antidepressivi. Lei rifiuta. “Schiava di un farmaco mai”, sostiene. Nonostante i tentativi altrui di oggettivarla cerca di mantenere la sua dignità di persona. S’iscrive all’università, facoltà d’economia e commercio. Il suo primo anno trascorre senza dare un esame. La sua capacità di concentrazione e le motivazioni sono pressoché inesistenti. Non ha una vita affettiva. Poco prima di cominciare il suo calvario si era innamorata di un coetaneo. Un amore platonico, a senso unico. Poi più nulla. Altri pensieri dominavano la sua testa. Dice di non aver ideali in quel momento e non sa in cosa credere e sperare, nemmeno in Dio al quale non sa se credere. Riaffiorano nella mia mente i “prigioni” di Michelangelo. Decido di non visitarla né di farle fare delle indagini. Ne ha già fatte parecchie e, a parte un ECG ed alcuni esami ematochimicii, le ritenevo pure inutili . Alla fine del primo colloquio la vedo più aperta ed espressiva. Non sorride, ma la sento più fiduciosa. Le chiedo se può portarmi una foto del suo cane e ne sembra felice. Dal modo con cui mi stringe la mano comprendo che l’obiettivo dell’alleanza è raggiunto. Mentalmente mi prefiguro il prossimo obiettivo: renderla fiduciosa, ridarle una speranza per il futuro. Metaforicamente iniziare a staccarla dalla pietra

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